Opera ubiqua, La Giostra. Foto di Andrea Menghini
Opera ubiqua, La Giostra. Foto di Andrea Menghini

Collinarea Festival 2026 si conclude con l’Opera ubiqua La Giostra incontro contemporaneo tra Lo Schiaccianoci e Pagliacci messo in scena con la sua prima nazionale lo scorso 31 luglio e in replica il giorno seguente. Scritta e diretta da Loris Seghizzi, anche co-direttore artistico insieme a Mirco Mencacci, l’opera si è dislocata fra tre palchi allestiti all’interno del borgo, grazie allo strumento tecnologico “Connessioni”, che si pone al servizio di performance multimediali in ambienti urbani connessi tra loro.

Nello spettacolo Safi (Safi Mencacci), una ragazza di 14 anni, arriva a Lari con Milo (Milo Seghizzi), il fratellino di dieci anni, e i genitori per assistere a uno spettacolo “ubiquo” tratto da Pagliacci, la celeberrima opera di Leoncavallo. Safi però non ha voglia di essere lì, e non riesce a smettere di pensare a un videogioco, ispirato alla storia de Lo Schiaccianoci e del Re dei topi di E. T. A. Hoffmann, di cui non riesce a superare un livello complesso. Come presa da un sonno simile a un incantesimo, si addormenta all’inizio di Pagliacci e si ritrova dentro il suo game, da lì le due narrazioni iniziano a scorrere in parallelo in un’esperienza capace di fondere la presenza del corpo dell’attore e la tecnologia in grado di mostrare diversi momenti in contemporanea.

Abbiamo fatto qualche domanda al regista e ai due giovanissimi interpreti.

Loris Seghizzi: “Lo spettacolo vuole raccontare che non c’è strumento più forte della nostra immaginazione”

Come si è collocato il gran finale, La Giostra, nel percorso portato avanti con Collinarea?

La Giostra è messa alla fine proprio perché è il sunto di tutto quello che viene realizzato prima. Facendo un passo indietro, tutto l’anno si lavora su vari progetti connessi tra loro, dai laboratori che facciamo sia nel teatro che nelle scuole, alle produzioni che non hanno a che fare con il festival ma solo con la compagnia, le ricerche, l’ospitalità, le residenze. Il festival diventa una vetrina di tutta una serie di progetti. E La Giostra in questo caso, l’opera ubiqua, diventa il momento in cui tutto viene messo insieme raccogliendo un ingrediente di ogni progetto.

Che tipo di esperienza è per lo spettatore uno spettacolo realizzato all’aperto con più location?

È un po’ l’espansione del concetto pirandelliano, se vogliamo, del concetto teatrale di un certo tipo; quando parliamo di metateatro e di verità che entra in scena, spesso ci affidiamo alle storie, che realmente accadono o che viviamo e che poi vengono trasposte. In questo caso allarghiamo il campo al flusso di coscienza, e allo strumento tecnologico Connessioni. Questo in teatro non è spesso realizzabile, ed è ciò che mi ha sempre stuzzicato: se volessi rappresentare allo stesso tempo Romeo e Giulietta che si corteggiano e frate Lorenzo e la nutrice che stanno parlando di questo avvenimento, come potrei fare? Potrei metterlo su un palco, dividendo la scena, però poi ci sarebbero due scene sullo stesso palco da guardare a seconda dello spostamento delle luci. Se invece come spettatore avessi anche la possibilità di ascoltarlo e di avere una sorta di vignetta che mi dice che sta succedendo esattamente e contemporaneamente, come nella nostra immaginazione, che cosa succederebbe? Ed questo che succede.

Quindi è la tecnologia che dialoga anche con la percezione?

Sì, perché la tecnologia in questo caso non fa delle cose rispetto a quelle che si vedono normalmente in teatro chissà quanto diverse. Abbiamo delle proiezioni, dei suoni, poi è logico più belle sono le proiezioni, migliore è la qualità, migliore il suono e meglio è il risultato. Ma in questo caso la tecnologia ci aiuta a tenere insieme i mondi diversi, fondamentalmente. Chi guarda sperimenta una sorta di immersività che normalmente a teatro non si riesce a vivere. È proprio il caso di dirlo, è un termine fin troppo utilizzato, ma in questo caso è così.

Anche la location è fondamentale, perché probabilmente in un altro luogo non sarebbe la stessa cosa.

La cosa stimolante è che ogni luogo devi capire come usarlo. Non lo devi trasformare, anzi, devi proprio usarlo così com’è. In questo caso con La Giostra, dove Pagliacci di Leoncavallo si sovrappone allo Schiaccianoci di Hoffmann, l’opera verista parla di un avvenimento realmente accaduto, ovvero l’arrivo di una compagnia di giro in un in un paese, un luogo dove è stata più volte.

Lari è un paese, e arriva una compagnia di giro, è quello che devo fare non è trasformare il paese, ma viverlo, quindi l’architettura naturale diventa la scenografia, con le luci lo devo valorizzare, col mapping devo usare le superfici di cui dispongo.

Oltre a Pagliacci e Schiaccianoci, c’è anche la dimensione del videogioco. Quindi sembra proprio un’opera che parla alla generazione dei due attori protagonisti, Safi Mencacci e Milo Seghizzi.

Assolutamente. Se c’è un difetto che ha l’opera è che non è seguita sufficientemente dai giovani purtroppo. Ma non è colpa loro. Come quando si parla di tecnologia, io sono totalmente contrario al concetto di rifuggirla, e chi insiste col dire che questi ragazzi stanno sempre attaccati al telefono non si rendono conto che c’è un tempo per tutto. Non ho niente contro il progresso purché tutto venga utilizzato in un tentativo di armonizzazione con quello che si fa.

Lo spettacolo vuole raccontare che non c’è strumento più forte della nostra immaginazione, della nostra mente, per fuggire da quello che non ci piace o per nasconderci, e lo Schiaccianoci è per me il soggetto perfetto, e spero che qualcuno prima o poi ci basi un videogame, perché se immagino i personaggi della storia all’interno di un videogioco, con tutta la questione dell’affrontare le proprie paure, lo trovo veramente uno spunto fantastico.

Ho preso la storia di Hoffmann, e mi sono immaginato questa ragazzina di 14 anni che passa, come tanti della sua età, gran parte del suo tempo a giocare al suo videogame nel tentativo ossessivo di passare un livello complicatissimo. Viene costretta dai genitori ad andare a teatro per vedere un’opera, mentre lei vorrebbe solo andare avanti con il suo gioco. Si addormenta proprio sul prologo, sull’inizio dell’opera, e sappiamo cosa fa la nostra mente quando si va dormiveglia: realtà e immaginazione si confondono, quando sogniamo abbiamo il potere di esplorare mondi sconosciuti, e quindi tutto lo spettacolo gioca su questi livelli tra ciò che è visto in tempo reale, ciò che è immaginato nel dormiveglia e ciò che è sognato.

L’opera, ma in generale il teatro, sembra quasi che non si voglia dare ai giovani, rimanendo chiuso alla partecipazione di chi è più giovane.

Noi qui abbiamo un laboratorio con tantissimi ragazzi, tantissimi bambini. Molti hanno cominciato a fare teatro, ne abbiamo scritturati una cinquantina negli ultimi 3-4 anni. Dai laboratori, quelli che hanno più voglia di continuare, entrano nelle produzioni, qualcuno viene in giro con noi, sempre assunti e pagati, non sfruttati. Proprio due anni fa costruimmo uno spettacolo soltanto con 6 ragazzi usciti dalla mia scuola, che si chiama Scuola di Teatro del metodo e pensiero, dove insegno anche che senso ha fare teatro in un sistema come questo.

Mio padre, che è morto quando io ero ragazzino, avevo 12 anni, mi ha insegnato che quando si va in scena, “Si fa con quel che c’è”. Se abbiamo il teatro lo facciamo, ma anche se abbiamo una piazza, una cantina. Noi siamo stati, siamo questo festival, che ha 28 anni, l’attività teatrale qui è ripartita una trentina d’anni fa, quando io ero molto molto giovane. Per 24 anni, 23 anni non abbiamo preso un centesimo né dal Ministero né dalla Regione. Poi è arrivato il tempo in cui c’è stata l’occasione di fare la domanda, l’abbiamo presentata ottenendo un punteggio altissimo. Ora che ci sono stati dei tagli, penso che qualcuno abbia fatto bene a tagliare, perché se non si è in grado di fare senza ricevere fondi, c’è un problema alla base. Noi l’abbiamo sempre fatto e lo rifaremo.

Loris Seghizzi, foto di Andrea Menghini

Gli interpreti Safi Mencacci e Milo Seghizzi

Rispettivamente 14 e 10 anni, figli d’arte (Safi di Mirco Mencacci e Milo di Loris Seghizzi) e immersi sin da piccolissimi in un tessuto artistico continuamente in fermento, Safi e Milo sono i protagonisti di una rilettura contemporanea che parla di sogni e paure. Ma l’idea di recitare sotto a un cielo stellato invece che in un teatro non li preoccupa: «Degli spettacoli in teatro li ho già fatti, e anche all’aperto, qui con la Butterfly, e sì è diverso, e anzi mi trovo molto meglio qui che sul palco, perché sento il pubblico più vicino e capisco meglio i miei movimenti» racconta il giovanissimo Milo.

Continua Safi: «Sono cresciuta qui, e abituata da sempre a vedere l’Opera ubiqua, ma gli anni scorsi facevo parte del coro, quindi è la prima volta che recito come protagonista, non è una cosa che mi ha agitato, perché amo il teatro ed è quello che vorrei continuare a fare».

La Giostra, Lari. Foto di Carla Meoli

Cosa sapere su Collinarea Festival

Collinarea Festival è organizzato da Sartoria Caronte con il sostegno di Ministero della CulturaRegione Toscana, Comune di Casciana Terme Lari, Comune di PontederaFondazione Pisa e Confcommercio Pisa con la compartecipazione di Camera di Commercio Toscana Nord-Ovest – Terre di Pisa. Info e programma Festival: www.collinarea.it

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.