Marco Tullio Giordana, Courtesy of MoliseCinema
Marco Tullio Giordana, Courtesy of MoliseCinema

Ospite alla 23ª edizione di MoliseCinema, il regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana ha introdotto la proiezione speciale de La vita accanto (2024), il film da lui diretto che vede nel cast Sonia Bergamasco (anche lei ospite di MoliseCinema), Paolo Pierobon e Valentina Bellè, e che è tratto dal romanzo di Maria Pia Veladiano.

Un’opera in cui la musica e lo sguardo (nostro e degli altri) sono protagonisti e regolano le sorti dei personaggi, i quali sono prigionieri nelle loro case, in una città che li osserva, nelle loro mancanze.

Come ti sei avvicinato al romanzo di Mariapia Veladiano e quali sono le tematiche che ti hanno conquistato?

Tante cose insieme, innanzitutto il film si prende alcune libertà rispetto al romanzo, per esempio di datazione. Il romanzo è ambientato negli anni ’70, il film l’ho spostato negli anni ’80, un decennio dopo.

Non oltre perché altrimenti il costume, e anche l’atteggiamento verso il dolore, verso la depressione post parto, sarebbe diventato più consapevole, mentre invece fino agli anni ’80 ci troviamo ancora in una situazione in cui questa difficoltà continua a essere attribuita a un supposto limite della donna che non è in grado di reggere la maternità. Solo dopo si è capito che esistono degli elementi biochimici, una messa in circolo ormonale che giustifica, spiega, rende comprensibile il fenomeno. Questa mi sembrava una cosa molto interessante da raccontare, insieme alla provincia italiana, insieme a Vicenza e all’essere in un contesto, in uno scenario e in immagini lontane dal solito.

Purtroppo al di là delle conquiste di un’élite che è sempre più consapevole, poi nella maggior parte i comportamenti sono residuali, antiquatissimi, direi quasi arcaici. Qui siamo negli anni ’80 ma anche oggi non è che è cambiato molto.

Come va a tradursi nella regia l’onnipresente potere dello sguardo della narrazione?

Intanto il cinema è il regno dello sguardo. Si parla quasi sempre dei contenuti di un film, che considero l’elemento con meno importanza, per me la cosa più importante è il ritmo, le immagini appunto, la musica, i dialoghi ma come strumento di rimozione e non di spiegazione.

I dialoghi nei film nascondono, non rivelano, siamo noi che dobbiamo decifrarli, esattamente come succede nella vita. È un aspetto che ho sempre curato, ma ne La vita accanto, che per me è un film molto sentito, è più evidente. Mentre il tema “civile”, che mi viene sempre attribuito come se fosse una medaglia, se vuoi, ma anche un limite, in questo film è meno appariscente. C’è, perché è inevitabile. Noi tutti viviamo in un contesto, in una città, in una famiglia, all’interno di un sistema di relazioni che sono governate dal costume, dalla cultura di un paese, dal proprio tempo, però non è così visibile, non è il tema principale.

Il ritmo del film è dato anche dalla musica, che nei tuoi film è fondamentale, poi qui ci sono due pianiste al centro del racconto.

In questo film la musica è addirittura protagonista, costituisce un’ulteriore forma dello sguardo. La musica provoca sempre nello spettatore una sorta di abbandono. In questo caso poi le attrici sono anche delle musiciste, quindi suonano dal vivo, ed è un valore aggiunto perché capisci che non c’è alcuna finzione mentre lo fanno. Spesso ci si accorge quando le mani sono staccate dal viso degli attori e a me sembra sempre una piccola truffa.

Mentre invece quando suonano veramente ti sembra di essere a teatro, di assistere a un piccolo concerto realizzato per te in quel momento, è tutto vero; quello che succede è vero. Mi piace quando gli attori vivono, anziché recitare, a maggior ragione quando interpretano la musica: in quel preciso momento stanno vivendo, non stanno recitando.

Anche le attrici che si susseguono nel ruolo di Rebecca, le bambine, sono tutte musiciste, sia Sara Ciocca, sia Viola Basso, la più piccola. Sapevano tutte suonare il pianoforte, ovviamente con gradi diversi di sapienza ed efficienza, però anche loro sono vere.

C’è una scena che adoro nel film, quando la zia, Sonia Bergamasco, impone alla bambina il tempo, di stare dritta, che è l’incubo di tutti quelli che iniziano a suonare: questo tipo di severità, di scuola quasi militare, che ti richiede l’essere musicista. Per i bambini, se uno ha la vocazione, è proprio la formazione, l’apprendimento, ed è una cosa meravigliosa vedere in loro formarsi l’attitudine.

La vita accanto, 01 Distribution
Hai scelto Sonia Bergamasco per le sue doti da musicista o per il legame cinematografico che vi lega?

Sonia è una musicista, una poetessa, una scrittrice, una regista, una donna intelligentissima e un’attrice meravigliosa. Con lei ho un legame che risale all’epoca de La meglio gioventù, dove la obbligai, si fa per dire, a suonare.

È una cosa che ha dentro di sé, che non può dimenticare essendosi diplomata in pianoforte, e io la faccio sempre suonare nei miei film, le faccio sempre interpretare il ruolo dell’artista. Anche in una piccola apparizione che mi ha regalato in Sanguepazzo (2008, ndr): lì non suona, ma interpreta una musicista, un’artista che viene tenuta prigioniera e torturata. Le ho sempre fatto fare l’artista perché
secondo me lo è profondamente, prima di qualsiasi altra cosa.

Nel film c’è una forte eco bergmaniana, che però viene spezzata sul finale, quando Rebecca parte.

Bergman è uno dei miei prediletti, al punto che sono perfino andato ai funerali, quindi per me è un complimento molto grande. Credo di aver visto Il posto delle fragole proprio da ragazzino, e di esserne rimasto prigioniero. Viene un momento in cui ogni cineasta crede di essersi liberato dei suoi maestri e invece non è mai vero completamente perché siamo legati a scoperte, sensazioni, stadi diversi della nostra crescita personale.

Nella scena finale Rebecca chiude il pianoforte come fosse una bara, con tutto quello che comporta della sua famiglia; quel pianoforte lei non lo riaprirà più, lì. Poi magari in giro per il mondo sì, e questa sarà la sua liberazione. Lei ha la forza di andarsene, come la sua amica Lucilla: rappresentano una generazione che si è liberata, a differenza dei loro genitori. Rebecca parte per Berlino, negli anni che racconto è sulla cresta dell’onda, nel romanzo invece, siccome avviene 10 anni prima, andava a Londra, che prima di Berlino era il simbolo della libertà, dell’euforia, della scoperta, della musica.

È vero che nell’album che Maria (Valentina Bellè) usa come diario ci sono i disegni di Marco Bellocchio?

Sì è vero. Marco Bellocchio, che nasce come pittore e ha sempre coltivato questo suo grande talento, con un segno che ricorda Grosz, Schad, Kirchner… insomma gli espressionisti tedeschi. Ha l’abitudine, quasi un automatismo, di disegnare, fare schizzi, che poi magari appallottola e butta via. Io li ho raccolti chiedendogli di poterli usare usare nel film. Bellocchio minimizzava, gli sembrava troppo (è uomo molto riservato, tutto il contrario dell’esibizionismo vanitoso di molti artisti) ma poi ha ceduto e secondo me sono molto efficaci, molto belli.

Erano tutti in bianco e nero, li ho voluti colorare per trasformarli nel diario segreto di Maria. Fanno impressione perché sono aggrovigliati, tortuosi, in un certo senso testimonianza di un’anima tormentata; ma per fortuna Marco ha risolto diversamente, e molto bene direi, quel mondo fantastico che lo abita, ha saputo esprimerlo col cinema e anche liberarsene, mentre Maria rimane prigioniera di quelle pagine.

La meglio gioventù inizia nell’estate del ’66, la prossima estate saranno passati 60 anni dal racconto dei protagonisti, Matteo, Nicola, Giorgia; cosa racconta quella gioventù al presente?

Sia il soggetto che la sceneggiatura de La meglio gioventù sono sono stati scritti da Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Quando mi è stato proposto il film, il soggetto mi ha talmente toccato, commosso… L’ho realizzato apportando inevitabili piccoli cambiamenti, ma la struttura, i personaggi, i loro caratteri e rapporti col mondo, la loro evoluzione… è tutta opera loro. Trovai geniale che avessero scelto come data di partenza il ’66 e non il ’68, che sarebbe stato perfino ovvio.

Il 1966 è per tutti l’alluvione di Firenze, che concentrò nella città quei ragazzi che furono chiamati angeli del fango, cioè la gioventù di tutta Europa che si recava lì per aiutare. Tra i quali anche io quindicenne, insieme ai volontari del mio liceo, combinando forse più pasticci che altro. Nonostante fosse un problema alloggiare tutti quei ragazzi, farli mangiare etc, è stato un momento in cui si è incontrata la gioventù di tutto il mondo e si sono stretti legami duraturi..

In un’epoca in cui i viaggi erano personali, privati, e li faceva chi aveva una famiglia che poteva sostenerli, fu un primo confronto di culture, di Paesi diversi tutti accomunati da una cosa bellissima che era il salvare la cultura di una città. La loro idea fu più interessante che mostrare solo quello che si pensa sia la grande invenzione, il 1968. Il ’68 degenera rapidamente nella politica, nelle divisioni, in qualche cosa che è già l’amministrazione di un potere, mentre quel movimento spontaneo non organizzato da nessuno, a Firenze, era dettato dal desiderio di cambiare di una società che aveva raggiunto rapidamente il benessere dopo la distruzione della guerra, volendo adeguarlo a una mentalità molto più aperta. Però non è merito mio, è appunto merito di Petraglia e Rulli.

Il film è sicuramente un insieme di cose, quindi è anche merito del tuo sguardo se è diventato fondamentale per il racconto del nostro Paese.

In un certo senso sapevo di cosa stavo parlando, potrei dire questo. E poi ho trovato una generazione di interpreti non convenzionale, erano tutti sconosciuti allora, e oggi sono tutti diventati attori di primissima fila, anche con delle carriere veramente molto nobili. Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Claudio Gioè, Andrea Tidona e le carismatiche Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Jasmine Trinca, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Lidia Vitale per non dire dei
giovanissimi Camilla Filippi e Riccardo Scamarcio! Non dico che all’epoca fossero tutti sconosciuti, ma non ammessi alla platea immensa che ti garantisce la televisione, dove tutto funziona ripetitivamente, sempre le stesse facce, gli stessi interpreti, per non dire le stesse storie.

Fortunatamente, grazie anche al mio produttore, Angelo Barbagallo, ho goduto di una libertà fantastica durante la lavorazione de La meglio gioventù, che durò un sacco di tempo, sei mesi, non poco.

La meglio gioventù, 01 Distribution
Uscì poi in sala diviso in due parti, giusto?

Siccome la messa in onda veniva continuamente ritardata, Barbagallo propose il film a Thierry Frémaux, che non era ancora delegato generale del Festival di Cannes ma che già aveva importante voce in capitolo. Vide il film e decise di prenderlo. L’avrebbe voluto addirittura in concorso, ma temendo lo snobismo della critica (Una telenovela nel Tempio del Cinema!) preferì inserirlo nella sezione Un Certain Regard, dove tra l’altro avevo partecipato tanti anni prima con il mio primo film, Maledetti vi amerò (1980, ndr).

La meglio gioventù fu la sorpresa di Cannes, e vinse il Premio Un Certain Regard al Miglior film. Ricordo la proiezione in questa sala grandissima piena zeppa, su uno schermo gigantesco. Mi dicevo che sarebbero usciti dopo pochi minuti, sai, una storia così italiana, e invece no. Rimasero tutti seduti, per sei ore con una piccola interruzione solo nel mezzo per fare la pipì o bere un caffè!

Uscì poi in sala in questo modo: la seconda parte a distanza di una settimana dalla prima. Quando ormai erano tutte e due in sala, molti spettatori schizzavano alla fine della prima parte per correre al cinema vicino dove c’era la seconda. Allora fece sensazione perché una cosa del genere era successa solo tanti anni prima, con Novecento di Bernardo Bertolucci o con Heimat di Edgar ReitzLa meglio gioventù ha qualcosa di Heimat, quell’idea di vedere in filigrana un Paese, e raccontarne la storia attraverso vicende private, anche lì con attori pazzeschi, e ovviamente anche qualcosa di Novecento.

La meglio gioventù racconta infatti la Storia attraverso le vicende personali: gli amori, le illusioni, le disillusioni, il suicidio, la malattia mentale, e molto altro.

Oggi diventa una chiave molto interessante, soprattutto perché viene negato qualsiasi conflitto e nascosti i problemi gravi, si vogliono addirittura riaprire i manicomi per liberarsi del problema della follia.

Adriana Asti, che qui ha un ruolo cardine, è stata tua protagonista anche per la sua ultima opera, Donna Fabia.

Donna Fabia nasce da una poesia di Carlo Porta per diventare quella che abbiamo definito installazione, con una parte registrata e una parte dal vivo. È il monologo di una vecchia aristocratica che, con spocchia e mancanza di qualsiasi tatto, racconta al prete di casa di essere appena andata a messa per pregare il Signore trattandolo come se fosse un cameriere. Adriana era felicissima quando gliel’ho proposto, perché era una cosa che da tanti anni sognava di fare, e fu irresistibile in quel ruolo.

Questo piccolo film, tutto recitato in milanese, quindi incomprensibile anche ai milanesi di oggi, fu presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Alla fine della proiezione, quando si accendevano le luci, Adriana entrava in scena e riprendeva il testo, tradotto in italiano e in rima, da me. Dopo entravo in scena anch’io e le facevo una specie di lunga intervista, per questo l’abbiamo chiamata installazione. Posso dire di aver recitato sul palcoscenico con Adriana Asti! Gli spettatori che avevano intuito grazie alla straordinaria mimica di Adriana, potevano finalmente ascoltarlo in tutte le sue beffarde sfumature e si divertivano ancora di più.

Eravamo molto amici, Adriana era una donna era meravigliosa, oltre che un’attrice fantastica, e questo fu uno dei suoi ultimi spettacoli. Ci eravamo incontrati per il mio film su Pasolini, Pasolini, un delitto italiano (1995, ndr), e lì è nata la nostra amicizia. Le proposi di fare La meglio gioventù, di cui apprezzò com’erano raccontati i personaggi, soprattutto quelli femminili, e accettò di farlo. Si trovò bene, si divertiva, con tutti quei ragazzi che la veneravano come la Madonna! Aveva una tale disciplina sul lavoro, e un’umiltà, che sbalordì tutti, perché non è comune. È il teatro che ti dà quella forma di rispetto per il pubblico, per i collaboratori, per le maestranze, e infatti preferisco, quando possibile, lavorare con attori di teatro.

È un approccio in cui il lavoro è più importante della vanità o del riconoscimento, che è importante, ovviamente: si fa questo mestiere per essere applauditi e riconosciuti, ma al tempo stesso, mentre lo si fa, bisogna pensarlo come uno scrupoloso lavoro artigianale, aborrire le scorciatoie e il consenso facile.

Che progetti hai per il futuro?

È meglio che non lo dica per scaramanzia. Tutti i registi stanno sempre facendo qualcosa, e quando dicono che non è così è perché si vergognano di dire che sono scaramantici. Io non me ne vergogno, ai gatti neri mi fermo, non passo sotto le scale, sono superstizioso come un essere primitivo.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.