Written by 15:00 Film, Reviews • 4 Comments

“Mank”: un omaggio al cinema dal cinema – Netflix

Mank, David Fincher 2020 - Credits: Netflix

Troppo spesso i film vengono considerati proprietà esclusiva del regista. Se ci si pensa, si dice sempre “il film di…” menzionando chi lo ha diretto, trascurando tutto quel gruppo di persone che ha contribuito alla realizzazione dell’opera. E una delle categorie più trascurate dai più è senza dubbio quella degli sceneggiatori.

Ciò che spesso si ignora è che gli sceneggiatori realizzano buona parte del lavoro: inventano la storia, costruiscono i personaggi, inseriscono istruzioni per quanto riguarda dialoghi, inquadrature, ambientazioni. Eppure, si considera come padre del film sempre e solo il regista. Certo, sono molti i registi che contribuiscono anche alla stesura della sceneggiatura ma è importante ricordare che non sono gli unici fautori del cinema. E Mank è un film che serve a ricordarci proprio questo. 

Mank è un film che parla di cinema

Il film, infatti, è incentrato sulla figura di Herman J. Mankiewicz, Mank, per gli amici (Gary Oldman), ingaggiato da Orson Welles (Tom Burke) in persona per la stesura di Quarto Potere. Ossia uno dei film pilastro della storia del cinema. Mank percorre il travagliato percorso che ha portato alla realizzazione di una sceneggiatura mitica, che deve molto alle personali esperienze dell’autore, raccontate allo spettatore attraverso continui flashback.

Si scopre così che la vita privata e lavorativa di Herman è stata molto influenzata da William R. Hearst (Charles Dance), magnate della stampa, e dal suo rapporto con Louis B. Meyer, capo della casa di produzione MGM. È proprio all’ingombrante figura di Hearst che Mank si ispira per Kane. Il protagonista del suo film è un “moderno Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento”, come lui stesso lo definisce. Ed è così che lo sceneggiatore realizza un’opera graffiante, cruda, che attacca una delle personalità di maggior spicco di tutti gli Stati Uniti, chiamando in causa anche la sua amante ufficiale, Marion Davies (Amanda Seyfried). 

Amanda Seyfried e Gary Oldman, Mank (David Fincher, 2020) – Credits: Netflix

L’effetto nostalgia degli anni Quaranta

Mank punta chiaramente sulla ricerca dell’effetto nostalgia. Fincher ha sempre dimostrato di essere un abile conoscitore delle tecniche cinematografiche e ha sempre piegato il suo virtuosismo al servizio dei contenuti. Ma qui il regista supera sé stesso, realizzando un film che richiama persino esteticamente le pellicole degli anni Quaranta.

La ricostruzione storica accuratissima, non solo per quanto riguarda trucco e acconciature, ma anche per l’uso del bianco e nero, della luce e del sonoro. Eppure, Fincher ancora una volta fa ricorso all’artificio: il film non è stato girato in pellicola, ma in digitale. Tutto, in realtà, è finto: le famose “bruciature di sigaretta”, quei pallini scuri caratteristici dei film di quegli anni (dovuti ai tagli impressi sulla pellicola di celluloide) altro non sono che finzione.

Il regista, come fa sempre in tutti i suoi film, realizza una macchina tanto perfetta quanto fittizia, asservita al puro e semplice amore per il cinema. Già solo questo richiamo alle pellicole della gloriosa, “Vecchia Hollywood” non può che attrarre i cinefili. Così come la sequenza in cui vengono mostrate le riprese di un film della MGM, che assume una valenza quasi documentaristica. Mank ci riporta indietro nel tempo, nella gloriosa Hollywood dominata dallo strapotere dei produttori cinematografici come Irving Thalberg, protagonista indiscusso del cinema di quegli anni.

Mank è un film che strizza l’occhio ai cinefili

Tutto, in questo film, è accuratamente studiato per poter essere apprezzato da un pubblico specifico. Oltre ai virtuosismi tecnici già nominati, abbiamo la presenza di diverse figure che hanno fatto la storia del cinema americano, come, appunto, Louis B. Meyer, Irving Thalberg, o lo stesso Welles. Per un amante del cinema è indubbiamente piacevole osservare i grandi di Hollywood al lavoro, nel loro “habitat naturale”, quasi come se stessero partecipando a una sorta di bizzarro safari, o fossero in visita a un museo delle cere. Con la differenza che qui i personaggi sono pieni di vita, parlano e interagiscono fra loro, dando vita a una storia avvincente e affascinante. 

A questo si aggiungono le straordinarie performance degli attori: uno su tutti, Gary Oldman. Un attore di primo livello che ha fatto suo un ruolo complesso e sfaccettato come quello di Mank. A lui si aggiungono Charles Dance e Tom Burke, che compaiono per poco tempo, considerata la durata complessiva del film. Eppure, la loro carismatica presenza aleggia su tutta la narrazione. La loro recitazione è così potente da far sperare al pubblico che compaiano in scena più spesso di quanto non facciano in realtà. Stupisce molto anche l’interpretazione di Amanda Seyfried. Nota più per ruoli di poco rilievo in commedie romantiche (anche se la sua è una ricca filmografia), qui stupisce dando vita a un personaggio dalla complicata psicologia, fragile e tormentato.

Amanda Seyfried in Mank – Credits: Netflix

Marion è una donna che accetta il peso di una relazione non ufficiale con un uomo potente e molto più vecchio di lei. È Hearst che di fatto le garantisce una brillante carriera a Hollywood, finanziando i suoi film e lei sente il peso di questa responsabilità. Come lo stesso Mank afferma, è una donna più intelligente di quanto voglia far credere in realtà, dietro un viso angelico dagli occhi grandi e ingenui. E nonostante la relazione fra lei e Hearst possa sembrare chiaramente interessata, lei lo ama davvero. Ed è disposta a molto pur di compiacerlo. Anche umiliarsi davanti a Mank, dopo anni di silenzio, per impedirgli di rendere nota una sceneggiatura troppo intima e compromettente. 

Mank è tutto questo e anche di più

Mank, come accennato, è un film che dà risalto alla troppo trascurata figura dello sceneggiatore. E lo fa in grande, scegliendo un personaggio già di per sé troppo ignorato nella storia del cinema.

Molti cinefili conoscono Joseph Mankiewicz, fratello minore del nostro Mank, che, guarda caso, è stato anche regista. Di Herman, invece, i più conoscono poco, proprio perché è sempre stato lontano dalle luci della ribalta. Si è limitato a scrivere sceneggiature o a curare l’ultima stesura di quelle altrui. Quarto Potere è senza dubbio il suo capolavoro, ma nonostante questo tutti associano il film a Welles e ne attribuiscono a lui l’intera paternità.

Tom Burke e Gary Oldman, Mank - Credits: Netflix
Tom Burke e Gary Oldman, Mank – Credits: Netflix

Eppure, Mank ha messo molto di sé e delle sue personali esperienze in questo film straordinario, disegnando lo spietato ritratto di un uomo che, nella sua epoca, è stato fin troppo influente (e riconoscibile). E ora, a distanza di più di settant’anni, l’opera viene restituita a uno dei suoi creatori. Non l’unico, certo, ma è giusto ricordare una cosa: se Orson Welles è stato il padre di Quarto Potere, Mankiewicz è stato sua madre. 

Continua a seguire FRAMED anche su Facebook e Instagram.

(Visited 58 times, 1 visits today)
Tag:, , , Last modified: 21 Dicembre 2020
Close