Quando nel rapporto tra padre e figlia i ruoli si capovolgono perché la vita è una ruota che gira e un uomo ormai anziano deve fare i conti con una malattia lenta e degenerativa come l’Alzheimer, tutte le certezze costruite in tanti anni di sacrifici e momenti felici svaniscono inesorabilmente. Il padre vede in scena Alessandro Haber e Lucrezia Lante Della Rovere per il testo di Florian Zeller con la regia di Piero Maccarinelli.

“Gira, il mondo gira…”

La penna di Zeller racconta la drammatica situazione di Andrea, un uomo che scopre di essere affetto dal morbo di Alzheimer e pian piano arriva a perdere i propri punti di riferimento fino a confondere persone, situazioni, luoghi e certezze.

Quando si vive una condizione così difficile lo smarrimento mentale è totale e la regia di Maccarinelli lo evidenzia bene, facendo sì che lo spettatore indossi i panni di Andrea. Sul palco si avvicendano quadri messi in scena come “compartimenti stagni” del pensiero del protagonista, tra loro divisi in uno strappo che priva della normale continuità i giorni dell’uomo.

La scenografia è essenziale, forse proprio per sottolineare la mancanza di appigli fisici, concreti, a cui l’uomo vorrebbe invece aggrapparsi con tutte le sue forze. Metaforicamente tutto questo rappresenta il vortice della malattia, veloce quanto crudele con il progredire, senza via d’uscita.

Foto di scena: Tommaso Le Pera

Nodo tematico secondario ma fondamentale il rapporto padre/figlia. Anna cerca in tutti i modi di aiutare l’amato padre dandogli ospitalità in casa propria dove vive con il marito. Ben presto dovrà però accettare di non essere in grado di pensar a tutto e lo porterà malvolentieri in una casa di cura.

Poetico e particolarmente emozionante il processo che porta i ruoli a capovolgersi, il cui culmine è la ninna nanna che Anna canta dolcemente al padre per tranquillizzarlo dopo una crisi: Il mondo di Jimmy Fontana, simbolo di tempi dolci e lontani.

Risvolti insoliti

Il punto di forza dello spettacolo è sicuramente la funzionale aderenza tra testo e regia. L’empatia spettatore/protagonista data dalla situazione è fortissima e questo garantisce un’immersione totale nella vicenda, dall’inizio fino al triste epilogo. La messinscena, pur nella sua drammaticità, regala momenti leggeri e tragicomici che fanno “ridere nel pianto” e in questo l’interpretazione di Haber è sublime.

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Nata nella terra dove il fuoco dell’Etna incontra il limpido Mar Mediterraneo, l’arte è da sempre la mia passione, in tutte le sue declinazioni. Da piccola mi piaceva leggere, guardare film di ogni genere, scrivere racconti e poesie, girare per musei, ma è solo varcando per la prima volta la porta di un teatro che ho capito la mia vocazione. “Crescendo e cercando”, ho scelto di frequentare il corso di laurea in scienze della comunicazione. Nel frattempo il teatro mi ha nutrito e ha occupato tutto il mio tempo libero. Decisi di fruirne a 360 gradi, non solo “facendolo” studiando in un’accademia e portando in giro per l’Italia spettacoli con diverse compagnie, ma anche vedendolo, vivendolo da spettatrice e, con il tempo, da redattrice. Finita la triennale non ebbi dubbi: emigrai in quel di Bologna per specializzarmi al Dams e iniziai a collaborare con diverse testate giornalistiche, venendo ospitata in vari festival e convegni. L’arte cambia con la società e ci si specchia dentro. Il teatro ne coglie gli umori, e li trasferisce al pubblico nel celeberrimo qui e ora che non teme (perché non ha) paragoni con nient’altro.

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