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"Leonard Cohen" by kyonokyonokyonosu licenza CC BY 2.0

La stanza è illuminata da una semplice, nuda lampadina, sufficiente per mostrare le macchie di umidità sulla carta da parati scollata e qualche patacca sulla moquette bordeaux di cui è meglio non indagare la provenienza. C’è un vecchio letto in ferro battuto attaccato alla parete e, al lato opposto, poggiata su un tavolino di finto legno, una misera televisione in bianco e nero, accanto a una di quelle piastre elettriche portatili su cui non ci si è sforzato tanto di cancellare i residui dei pasti dei clienti passati. 

È notte, ma Leonard Cohen non riesce a prendere sonno. Si alza e apre la porta del bagno: dentro lo specchio opacizzato dal tempo, vede un viso giovane sul quale le speranze iniziano a minacciare di diventare illusioni. Il Canada sembra lontanissimo, ormai. Ed è stato lui a spingerlo così distante da se stesso, da una carriera avviata come scrittore e poeta per diventare un folksinger negli Usa. La solita, vecchia storia del pesce che aspira a diventare più grande del piccolo stagno in cui è nato. Poesia o musica, non cambia, perché in entrambi i casi è maledettamente difficile riuscire ad aprirsi una strada negli USA, anche se in quella primavera del 1968 molte strade sembrano aprirsi da sole. Forse basta lo spirito giusto. Esattamente quello che, quella notte, Leonard sente proprio di non avere.

Apre il rubinetto e aspetta che emetta i suoi gargarismi, prima di vomitare dell’acqua arrugginita che Leonard raccoglie nelle mani e si getta sul viso. Mentre si chiude la porta della stanza alle spalle, sul corridoio sente degli schiamazzi soffocati e vede un uomo che corre, vestito solo di una cravatta e dei calzini. 

Adoro gli hotel in cui, alle 4 del mattino, puoi portare nella tua stanza un nano, un orso e quattro donne senza che nessuno ci trovi nulla di strano“, pensa attraversando la hall, “solo in un posto grandioso e folle potrei incontrare persone della mia stessa specie”. Una specie bohémien, senza dubbio.

Ma quando esce in strada sente la sua preoccupazione trasformarsi in una profonda tristezza. New York è viva, piena di gente, anche a quella tarda ora: è lui che si sente vuoto. E non basta a riempirlo il cheesburger che ingurgita dentro un bisunto fastfood di Manhattan. 

Molti anni dopo, ripensando a quella notte, Leonard la racconterà spesso, con il suo splendido umorismo, a decine di migliaia di persone pendenti dalle sue labbra, sopra un palcoscenico musicale: “Dopo il cheesburger, sono andato alla White Horse Tavern alla ricerca di Dylan Thomas”, dirà con un sorriso, citando il mitico locale del Greenwich Village, “ma Dylan Thomas era morto“.

Erano ormai trascorsi una decina d’anni, infatti, dalla morte del grande poeta gallese da cui Bob Dylan trasse il suo nome d’arte. E non è un caso che sia morto proprio lì, in quello strano e affascinante albergo dove Leonard sta alloggiando: il Chelsea Hotel. Proprio in una di quelle stanze in cui la leggenda vuole che Jack Kerouac e William Burroughs abbiano scritto i loro capolavori, On the Road e Pasto Nudo

Sta pensando a tutti questi personaggi mitici, mentre solleva lo sguardo verso quell’edificio di mattoni rossi che si stanzia al di sopra di ogni altra costruzione attorno in tutta la sua grandezza gotica. Vagando senza una meta, è facile tornare a sbatterci contro, anche in piena notte. Nella hall, il tappeto rosso che conduce fino all’ascensore sembra guidare l’ospite attraverso una mostra di eccentrici dipinti appesi alle pareti: a cercare bene, ci si potrebbe trovare anche un Pollock o un Wahrol, visto che molti inquilini squattrinati hanno saldato con le loro opere i conti da pagare. L’ascensore, nemmeno a dirlo, è in perfetta sintonia con tutto l’albergo: arrugginito, lento, si fa anticipare nel suo arrivo da pensanti clangori di ferraglia. Ed è davvero poco spazioso, così poco che due persone, dentro, non possono evitare il contatto. 

E, come nelle più logaritmiche sceneggiature Netflix, proprio quando la porta sta per chiudersi, una mano la ferma. Una mano di donna, ovviamente. Non è bella, non di una bellezza tradizionale, almeno: ma è affascinante con quei suoi ricci biondi indomabili, la bigiotteria eccessiva e i suoi vestiti sgargianti, al limite dell’esagerazione. O forse anche oltre, fino a lasciar trasparire una profonda insicurezza impossibile da mascherare del tutto. È bella come può essere bello ciò che vuole essere selvaggio, tradendo un tratto quasi impercettibile di fragilità. 

Leonard la riconosce, forse perché l’ha intravista al suo stesso piano, qualche camera dopo la sua, o forse perché frequenta il suo stesso studio di registrazione, alla Columbia. Lei sta registrando il suo secondo disco, Cheap Thrills, insieme con la sua band, The Big Brother & the Holding Company, mentre lui sta registrando il primo, Songs of Leonard Cohen. Ma è molto più verosimile credere che la riconosca semplicemente perché una ragazza così non la scordi, dovunque tu l’abbia vista. 

E ora è dentro quell’ascensore con lui. Sta salendo lento, lentissimo, c’è chi dice sia il più lento di tutta New York, ma lui non chiede altro. Forse perché in quella lentezza si sente a proprio agio. 

Ero un esperto dei pulsanti di quell’ascensore“, racconterà scherzando, “una delle poche tecnologie che abbia mai veramente padroneggiato. La porta si è aperta, sono entrato, ho messo il dito proprio sul pulsante, senza esitazione, con una grande padronanza”. La giusta sicurezza di sé e il giusto tempo per iniziare una conversazione. 

Stai cercando qualcuno?”, le domanda riempiendo i polmoni di coraggio.

Proprio così”, risponde lei con quella voce sensualmente roca, “sto cercando Kris Kristofferson”.

Leonard pensa al viso che ha guardato qualche ora prima nello specchio e pensa a quello dell’affascinante cantautore americano (nonché futuro Billy the Kid di Peckimpah) che lei sta cercando. Trattiene un sorriso per poterle dire, con voce seria:

È fortunata, madame, sono io Kris Kristofferson”.

Quella risata inghiottita, poi, la tirerà fuori ognuna delle centinaia di volte in cui racconterà al suo pubblico quella scena, accompagnandola a queste parole:

Naturalmente, si era accorta che stavo mentendo, io sono leggermente più basso di Kris Kristofferson, anche se non lo ha ammesso. Una ragazza davvero generosa“. 

Lei non stava cercando me e nemmeno io cercavo lei”, commenta senza riuscire a trattenere la sua ironia, “io, se proprio cercavo qualcuno, cercavo Brigitte Bardot”. Ma è qui che Leonard, prima ancora di trasformare in versi l’incontro di una notte, lo puntella con un poetico lirismo, sussurrando una semplice, prosaica frase: “Siamo caduti l’uno nelle braccia dell’altro attraverso un processo di eliminazione“.

Qualche anno dopo: 1970 e Songs from a Room di Leonard Cohen

Alla fine, qualche anno dopo quella notte newyorkese,nei primi mesi del 1970, lei il vero Kriss Kristofferson è riuscita ad incontrarlo e ha registrato la sua Me and Bobby McGee, il pezzo che ha trascinato l’ultimo album di Janis Joplin, Pearl, in quelle classifiche dove non era mai comparsa prima. 

Mentre il falso Kriss Kristofferson, nel frattempo, non può più spacciarsi per qualcun altro, visto che ormai tutti lo conoscono come Leonard Cohen. Se non proprio il successo, infatti, almeno è arrivato il riconoscimento del pubblico anche come musicista, anche negli USA: nel 1969 il suo secondo album, Songs from a Room, ha raggiunto la top ten nelle classifiche di vendita. 

“Leonard Cohen, Songs From A Room (1969)” by Cletus Awreetus su licenza CC BY-NC 2.0

E per questo Leonard può permettersi anche il lusso di rilassarsi a sedere in un bar di Miami. Sono i primi mesi del 1971 ed è forse la prima volta che ha il tempo di lasciar correre la mente a quella notte, quasi ne senta il bisogno. Soprattutto da quando ha ricevuto la tremenda notizia della morte della ragazza con cui l’ha condivisa.

Janis è morta tra il 3 e il 4 ottobre del 1970 e Leonard, finora, ha saputo reagire solo con la ragione, affermando lucidamente che ogni morte è terribile, ma che nella sua subentra la tristezza, perché ha spezzato bruscamente uno splendido percorso artistico. “Janis era così brava che senti che il lavoro che si è lasciata alle spalle è troppo breve”, dirà Leonard, “certi tipi di artisti brillano di una luce molto luminosissima per un periodo brevissimo, come i Rimbaud, gli Shelley, gente così. E Janis era una di loro“.

Eppure, seduto in quel bar di Miami, inizia a sentire che c’è qualcos’altro. E che riguarda proprio quella notte. Una notte della quale, finora, non ha scritto, né parlato a nessuno. Almeno finché si ritrova in mano una penna con cui riempie di poesia il suo tovagliolo da cocktail:

Ti ricordo bene al Chelsea Hotel

Parlavi così coraggiosa e così libera

Dandomi la testa sul letto sfatto

Mentre le limousine aspettavano per strada

E sei scappata via, vero, piccola?

Hai semplicemente voltato le spalle alla folla

Sei scappata, non ti ho mai sentito dire

Ho bisogno di te, non ho bisogno di te

Ti ricordo bene al Chelsea Hotel 

Eri famosa, il tuo cuore era una leggenda

Mi hai detto ancora che preferivi gli uomini belli

Ma per me avresti fatto un’eccezione

E stringendo il pugno per quelli come noi 

che sono oppressi dagli ideali di bellezza

Ti sei aggiustata e hai detto: “Beh, non importa

Siamo brutti ma abbiamo la musica” 

E, infine, Chelsea Hotel #2

Ma Leonard Cohen è un perfezionista, oltre ad essere un poeta e, in fondo, un gentiluomo. 

Per questo quel tovagliolo da cocktail ci mette qualche anno a diventare una canzone vera e propria, passando per diverse improvvisazioni e arrangiamenti. Esce nell’estate del 1974, nell’album New Skin for the Old Ceremony e prende il titolo di Chelsea Hotel #2. In quel momento, non c’è forse nessuno che sappia chi sia quella ragazza di cui parla il testo. 

È solo ai primi concerti, presentando il brano al pubblico, che Leonard inizia a raccontare la verità, in una lenta, attraente confessione. Qualcosa che, a tratti, però ricorda più dei racconti da bar con gli amici, più che le memorie di un sensibile poeta.

Proprio per questo, nel 1994, Leonard inizia a provare dei rimorsi: “C’è stata un’unica indiscrezione, nella mia vita professionale, di cui mi rammarico profondamente“, ha detto alla BBC, “perché ho associato il nome di una donna a una canzone e non mi è mai piaciuto l’approccio da spogliatoio a queste cose. Non ho mai parlato in termini concreti di una donna con cui ho avuto rapporti intimi, non so quando è iniziato, ma da allora mi sento molto male per questo. Mi dispiace molto per questa indiscrezione , e se c’è un modo per chiedere scusa ai fantasmi, voglio scusarmi adesso”.

Ma se Janis joplin avesse potuto ascoltare Chelsea Hotel #2, forse, lei non ne avrebbe sentito il bisogno.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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