
Un gioiello grezzo, creato sulle fragili fondamenta della poesia, tra scene allegoriche e dialoghi dal sapore epico, che permettono di assecondare e tradire magistralmente il genere ormai leggendario della “Commedia all’italiana”, quel genere che ha uno dei suoi capisaldi nel Sorpasso di Dino Risi. È la sua ombra quella che Le città di pianura insegue, solo per svoltare su quella curva che Gassman, allora, non riuscì ad affrontare, e tirare dritto sulla strada della vita, nonostante tutto.
Presentato a Cannes 2025 nella sezione Un certain regard, Le città di pianura è arrivato al cinema in Italia il 2 ottobre successivo e adesso è disponibile in streaming esclusivo su MUBI.
I personaggi
Proprio come allora (ne Il sorpasso) siamo in un road movie dove un giovane studente, Giulio (Filippo Scotti), impreparato alla vita viene trascinato in un vagabondare automobilistico apparentemente insensato. Ma stavolta, siamo lungo le strade della Pianura Padana, e a coinvolgerlo sono due personaggi (Carlobianchi interpretato da Sergio Romano e Doriano interpretato da Pierpaolo Capovilla), che giudicheremmo semplicemente balordi, se non andassimo fino in fondo.
Quel fondo che, forse, stanzia in un dialogo: «Ma cosa è tornato a fare?», chiede lo studente ai due, riferendosi a un loro vecchio amico, emigrato in Argentina vent’anni prima. «A fare tutto» rispondono loro con una semplicità che penetra nell’anima, dove dimora la domanda stessa sull’esistenza.
Una risposta enigmatica, come lo sono i due personaggi che la formulano, al limite tra gli angeli di Wim Wenders e gli sbandati del Grande Lebowsky: una risposta che non racchiude in sé il senso aperto del film, come della vita, ma di un modo di esistere che la renda vivibile.
Lo spazio scenico
Esistere lì, nelle città di pianura, appunto, in uno spazio che la fotografia aiuta a rendere terra di nessuno, con una natura incapace di contrapporsi all’inarrestabile espansione umana e l’assenza disumana di un centro che sia punto di aggregazione, se non la fabbrica o il bar, dove giocarsi, inebetiti, quel che resta della pensione e della vita alla slot machine.
Terre di nessuno che diventano protagoniste tra i protagonisti del film, slanciandosi verso il nulla attraverso strade, superstrade, autostrade che minacciano di cancellare anche quello che resta, dopo aver cancellato l’umanità. E allora, l’unica cosa da fare sembra essere vagabondare per quelle strade, senza meta né coscienza, bere e guidare, sapendo che, in fondo, se il senso dell’esistenza non è raggiungibile, si può darle almeno un significato. E il significato può essere proprio quel vagare senza meta, per cui vivere è fuggire dalla semplice sopravvivenza, rinunciare alle responsabilità pur di essere se stessi, bere e correre senza sosta, a costo di non lasciare traccia. Perché l’incoscienza, qui, non è altro che la reazione alla più profonda coscienza di sé.
Ma soltanto attraverso un passo successivo, o meglio, una tappa in quel vagabondaggio.

Il paesaggio spirituale
Vagabondare senza una meta: nella tradizione letteraria è un’azione che si presenta spesso, da Edipo ad Amleto. E ha sempre la forma di uno stallo apparentemente vuoto che prepara all’atto finale, un momento di cesura tra un prima e un dopo della storia narrata, nel quale il protagonista prende coscienza di ciò che ha vissuto e di ciò che deve fare per reagire.
Eppure qui, nelle Città di pianura, non c’è reazione, perché, dopotutto, quel vagabondare è la reazione. La reazione al nulla, all’annichilimento che l’esistenza in questo spazio scenico sembra imporre a tutti i personaggi che lo affrontano, costringendoli a subire passivamente.
Almeno finché qualcuno non riesce a dare un significato a quella reazione, una direzione simbolica al vagabondare. E a poterlo fare è il solo personaggio che non è ancora stato inghiottito dal nulla di quello spazio scenico, il giovane studente venuto da fuori: è lui a trascinare gli altri due fino alla Tomba Brion, il monumentale complesso funerario progettato da Carlo Scarpa, un capolavoro di architettura moderna nel quale cemento, acqua e vegetazione si fondo a creare un paesaggio spirituale.
Il dolce smette di essere amaro
E forse è proprio qui, nel ruolo di Giulio, che Le città di pianura riesce ad affrontare quella curva dove Gassman, allora, non riuscì a svoltare nel Sorpasso. E lo fa grazie al testardo idealismo del giovane studente, alla sua ostinatezza nel raggiungere quel paesaggio spirituale, nel convincere gli altri due a una semplice, determinante tappa nel loro vagabondare.
Un’azione che Jean-Louis Trintignant – l’altro giovane studente, quello del Sorpasso – allora, non riuscì a compiere e che, qui, ora, sembra salvare dal dramma della passività. Un’azione che permette a Le città di pianura di lasciarsi alle spalle la Commedia italiana e il suo tradizionale, amaro finale. La oltrepassa, ma la mantiene in sé, come ci suggerisce la battuta finale, prima che il gelato al limone cada sull’asfalto e i pneumatici delle auto che continuano a sfrecciare all’infinito lo cancellino lentamente sotto i titoli di coda: «Pensavo fosse amaro, invece è dolce».

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L’illustrazione originale è di Cristiano Baricelli, che ringraziamo. Qui il suo sito ufficiale.






