la-stanza-lodovichi
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La Stanza di Stefano Lodovichi è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video dal 4 gennaio. Un ottimo inizio per il nostro nuovo anno di visioni, dallo spazio chiuso di una casa all’invadente ripensamento di un destino.

Da tempo non vedevo un film capace di invadere il mio dormiveglia. Gettandomi in un nero ragionamento assorto e contorto, La Stanza mi è rimasto in testa per ore, per giorni, dilatandosi elegantemente nell’interpretazione di una storia esteticamente occlusiva e narrativamente logica.

I film visti in tardo pomeriggio sono come sogni nei sogni, dai quali è difficile riprendersi, in particolare se a realizzarli sono umani in cattività come noi che guardiamo. Artisti che in pochi giorni e in uno spazio chiuso (dalla bellezza totalizzante) riescono a produrre quello che è il più credibile e devastante film italiano visto nell’ultimo anno (contando un 2020 in quarantena e 4 giorni di nuove uscite ancora dal salotto di casa).

E se i termini kammerspiel e horror delimitano una lettura critica, nella memoria si incolla quell’equilibrio mortale disegnato tra corpi e consistenze: dosando ogni immagine, anche la più violenta, celebrando la fluttuante perfezione del colore.

Ci ho pensato e ripensato, e a segnare il ricordo di un film come quello di Stefano Lodovichi, è proprio l’imperativo uso di una palette cromatica significante che detta legge in un coinvolgimento visivo intenso, e conseguentemente epidermico e affettivo.

Il colore nel film La Stanza – Teatro del ricordo attraverso una palette

Tre filoni cromatici sostengono il viaggio nel regno del tempo ripetuto e del futuro che irrompe nel passato: il giallo delle luci che si sbiadisce nell’avorio della pelle spenta e dell’abito da sposa (cadavere), il blu petrolio che annega, ammantandosi di verde come un camaleonte in fuga, e il rosso dei dettagli, che inondano le campiture principali con sangue e capelli lasciati asciugare senza cura. Dalla prima scena, desaturata e iconica, capiamo che la scelta dei tre colori primari farà del luogo in cui tutto si svolge, una casa dal fascino ricercato arredata fin nei minimi particolari, un teatro delle emozioni finalmente emerse.

Quello che sta accadendo si dà a noi senza troppe spiegazioni, preparando tutto per una resa dei conti efferata. Stella (Camilla Filippi) sta per suicidarsi, quando il suono del campanello la blocca. Un estraneo, Giulio (Guido Caprino), ha affittato una stanza – strano, dato che né lei né suo marito lo fanno da anni. Conosce bene i ritmi di un luogo sospeso in cui la pioggia lacera il silenzio. Forzando Stella la fa parlare più di quanto dovrebbe, in attesa di un terzo ospite, Sandro (Edoardo Pesce). Ma i personaggi saranno quattro in tutto.

Scena per scena

Ogni cosa è allestita per mettere in scena un viaggio impossibile, e la purezza è complementare alla corruzione dell’anima. I volumi si accentuano nel chiaroscuro cambiando sfumature in base alle esigenze. Stella è il personaggio che incarna i tre colori, e in lei convergono sovrapposizioni ambigue. La pelle è chiara ma sul volto le ricadono fiamme scomposte: capelli spettinati e occhi segnati. Il rosso che le sconvolge i tratti è lo stesso che macchia Giulio e Sandro. Indossa per quasi tutto il film però un abito blu scuro, che la fa apparire come un fantasma, trascinato dagli inferi per vivere di nuovo. Gli elementi d’arredo e gli spazi sono di legno e oro, con pareti con carte da parati stile liberty sbiadite dalla luce malinconica che ci batte sopra.

E il blu torna a conferire agli ambienti il fascino orientale proprio della prima idea, legata al concetto giapponese di hikikomori.

L’efficacia della violenza

La Stanza dura 86 minuti, e stringe alla gola senza lasciare la possibilità di riprendere fiato. Le riprese sono durate 17 giorni e il primo proposito era quello di realizzare un documentario. Dietro alla costruzione di una tridimensionalità fisica ed emotiva si struttura un’impalcatura tecnica notevole. La casa, unico set del film, è costruita interamente in studio. A donarle l’anima sono la fotografia di Timoty Aliprandi e le scenografie di Massimiliano Sturiale. Esteticamente coerenti nella presentazione di uno scenario horror pervaso di accenni favolistici e ipotesi oniriche, rendono il lungometraggio, assieme alla regia pulita e netta di Stefano Lodovichi, la metafora simbolica di un momento forse mai accaduto, eppure devastante. Potrebbe essere in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, senza attaccarsi a connessioni geografiche e temporali che ne rallentano solo le possibilità.

https://www.luckyred.it/movie/la-stanza/

E poi arriva il sangue, finalmente. Non fraintendete, non sto elogiando nessuna forma di sadismo, ma la capacità di convincere attraverso la violenza mostrata è un elemento raro per produzioni italiane che, nel timore di strafare, falliscono spesso con risultati parodistici.

La Stanza è un quadro in movimento e un ottimo inizio per un 2021 cinematografico di aperture, dopo mesi trascorsi a riflettere sulla sopravvivenza in spazi chiusi, architettonici e mentali.

Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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