THE DELAY di Mattia Napoli. Prodotto da 10D Film, Grey Ladder Productions, Origine Film. Distribuito da Premiere Film.
THE DELAY di Mattia Napoli. Prodotto da 10D Film, Grey Ladder Productions, Origine Film. Distribuito da Premiere Film.

The Delay ha un messaggio e un ritmo spiazzanti, nonostante la sua durata di 15 minuti è molto più di una storia breve, arriva bensì come una metafora del presente, costellato di insicurezze, ansie, disarmonie e inadeguatezze.

Con il soggetto e la regia di Mattia Napoli, che ne firma anche la sceneggiatura insieme a Paola Ferrara, The Delay inizia il suo percorso con la presentazione ufficiale ad Alice nella Città 2022, proseguendo al Cortinametraggio (dove si aggiudica i premi per Miglior Corto e Migliore Attore a Vincenzo Nemolato), a Incanto Film Festival, passando per moltissimi festival internazionali, fino a vincere alla prima edizione del GOGA Film Fest di Roma come Miglior Corto e ricevendo anche il Premio Zalib.

The Delay di Mattia Napoli racconta con grande ironia e accurato stile registico un mondo che può sembrare surreale, ma che rispecchia con precisione le idiosincrasie in cui siamo immersi. Il regista ha raccontato a FRAMED cosa significa sentirsi fuori sync.

Come ti è venuta l’idea e perché hai scelto di raccontare di un uomo vittima di un necessario approccio alternativo alla quotidianità?

L’idea arrivò come un fulmine a ciel sereno, una sorta di epifania. Stavo camminando su un viale, in una bellissima giornata autunnale. Perso nei miei pensieri, mi venne in mente la storia di un uomo fuori sincrono nella vita reale. Ne fui entusiasta e decisi di approfondire, senza però restare ancorato a un’intuizione che rischiava di essere solo un esercizio di stile.

In realtà, l’idea veniva da lontano, era dentro di me da molto più tempo di quanto immaginassi. Ho fatto tanto montaggio nella mia vita, sincronizzato innumerevoli interviste e suoni. Non sempre il sync si trova al primo colpo, soprattutto senza software specifici, così mi è capitato spesso di vedere persone parlare fuori sincrono, con risultati a volte spiazzanti. Le origini, ne sono certo, sono nella sala di montaggio.

È quello che desidereresti per te o solo una favola contemporanea sullo scollegamento dal presente?

A un livello più personale, l’idea affonda le radici in un periodo buio della mia vita, in cui soffrivo parecchio. Andavo alle feste il sabato sera e vedevo le persone ballare, divertirsi, socializzare. Io, invece, non riuscivo a fare altro che stare in un angolo, facendo buon viso a cattivo gioco.

Il mio stato d’animo cupo era completamente fuori sincrono rispetto all’energia vitale di chi mi stava intorno. Ma quella passività mi concedeva almeno un privilegio: osservare. A posteriori, quando iniziai a sviluppare il corto, capii che sentirsi fuori sincrono è un’esperienza universale. Penso che chiunque, prima o poi, l’abbia vissuta. E no, non desidererei mai vivere fuori sincrono: sarebbe un incubo. Quello che desidero è trovare altri esseri umani tanto fuori sync quanto me!

Cosa rappresenta il fuori sync nella vita di tutti i giorni, piena e frenetica, in cui chi rimane indietro è perduto?

Credo che, per certi versi, il ritmo delle nostre vite sia aumentato, mentre per altri aspetti sia rallentato. Ogni epoca ha avuto il proprio ritmo: l’agricoltura segue la natura, l’industria la macchina, l’era tecnologica il flusso virtuale. Oggi molti di noi lavorano meno ore rispetto a un secolo fa, quando non esistevano ancora i sindacati a difendere operai e minatori, sfruttati fino al midollo e privi di diritti. Non sto dicendo che viviamo nel migliore dei mondi possibili, anzi.

Tuttavia, è innegabile che il ritmo degli operai – in termini di ore di lavoro e automazione – sia migliorato rispetto a 100 o 150 anni fa. Ogni epoca impone il proprio ritmo, dettato dalle circostanze del momento. Ne siamo tutti consapevoli: percepiamo costantemente un unico, grande tamburo battente sopra le nostre teste. Eppure, ciò che mi interessa di più è chi quel ritmo lo perde, chi inciampa. Si può uscire di pista e, nell’attesa di rientrare, si ha per un istante il privilegio di osservare la realtà con occhi esterni, come se fosse un acquario. Nel momento in cui ci sentiamo fuori sincrono rispetto al mondo che ci circonda, non possiamo fare altro che interrogarci su noi stessi.

Quando Arturo, il protagonista di The Delay, è ormai fuori sincrono di diverse ore, non può più interagire con la realtà, può solo osservarla. E proprio da lì arriva la sua prima intuizione, quella che lo condurrà alla risoluzione finale. Con questa riflessione ho cercato di dire che, se sappiamo osservare, possiamo guadagnare il privilegio di confrontare il nostro ritmo con quello del mondo.

A volte, possiamo persino accorgerci che non c’è nulla di male nel non essere perfettamente allineati a ciò che ci circonda. In quell’errore, in quello scarto, esiste la possibilità di trovare un ritmo proprio. Questa è, prima di tutto, una speranza. Io stesso sono ancora alla ricerca del mio. C’è poi una piccola grande risorsa, una luce nella notte: la creatività. Arturo capisce che la realtà è soggettiva e che, essendo fuori sincrono, non importa più se la teiera fischia come una teiera o se invece emette il suono di un treno. Ciò che conta è la sua percezione. Il fuori sincrono diventa così un gioco creativo, una personale ricostruzione della realtà.

La “disarmonia” è una nuova armonia da ricercare?

Credo sia molto soggettivo. Ciò che per me è disarmonia, per te potrebbe essere armonia. Per quanto mi riguarda, amo tutto ciò che ha un difetto, un’imprecisione. Non sono un fan dell’armonia perfetta: mi piacciono i graffi, le svirgolate, le goffaggini. Sono illuminanti.

Grazie all’iniziativa Corto che Passione! The Delay è arrivato in sala: di solito i cortometraggi vengono mostrati in eventi dedicati o festival, cosa ne pensi della proiezione di una serata a tema corti al cinema?

Penso sia geniale. Il cortometraggio ha il vantaggio di essere libero al cento per cento, di potersi prendere dei rischi. È bello sapere che, oggi, chiunque ha la possibilità di apprezzare quel coraggio.

Al GOGA Film Fest il tuo lavoro ha riscontrato molto successo, sia da parte del pubblico che della critica presente, che effetto ti ha fatto vincere dei premi ad un festival emergente che punta l’attenzione su nuovi linguaggi?

Ne sono davvero onorato, non può che avere un effetto enorme su di me. Sul palco ero molto emozionato: è un festival che mi ha coinvolto in tutto e per tutto. Ne conservo un ricordo meraviglioso, è stato un weekend di affetto e positività. Essere registi, soprattutto all’inizio di un percorso, è un lavoro molto solitario. Sei chiuso in camera tua, senza sapere se ciò che scrivi funziona, se verrà capito o meno.

The Delay mi ha sorpreso in positivo, e festival come Goga – così attenti, precisi e appassionati – mi lasciano una sensazione di serenità. È come aver fatto bene il proprio dovere, come quando qualcuno crede in un’idea e qualcun altro la riconosce. Perché il cinema è, prima di tutto, condivisione.

Mattia Napoli al GOGA Film Fest. Foto di Enrico Parrinello

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.