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Luigi Tenco, il “suicidato della società”

Signore e signori, buonasera. Diamo inizio alla seconda serata del Festival di Sanremo con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera per presentare le canzoni è con me Renata Mauri. Allora Renata chi è il primo cantante di questa sera?

Quel 28 gennaio del 1967 ci volle tutta la disumana professionalità di Mike Buongiorno per far proseguire lo spettacolo. Uno spettacolo che non poteva più essere lo stesso dopo quello che era successo durante la notte. E che, tuttavia, doveva proseguire. 

Anche se, da quel momento in poi, il Festival diventerà un incredibile spettacolo dell’assurdo, dove ogni canzone cantata, ogni parola pronunciata, rovescerà il suo senso in funzione di quel “triste evento”.

Perché, d’altronde, seppure quel tremendo, meschino pudore moralista impedisca perfino di pronunciare il suo nome, il colpo di pistola che ha ucciso Luigi Tenco echeggia nelle orecchie di tutti. E non c’è nota, melodia o canto che non si faccia ridicolo di fronte ad esso.

Suicidarsi per una canzone?

C’è poco da scrivere su Luigi Tenco.

È inutile mentire: se quel colpo di pistola non lo avesse ucciso sotto i riflettori di Sanremo, se non si dibattesse ancora sulla sua morte, se non ci fosse ancora il dubbio di un suicidio o di un omicidio, avrebbero parlato soltanto le sue canzoni.

Era quello che voleva, da sempre. Forse per questo ancora si stenta a credere alla  versione ufficiale: suicida perché la sua canzone non aveva superato il giudizio della giuria.

Era un artista incredibilmente coerente. Ma non un pazzo. “Canterò finché avrò qualcosa da dire, sapendo che c’è qualcuno che mi sta a sentire e applaude, non soltanto perché gli piace la mia voce, ma perché è d’accordo con il contenuto delle mie canzoni”  dichiarò una volta in un’intervista. Che poi concluse così:  “E quando nessuno vorrà più ascoltarmi continuerò a cantare allo specchio facendomi la barba. Ma potrò continuare a guardarmi nello specchio senza avvertire il disprezzo per quello che vedo“.

Luigi Tenco – Credits: web

Un artista contro

Tenco non nasce a Genova, ma ce l’ha nello spirito. Perché è la città in cui cresce e diventa artista, entrando a far parte di un gruppo di amici, prima ancora che di musicisti. Da Pietro Ciampi a Bruno Lauzi, da Gino Paoli a Sergio Endrigo, passando per Paolo Conte e Fabrizio De André: musicisti raffinati, artisti che suonano per passione, come un bisogno esistenziale

Una generazione fenomenale che alla fine degli anni ‘50 si trasferisce in massa a Milano. A radunarli sono due amici d’infanzia di Tenco e compagni, i fratelli genovesi Reverberi, arrangiatori alla Ricordi. Hanno un obiettivo: creare un gruppo ispirato alla canzone francese che dia una svolta alla musica italiana.

Tenco è al centro di questo progetto e la musica, che fino ad allora era un gioco, diventa qualcosa di più: un mezzo di espressione delle proprie idee. 

Qualcosa che allora, in Italia, proprio non era e non poteva essere, dato l’occhio censore della Democrazia Cristiana

Per questo, dei suoi primi album pubblicati soltanto il primo porta il suo vero nome. Gli altri escono con vari pseudonimi che tentano di mascherare il militante del Partito socialista, già iscritto nelle liste nere dei servizi segreti italiani. 

Eppure la sua idea non è semplicemente politica, ma esistenziale. Un artista contro le mode e le convenzioni, fin da subito incapace di sottomettere la propria musica a qualsiasi compromesso.

Un cantante vero non può accettarle mode“, dice in un’intervista, “non basta comporre un tango perché è il momento del tango. Se si fa è perché si è convinti che si sta scrivendo il miglior tango possibile“.

L’impercettibile stonatura della rivoluzione sociale

Tenco è un musicista in anticipo sul ’68 e sugli anni ’70: il perfetto archetipo del cantautore militante. Scrive con una intelligente ferocia, colpendo la società nelle sue più salde convinzioni, ma lo fa parlando il suo linguaggio, quello della musica leggera, in modo che arrivi a tutti.

Le sue parole e le sue melodie avevano una bellezza tale da sedurre. Uno dei primi a capirlo fu il suo amico De André: molto spesso le cantava alle donne per irretirle, giurando fossero sue. 

Ma la grande capacità di Tenco sta nell’inserire in esse un’impercettibile nota stonata rispetto alle convenzioni che gli permette di spazzarle radicalmente:

Mi sono innamorato di te

Perché non avevo niente da fare.

Dopotutto, Tenco non è la voce di una generazione, ma di una intera società che soffre nella costrizione di un moralismo che pretende immobilità rispetto ai tempi che corrono rapidi. Le sue canzoni parlano di guerra, noia, insoddisfazione, relazioni stanche: di realtà, e mai di speranze illusorie. Come dice lui stesso: “Noi che viviamo nella pace non vogliamo sperare, ma preferiamo lottare su una trincea di belle e significative note“.

Un poeta maledetto

Eppure quello che arriva a noi, a più di mezzo secolo di distanza dalla sua morte, è la figura di un cantante intimista, misterioso, tormentato da un malessere esistenziale endemico.

Luigi Tenco - credits: via web
Luigi Tenco – credits: via web

Tenco è un artista che crede profondamente in quello che fa e, per questo, non può limitarsi mai dal metterci dentro tutto se stesso, tutta la sua passione, la sua forza e la sua meravigliosa fragilità.

Lo possiamo sentire in maniera nitida attraverso quella sua voce che, spesso, dice col suo timbro molto più di quanto riescano a dire le parole. Attraverso quelle corde vocali capaci di inasprirsi di amarezza, tremare di tristezza e acuirsi di indignazione.

Lo possiamo sentire attraverso l’espressione fisica di quel petto che si gonfia di una rabbia che, si sente, sta per esplodere in un pianto.

Forse è proprio questa sua straordinaria sensibilità a trasmettere a noi, oggi, l’immagine di Tenco come un poeta maledetto, più che della voce di una rivoluzione sociale.

Un uomo fragile con una congenita inadattabilità alla vita che ha cercato di lenire con alcol, calmanti e droghe, o con la passione per le donne e per il gioco.

Una figura perfetta per un destino tragico. Un personaggio tratteggiato alla perfezione per quel colpo di pistola.

Un dubbio epilogo

Tutto, infatti, riporta a quella strana, fatidica notte. Ogni suo gesto viene ricostruito come una giustificazione di quello finale, definitivo, quello che viene derubricato come suicidio.

Si dice che Tenco stia mettendo in gioco la sua carriera con l’esibizione a Sanremo. Si presenta con una canzone antimilitarista, “Ciao amore ciao“, che ha appositamente modificato per evitare la censura del Festival, trasformandola in una canzone d’amore e migrazione. Per la prima volta, Luigi Tenco sacrifica la propria coerenza, accettando un compromesso.

Poi ci sono le liti in camerino con Dalida, amante e interprete insieme a lui del brano: Tenco le chiede con forza un’esibizione emozionale. Ci tiene tantissimo.

E ancora le difficoltà di Mike Buongiorno per farlo uscire sul palco, indeciso fino all’ultimo se cantare o meno, e quella frase detta al presentatore: “Dopo questa esibizione chiudo con la musica leggera“.

Ci sono le sue pupille dilatate di fronte a quelle telecamere che gli chiedevano di superare la timidezza, lui abituato a cantare con gli occhi chiusi. 

E poi c’è il tavolo da biliardo dietro al palco sul quale si addormenta stremato dopo l’esibizione.

E poi ancora altri litigi con Dalida dietro le quinte, la rabbia verso tutti, le accuse di complotto alla giuria, l’alcol ingerito a bottiglie, i calmanti. E infine la fuga in albergo, solo

Il tutto sullo sfondo della notizia della stroncatura del suo brano da parte della giuria.

Poi quel colpo di pistola.

E la storia, così scontata, improvvisamente si complica. 

Perché il suo vicino di stanza, Lucio Dalla non ha sentito alcuno sparo. Perché la prima trovare il suo corpo, Dalida, viene fatta estradare in fretta e furia in Francia. Perché proprio lei, tempo dopo, si accorge di avere il biglietto di addio di Tenco nel quale giustifica elementarmente il suo suicidio con il fallimento del suo brano

Perché la scena viene inquinata da centinaia di testimoni e curiosi corsi nella stanza. 

Perché il corpo viene portato immediatamente in obitorio, senza analizzare la scena, e riportato di corsa indietro, ridisposto come non era in precedenza

Perché non viene mai trovato il proiettile, nemmeno a distanza di 50 anni quando viene riaperto il caso e riesumato il corpo. Perché, in quella riesumazione, vengono trovate tracce di colluttazione sul suo corpo

Luigi Tenco – Credits: web

Un epilogo certo

Qualunque cosa sia successa quella notte, Luigi Tenco è morto.

Sanremo è proseguito cercando di ignorarlo, ma quando Dalla ha dovuto cantare il suo pezzo in concorso, anche il più meschino dei produttori deve aver sentito un brivido: “Bisogna saper perdere“, era il titolo.

Al suo funerale pochissimi suoi colleghi hanno trovato il coraggio di andare

Forse perché ancora sotto shock, forse perché quella frettolosa ricostruzione dei fatti, allora, poneva pochi dubbi e li aveva storditi, convincendoli e accecandoli anche di fronte alle sue parole, così difficili da equivocare: “Credo che un uomo debba essere interamente quello che vuole essere. L’importante è sapere cosa si vuole. E io lo so“.

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Tag:, , , Last modified: 31 Gennaio 2021
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