Noi non possiamo pensare alla vita senza musica, arte, bellezza, senza emozioni e senza tutto ciò che sentiamo quando entriamo in teatro, quando ci stacchiamo dal quotidiano per immergerci in una dimensione trascendente l’ordinario.

Così chiosa Fulvio Macciardi, sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna provvisoriamente trasferitosi al PalaDozza per la stagione lirica e sinfonica post chiusura Covid19. Ed è veramente una gioia esserci, seppur in un’altra location, normalmente adibita alle manifestazioni sportive, sicuramente strana e fuori contesto per le maschere sempre impeccabili nelle loro divise da sera, e per gli abbonati più ostinati che tengono ad arrivare impellicciati nonostante la (ancora tiepida) stagione e la mancanza di palchetti in cui sfoggiare paillettes e pettinature perfettamente cotonate.

La mise en espace dell’Elisir d’amore

Entrare al PalaDozza è un colpo d’occhio a prima vista: via i canestri, una sorta di platea impiantata nel campo da gioco, e tutto un impianto scenico che prevede un’ imponente impalcatura verticale di pannelli di legno per “incanalizzare” il suono (come spiega lo stesso Macciardi), un palcoscenico leggermente elevato dove si avvicenderanno i cantanti, lo spazio per l’Orchestra e il direttore Jonathan Brandani, posizionato dietro l’impianto scenico e il Coro “relegato” sulla destra, (apparentemente) escluso dalla messa in scena.

“Saria possibile…”

Donizetti è il compositore ideale per un nuovo inizio, e L’elisir d’amore, uno dei titoli operistici più amati dal pubblico, melodramma giocoso in due atti, rappresenta in tal senso l’impudenza e la leggerezza di cui forse più che mai al giorno d’oggi si ha bisogno quando si entra in un teatro, tradizionalmente o eccezionalmente inteso.

La nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna con l’Auditorio de Tenerife e il Teatro dell’Opera debutta in una rappresentazione in forma definita semiscenica che, con i dovuti accorgimenti e aggiustamenti, potrebbe tranquillamente andar in scena in forma completa un giorno, quando tutte queste restrizioni (si spera) saranno ormai solo un lontano e sbiadito ricordo.

Adina e Nemorino
Crediti: Andrea Ranzi

Merito senz’altro della regia di Pablo Maritano, che sostituisce (assai furbamente) il villaggio contadino descritto dal libretto di Felice Romano con un set cinematografico a blocchi intercambiabili per facilitare i cambi di scena, effettuati dagli stessi membri del cast, ridotti all’osso e sempre opportunamente inguantati e a distanza di sicurezza.

Ciak, si gira!

Dive del cinema, telefoni bianchi, varietà e avanspettacolo: tutto questo contribuisce alla ridicolizzazione dell’amore romantico. Con i suoi personaggi atipici, strambi e a tratti al limite del reale, Donizetti smaschera le finzioni di un amore che è tutto tranne che perfetto. Maritano usa questa intuizione per trasformare Adina (Sofìa Esparza Jàuregui) in una capricciosa e vanitosa prima donna tutta lacca e vestaglie vaporose e Nemorino (David Astorga) in un timido e goffo ciakista tuttofare che nessuno fila di striscio, mentre il tronfio Belcore (Jacobo Ochoa Piedrahita) rimane il classico soldato in divisa rossa con tanto di cartellone di chiamata alle armi dell’iconico zio Sam a stelle e strisce. Ma più di tutti cattura l’attenzione il carismatico dottor Dulcamara (Matteo Andrea Mollica), che fa il suo ingresso brillando in un completo elegantissimo, attorniato da due aiutanti/soubrette con tanto di piume di struzzo e abitini succinti.

Il dottor Dulcamara e le sue aiutanti
Crediti: Andrea Ranzi

Fra vezzi holliwoodiani e ambientazioni di felliniana memoria il melodramma procede smascherando l’illusione dietro lustrini e luci dei riflettori, ma soprattutto il famoso elisir venduto dal truffaldino Dulcamara qui tremendamente somigliante alla bibita più conosciuta nel mondo, la Coca Cola.

“Quanto è bella, quanto è cara…”

Nonostante qualche problema di acustica e alcune difficoltà di coordinazione fra Orchestra, Coro e cantanti, date dall’eccezionalità della mise en espace, lo spettacolo risulta assolutamente godibile. Unica nota stonata l’estraneità scenica del Coro che, in questa data opera come in altre del compositore bergamasco, gioca un ruolo cruciale, particolarmente in certe scene corali che qui, per forza di cose, rimangono ai margini sacrificando la genuina interpretazione soprattutto dei membri femminili del Coro del Teatro Comunale, diretto come sempre dal Maestro Alberto Malazzi.

D’altro canto, proprio l’interpretazione in senso strettamente recitativo è quasi la chiave di volta di questa soluzione scenica: i cantanti sostengono una prova in più rispetto a quello che solitamente viene loro richiesto, dovendo sopperire ad un palcoscenico per lo più vuoto, e i risultati sono, seppur in modi diversi, interessanti. Una nota di merito sicuramente va a Leonora Tess nei panni di Giannetta, qui oberatissima e severa segretaria di produzione.

Sarà ancor più interessante osservare come questo lato dell’eccezionalità della messa in scena di questi tempi renderà nell’affrontare personaggi ancor più stratificati in senso psicologico.

Applausi finali
Crediti: Andrea Ranzi

Come nella celebre ode manzoniana, lasciamo ai posteri l’ardua sentenza e godiamo appieno della ripartenza dell’opera lirica, celebrando l’arte del melodramma che si rinnova e si adatta, nonostante la (per fortuna esigua) “curva” degli estremi conservatori che storcono il naso, in nuovi modi di essere, di fruire, di far risuonare ancora le straordinarie partiture musicali senza tempo ed età.  

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Nata nella terra dove il fuoco dell’Etna incontra il limpido Mar Mediterraneo, l’arte è da sempre la mia passione, in tutte le sue declinazioni. Da piccola mi piaceva leggere, guardare film di ogni genere, scrivere racconti e poesie, girare per musei, ma è solo varcando per la prima volta la porta di un teatro che ho capito la mia vocazione. “Crescendo e cercando”, ho scelto di frequentare il corso di laurea in scienze della comunicazione. Nel frattempo il teatro mi ha nutrito e ha occupato tutto il mio tempo libero. Decisi di fruirne a 360 gradi, non solo “facendolo” studiando in un’accademia e portando in giro per l’Italia spettacoli con diverse compagnie, ma anche vedendolo, vivendolo da spettatrice e, con il tempo, da redattrice. Finita la triennale non ebbi dubbi: emigrai in quel di Bologna per specializzarmi al Dams e iniziai a collaborare con diverse testate giornalistiche, venendo ospitata in vari festival e convegni. L’arte cambia con la società e ci si specchia dentro. Il teatro ne coglie gli umori, e li trasferisce al pubblico nel celeberrimo qui e ora che non teme (perché non ha) paragoni con nient’altro.

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