
Con Marty Supreme, il regista Josh Safdie conferma il suo talento nel trasformare storie apparentemente ordinarie in esperienze cinematografiche uniche. La pellicola, prodotta da Central Pictures e A24, segue le vicende di Marty Mauser, un giovane americano degli anni Cinquanta che sogna di diventare ricco e famoso grazie al ping pong, uno sport ancora poco conosciuto negli Stati Uniti.
Interpretato da Timothée Chalamet, Marty è magnetico ma profondamente insopportabile: arrogante, manipolatore, incapace di accettare un “no”, convinto che il mondo gli debba qualcosa. Lavora in un negozio di scarpe per finanziare la partecipazione a un grande torneo mondiale, dove scoprirà quanto l’ostacolo più grande non siano gli avversari, ma le regole di un sistema fatto per fermare chi sogna in grande e… la sfortuna, che lo colpisce in continuazione.
Come ricorda la frase di incipit di Match Point: “A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no… e allora si perde”. Un destino simile (nel peggiore dei casi) accompagna spesso Marty.
Accanto a lui, Gwyneth Paltrow torna sul grande schermo dopo sette anni nel ruolo di Kay Stone, star del cinema immaginaria e simbolo di un’epoca dorata che Marty osserva con occhi ambiziosi. Odessa A’zion interpreta invece Rachel, amica d’infanzia e amante sposata, incinta di un figlio che Marty si ostina a non riconoscere: mentre lui insegue tornei e gloria, lei lotta per ritagliarsi un futuro in un’America che alle donne concede pochissimo margine di scelta.

Lo stile di Josh Safdie: caos e perfezione
Il marchio di Josh Safdie è evidente in ogni fotogramma di Marty Supreme. Dalla sceneggiatura al montaggio, ogni scelta tecnica serve a trasmettere un ritmo indiavolato, quasi spasmodico, che accompagna l’ossessione del protagonista. Le scene del torneo di ping pong, spettacolari e coreografate con precisione, non sono mai fini a se stesse: diventano il simbolo della lotta di un uomo contro il denaro e le aspettative sociali. Safdie gioca con il passato e il presente, mescolando riferimenti agli anni Cinquanta con una colonna sonora retro-wave degli anni Ottanta, sottolineando l’egocentrismo e la frenesia della carriera di Marty.
Ogni stacco di montaggio è studiato per accentuare la tensione, mentre i primi piani rivelano le micro-emozioni dei personaggi, dal turbamento dei genitori di Marty alla freddezza di Endo, avversario in gara e principale antagonista. È però nella struttura narrativa che Safdie spinge l’acceleratore: Marty Supreme sembra contenere più film in uno. Le sottotrame si accumulano — il cane sottratto a un malavitoso e finito altrove, la relazione con la diva decaduta, Rachel e la gravidanza, le piccole truffe di provincia, il furto al negozio di scarpe dello zio, fino a racconti che sfiorano la memoria dell’Olocausto— e ognuna avrebbe materia sufficiente per vivere da sola. Safdie sceglie invece di comprimerle in un unico flusso nervoso, trasformando l’eccesso in linguaggio.
L’anti-eroe Marty Mauser
Timothée Chalamet supera se stesso nel ruolo di Marty, incarnando un personaggio moralmente ambiguo e al tempo stesso irresistibile. Dopo una lunga preparazione per padroneggiare il ping pong secondo la tecnica degli anni Cinquanta, Chalamet offre una performance fisicamente e psicologicamente intensa, fatta di camminate molleggiate e gesti che trasformano l’ego in spettacolo.
Marty è bugiardo e manipolatore, eppure il film lo riveste di un carisma tale da farci dimenticare, almeno per un attimo, quanto sia discutibile la sua morale. Scene come quella della vasca da bagno o del torneo in Giappone, dense di tensione e umorismo nero, mostrano un protagonista che domina lo spazio scenico anche quando tutto sembra sfuggirgli. Le trame secondarie contribuiscono a costruire un mondo vivo e imprevedibile, in cui ogni elemento ha un peso narrativo.

Marketing e mito: Marty oltre il film
Non sorprende che il marketing di Marty Supreme sia diventato esso stesso un’esperienza performativa. Con l’uscita del film, il personaggio è “uscito dallo schermo”: dal dirigibile arancione, fino alla sua immagine su una scatola di cereali, ogni elemento della promozione ha reso Marty una presenza concreta nella vita reale del pubblico.
Timothée Chalamet, coinvolto come produttore, ha incarnato il personaggio anche fuori dal film, confermando l’audacia del progetto: il pubblico non segue solo la storia, ma una vera e propria esibizione di ambizione e spocchia. La campagna promozionale ha fatto parlare di sé a Hollywood fin dal video di novembre 2025 in cui Chalamet, in una finta riunione Zoom, proponeva idee assurde per il film, come colorare la Statua della Libertà di arancione.
Da allora l’attore ha moltiplicato apparizioni imprevedibili e surreali: ha indossato giacche eccentriche e occhiali da rapper (e ha firmato una collaborazione con il vero rapper EsDeeKid), ha ballato al Comic Con di San Paolo sulle note di Crank That, ha organizzato finti talent show con le sue guardie del corpo come giudici, fino al culmine di un video in cui urlava la data del film di uscita sul tetto della Sphere di Las Vegas, illuminata di arancione come una gigantesca pallina da ping pong. Una campagna che ha trasformato la promozione in una performance totale, spingendo la fusione tra attore e personaggio a livelli raramente visti per un film indipendente.
La storia dietro la leggenda
Marty Supreme si ispira alla vita di Marty Reisman, leggenda americana del ping pong, ma non si propone come biopic fedele. Safdie rielabora eventi chiave della vita di Reisman: dall’infanzia newyorkese alla gavetta, fino alla fama tardiva, mescolando realtà e finzione in un racconto rocambolesco. La scenografia curata da Jack Fisk ricostruisce la New York degli anni Cinquanta con attenzione maniacale, dai club clandestini di ping pong alle strade sporche e popolate di personaggi eccentrici, contribuendo a rendere la storia tangibile.
Tra flashback sull’Olocausto e scene di sesso con Kay Stone, la narrazione diventa un mosaico complesso che riflette le ossessioni e le ambizioni di Marty. Ogni partita, ogni colpo di racchetta, è un piccolo trionfo e una caduta simultanea, simbolo della fragilità e della determinazione del protagonista.
Marty Supreme non è solo un film sul ping pong: è un’esplorazione del desiderio, del potere e della frenesia del successo. Tra virtuosismi tecnici, colpi di scena e un protagonista che diventa mito, Josh Safdie e Timothée Chalamet hanno creato un’esperienza cinematografica che difficilmente passerà inosservata agli Oscar 2026.
Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.






