Marcel! Jasmine Trinca 2022

Non ci ho capito molto di Marcel! (2022), il film d’esordio alla regia, presentato nella sezione Séances spéciales di Cannes, dell’attrice morettiana Jasmine Trinca – la ricordiamo sempre a Cannes, ma vent’anni or sono, al suo esordio come attrice, che stringe la Palma d’oro vinta per La stanza del figlio da Nanni Moretti. 

O meglio, alcune porzioni di senso mi sfuggono, ieri mentre lo guardavo e ora che ci ripenso, queste due brevi orette – forse meno, un’ora e mezzo, non di più – di strani silenzi carichi di rumore e di energie, di spazi dilatati, vuoti, ieratici, di colori bruciati dal sole, dal sogno. Alba Rohrwacher dà voce e corpo a quelli che sono i ricordi di Jasmine bambina, quindi un vissuto autobiografico, personale, viscerale, soprattutto in relazione alla madre, e poi alla famiglia e come filo per unire e incasinare tutto, l’arte e il potere taumaturgico della creazione artistica e della spontaneità. 

Le fotografie che fanno affiorare la memoria

“[L’idea per il film] – racconta Trinca – parte da una fotografia. Ritraeva mia madre che mi teneva per mano sul ciglio di un bosco. Dietro di noi un paesaggio assolato, ma davanti? Il colore di quella foto lo avrei definito il colore della memoria. Non della nostalgia, come una foto a colori virata seppia, ma proprio un colore indefinibile e sfumato, bruciato dal sole, appena attraversato e ispirato dalla ‘selva oscura’ pronta ad accogliere e proteggere quel passo a due.”

Un passo a due tra una madre e una figlia che sembrano la stessa persona – i loro riflessi hanno la stessa luce: le stesse idiosincrasie, birichinate, afflati poetici, paure, comportamenti veri e propri, gesti. Forse nella bambina, impersonata da una bravissima Maayane Conti, con ancora più silenzio e rarefazione, una costante incomprensione vigile, indomita, insonne (“Non dormi mai”, le dirà Alba, la madre, che non ha nome, se non per la sua funzione biologica e culturale di “madre” proprio come tutti gli altri personaggi tranne Marcel). 

Le madri e le figlie dell’incubo

Alba (la Madre) e Maayane (la Figlia) – che grazie a questo escamotage dell’assenza del nome forse riescono a restare ancor più persone che personaggi, o forse ancor meno personaggi che persone – vivono insieme con il cane Marcel su cui e con cui Alba ha costruito il suo spettacolo di strada, con cui si esibisce come in un vaudeville felliniano e straniante, mentre la figlia la guarda ammirata e un po’ invidiosa: tutti guardano solo lei.

Alba è infatti magnetica attrice, autrice, artista di strada. A un certo punto però Marcel muore e le due “donne” non riescono a lasciarlo andare, che sia per amore come per la Madre, o per odio, come per la Figlia, che “invidiava” a Marcel il ruolo di comprimario sulla scena. A questo punto è Maayane che diventa Marcel perché lo spettacolo rimane “Toujours Marcel” (“La morte non esiste” come insegnava Libero De Rienzo) e da qui il film inizia ad assumere toni via via più surreali. 

Tra sogno e realtà

“Tra sogno e realtà. È qui che si situa questo film. Una rielaborazione fiabesca o meglio favolistica del vissuto, cercando di comprenderlo, esorcizzarlo, renderlo universale. Panni sporchi che non si lavano in casa ma che diventano bandiere da sventolare, inni programmatici: “All’arte si deve la vita”, prosegue Trinca.

Il potere taumaturgico dell’arte, della creazione artistica, della spontaneità, che in Alba/Madre è fatto di spinte con le mani a eviscerarsi da dentro il dolore, durante il suo spettacolo – che vincerà un premio di strada di cui la donna terrà nostalgicamente un ritaglio di giornale – di grida, di tensione fisica e calze rosse che ricordano le calze verdi della bellissima Irma di wilderiana memoria. E in Maayane/Figlia è il potere racchiuso nel sassofono, che è quasi più grande di lei, nel suo corpo esilissimo di bambina che lo tiene dietro la schiena come un arco, o forse come ali per volare via, se non si dovesse stare sempre così vigili. Entrambe attentə a non soffrire di nuovo, perché il mondo è cattivo e Marcel era il bastardino di suo padre morto.

Being My Mum

Being My Mum girato due anni fa dalla Trinca è il cortometraggio da cui prende spunto Marcel! che a Cannes è stato applaudito e recensito con favore e arriva ora nella sale italiane a partire dal 1° giugno. Una crew quasi interamente femminile e un cast pieno di cammei illustri: Giuseppe Cederna, Giovanna Ralli, Valentina Cervi, Valeria Golino, Paola Cortellesi, Umberto Orsini. È stato girato tra il quartiere romano di Testaccio e la campagna della Tuscia poco distante, eppure dall’aria così remota. Spazi dilatati, vuoti, ieratici, di colori bruciati dal sole, dal sogno, rotti dai rumori di voce di Alba e dai pianti al colore di sax di Maayane.

Per me: super super consigliato.

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Al cinema come nella vita non credo esistano cattive storie, ma solo storie raccontate male, per questo preferisco ormai la rarefazione dei linguaggi, la sperimentazione, la visionarietà. Sarei felice che la video-arte entrasse nelle multisale, magari passando per Bill Viola e Studio Azzurro. Nel cinema europeo il mio epitome è Fassbinder, nel cinema USA mi hanno conquistato i road movies (e Wenders). Se dovessi descrivermi in una parola direi… una parola forse non è abbastanza. Blu.

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