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Angeli, demoni e morale nel crime made in USA: Lucifer & Co.

Lucifer, Netflix - CREDITS: Netlfix

Subisco anche io, come molti, il fascino di Tom Ellis e del suo Lucifer. C’è una cosa però che ogni volta mi convince sempre meno di questa serie Netflix, nata Fox, e si tratta del suo dualismo morale. A dire il vero è una caratteristica che si ritrova facilmente in molte serie crime/romance a cui nel tempo mi sono appassionata e che proverò a mettere insieme in questo articolo seguendo un filo comune.

Lucifer, Bones e The Mentalist

Lucifer, Bones e The Mentalist, in particolare, sono le serie che, anche per caso, ho visto più volte negli anni e che, seguendo uno stesso genere, presentano tutte una struttura molto simile. Ogni puntata segue gli sviluppi di un’indagine portata avanti da squadre coese e differenziate al loro interno, in base alle capacità individuali. In ogni gruppo, sistematicamente, nasce almeno una relazione ma quella più rilevante, ovviamente, è fra i protagonisti. Lucifer e Chloe, Booth e Bones, Jane e Lisbon, queste sono le tre coppie che seguono in ognuna delle serie lo stesso altalenante percorso di attrazione, avvicinamenti e allontanamenti.

La caratteristica che tuttavia mi preme sottolineare è che in ognuna di queste coppie c’è sempre un personaggio che incarna in un certo senso la vecchia e salda rettitudine morale statunitense e un personaggio che la scardina totalmente

Per capirci meglio, per morale statunitense intendo quell’insieme indigesto di ideali che spesso l’industria dell’entertainment cerca di far passare come universali. Una morale a tratti  pruriginosa, cristiana puritana e manichea. Quella che crea insomma l’ideale dell’eroe positivo americano. Chloe, Lisbon e Booth appartengono chiaramente a questa categoria. Ligi al dovere, incorruttibili e fondamentalmente rigidi, intransigenti nel modo di pensare e agire. I loro partner intervengono a ribaltare la prospettiva generale della serie, in modi molto differenti.

Lucifer, l’allegoria didascalica

Vi è una distinzione da fare tra le prime tre stagioni di Lucifer e il resto. La serie è stata infatti ideata e sviluppata dentro il contesto conservatore e generalista della televisione tradizionale statunitense. La Fox, emittente iniziale della serie, è appunto nota per essere una delle emittenti più conservatrici del panorama internazionale. Una storia di angeli e demoni non poteva che essere rappresentata quindi in termini di dualismo irriducibile e didascalico. L’idea iniziale, soprattutto nella prima stagione è infatti quella di contrapporre Amenadiel e Mazikeen come incarnazioni del bene e del male. Nell’ottica del cristianesimo protestante, tuttavia, Lucifer rimane al di là e al di sopra di essi, potendo agire solo di conseguenza al libero arbitrio umano.

Ogni scelta porta a una conseguenza, ogni cattiva scelta a una punizione. Lucifer non è altro che l’allegoria sovrannaturale del principio del Law & Order. Non a caso decide di collaborare con la polizia per catturare i cattivi. Sono poche le sfumature della complessità umana messe in gioco dai personaggi e spesso hanno a che fare solo con la sfera dei sentimenti. La detective Chloe, anima pura, è appunto l’unica persona in grado di umanizzare Lucifer, se mai fosse necessario.

Bones e Booth, scontro frontale

Bones – CREDITS : Fox

Lucifer stesso, in una puntata (3×20) fa riferimento alla mitica coppia costituita da Booth e Bones nella celebre serie, sempre della Fox. Il parallelismo è evidente, anche se ribaltato nel genere. Ancora una volta viene tirata in ballo la morale e la spiritualità, ma in questa coppia il dualismo è basato soprattutto su un altro aspetto essenziale dell’identità bianca statunitense: la fede. Seeley Booth, eroico agente dell’FBI, ex cecchino in guerra, mantiene in tutte le (dodici) stagioni un’etica ferrea ed espressamente cattolica.

La sua visione del mondo, molto rigida, si scontra e collide con l’opposta rigidità di Temperance Brennan (Bones). Dottoressa forense, atea, mente scientifica e pragmatica, è un personaggio a cui il pubblico statunitense non è abituato, per questo rappresentato come un’anomalia. È l’unico personaggio con cui infatti nelle prime stagioni è quasi impossibile stabilire un rapporto empatico, fino a quando non intervengono, anche qui, i sentimenti a umanizzarla, a renderla cioè in questo caso più simile agli stereotipi che ci si aspetta. In un certo senso, quindi, Booth domina la personalità eccentrica di Bones, riportando l’equilibrio verso quella moralità nazionale che lui incarna e che la Fox in fondo vuole perpetrare. Perdendo così l’occasione di mantenere un bel personaggio femminile.

Patrick Jane, mistero e logica

The Mentalist – CREDITS: CBS

Molto diversa, invece, è la percezione di The Mentalist, che appartiene anche a una diversa emittente, la CBS. Il motivo per cui inserisco Patrick Jane in questo discorso, tuttavia, è perché mi ricorda immediatamente il personaggio di Lucifer. Anche lui affascinante e bizzarro, è in più un uomo profondamente traumatizzato. Queste caratteristiche gli permettono di aggirare spesso le basilari convenzioni sociali. La serie, inoltre, a partire dal titolo, allude continuamente a presunti poteri psichici del protagonista, scontrandosi poi ogni volta, invece, con una logica ferrea e deduzioni degne di Sherlock Holmes. L’incontro/scontro con Teresa Lisbon in The Mentalist è decisamente più ridotto rispetto agli esempi precedenti.

La sua funzione, ancora una volta, è quella di riportare il protagonista a uno stato di normalità attraverso i sentimenti e le relazioni. Non incide però in maniera eccessiva nel corso dell’intera serie, lasciando che il personaggio di Jane si sviluppi in tutta la sua complessità e le sue molteplici ombre. A differenza di Lucifer, infatti, non si avvicina alle forze di polizia per aiutare a mantenere l’ordine o per punire i cattivi. Lo fa per interesse personale, per vendetta e per senso di colpa, lasciando anche molti dubbi sulle reali intenzioni che muovono le sue azioni.

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Tag:, , Last modified: 21 Agosto 2020
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