
La voce di Hind Rajab è l’unico film che conta davvero quest’anno. Non c’è altro modo per dirlo, non c’è nient’altro che possa eguagliarlo nella sua capacità di “fotografare” il presente e presentarcene il conto. Cristina Comencini, figlia del grande Luigi, di recente l’ha definito l’unico film paragonabile a Roma città aperta, al vero Neorealismo italiano: cinema che cattura un preciso istante della Storia e lo restituisce con forza e intensità.
Conoscendo la regista tunisina Kaouther Ben Hania, la forza e l’intensità, così come la qualità artistica di La voce di Hind Rajab non sono certo una sorpresa. Ricorderete, forse, L’uomo che vendette la sua pelle o il suo bellissimo Quattro figlie, che nel 2023 abbiamo visto a Cannes, raccontandovelo qui: Les filles d’Olfa (Quattro figlie).

La rara regia di Kaouther Ben Hania
Parliamo quindi di cinema, prima ancora dell’ovvio valore storico, morale e sociale de La voce di Hind Rajab. Parliamo di un cinema che è politica ma che non rinuncia alla forma. Ben Hania, che inizia la sua carriera come documentarista per Al Jazeera, anche in La voce di Hind Rajab sceglie di sovrapporre due piani del racconto, uno recitato e uno reale (la voce della vera bambina uccisa il 29 gennaio 2024 dall’esercito israeliano). È un cinema che, quindi, prima di tutto non dimentica il potere del suono sulle immagini, ma che comunque dimostra una cura eccezionale per i dettagli visivi.
Le registrazioni provenienti dalla Mezzaluna Rossa usate nel film, come è noto, sono quelle originali. Ciò significa che spesso non è solo la voce della piccola Hind Rajab quella che il pubblico sente, ma anche quella dei reali soccorritori. A tratti cioè, anche gli attori e le attrici sembrano porsi in ascolto dei loro doppi, delle persone che interpretano, come in una pièce teatrale in cui si intersecano elementi di realtà e interpretazione.
Visivamente tutto questo è sublimato dalla scelta di un unico spazio, la sede della Mezzaluna Rossa di Ramallah (Cisgiordania), in cui ogni parete è in plexiglass trasparente, in modo da lasciare spazio a frequenti cambi di fuoco tra i quattro protagonisti: Motaz Malhees (Omar), Saja Kilani (Rana), Clara Khoury (Nisrin) e Amer Hlehel (Mahdi). In un questo spazio ristretto, le tre ore reali impiegate nel tentativo di salvare Hind Rajab – dimezzate in 90 minuti di film – scorrono ancora più impotenti davanti agli occhi del pubblico.
Al tempo stesso l’organizzazione dello spazio e la scenografia permettono di spostare in maniera organica e raffinata il focus tra i quattro protagonisti, ognuno dei quali – oltre al lavoro in squadra – ha il suo momento di personale sconforto e dolore per la tragedia a cui assiste.
Un lavoro elegante, dunque, quello di una grande regista come Kaouther Ben Hania, che vale la pena ricordare proprio perché anche per questo avrebbe meritato un coraggioso Leone d’oro.
La voce di Hind Rajab resterà a lungo con noi
I Wonder Pictures, che distribuisce il film in Italia, ha fatto due scelte fondamentali. Ha innanzitutto deciso di portare il film al pubblico italiano subito dopo Venezia, già il 25 settembre, facendo dell’Italia il primo Paese occidentale ad averlo già in sala. Ha poi chiaramente scelto di non doppiarlo, portando La voce di Hind Rajab, la vera voce, in 430 sale ed esclusivamente in lingua araba. È un atto dovuto, nei confronti della storia e dei suoi protagonisti, che non ha precedenti in Italia.
La vera voce di Hind è senza dubbio il gancio emotivo del film ma non è una scorciatoia. Non è una scelta di comodo, tutt’altro. È un pezzo di realtà brutale che Ben Hania inserisce nel suo racconto con delicatezza e rispetto, usando al meglio le potenzialità del cinema, del suo cinema. Lo spiega bene una domanda che si pone il personaggio di Omar: di fronte a migliaia di immagini di corpi trucidati e affamati, come può creare empatia solo la voce di una bambina terrorizzata?
Può farlo nella misura in cui, di fronte alla scelta più o meno consapevole del pubblico di chiudere gli occhi di fronte alla violenza genocidaria contro un intero popolo, ci si accorge che non si può fuggire dal suono degli spari e dei carri armati dentro una sala cinematografica. Come non si può più sfuggire alla voce tremante di una bambina di sei anni che chiede solo: “Venite a prendermi. Salvatemi”.
Qualsiasi altra cosa da dire sul film oggi, dopo oltre 60 000 vittime di Israele a Gaza, di cui un terzo solo bambini, appare superflua. Andate al cinema.
V.V.
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