Mezzogiorno di fuoco. DAI Regionale (1953)
Mezzogiorno di fuoco. DAI Regionale (1953)

Settanta anni fa, nel lontano 24 luglio del 1952, usciva un peso massimo del cinema mondiale: Mezzogiorno di fuoco (High Noon).

Combinazione dei geni visionari di Stanley Kramer (produttore), Carl Foreman (sceneggiatore), Fred Zinnemann (regista), Dimitri Tiomkin (compositore) e di una star eccezionale del cinema del primo novecento: Gary Cooper.

Il grigio e solo eroe

La forza non è nell’eroe solitario, ma nell’eroe che rimane solo. Will Kane (Gary Cooper) è lo sceriffo di una tranquilla città. Tutta la sua vita sembra scorrere normalmente. Fino alla notizia che a mezzogiorno arriverà un treno con Frank Miller (Ian MacDonald), l’uomo che arrestò un tempo. E ora, lui e la sua banda, lo aspettano per vendicarsi.

Qui emerge la storia di Kane. È stato il legislatore che ha ripulito la città, restituendole dignità e vivibilità. Ma la normalità e i comfort hanno soffocato i cittadini. Nessuno muove un dito per aiutarlo. Il tratto realistico e vile con cui vengono dipinti gli abitanti è tale da stomacarci.

E così, tra un vecchio sceriffo di cinquant’anni, solo in un città votata all’indifferenza e alla codardia, l’attesa spasmodica dell’arrivo del treno e la figurazione che ci facciamo di Frank Miller e dello scontro finale, ci troviamo oppressi dall’assenza di eroismo e di speranza. Poco conta che Kane vinca. Il vero volto rivelato dai suoi amici fa ristagnare la possibile vittoria nell’amarezza. In una scena iconica, prima di lasciare la città, getta quindi nella polvere la sua stella da sceriffo.

La sua forza nel cinema, la sua forza nel western

Il film lavora per sottrazione: l’assenza di un nemico facile (come quello dei nativi americani) costringe il film a imperniarsi in una lotta ben più difficile: quella dell’uomo contro le falsità che lo circondano.

Lo spazio oppressivo, composto di meschine figure in ogni suo dove, la quasi assenza di paesaggi e vasti spazi, ci chiude in una prigione di ansia e attesa. Noi siamo incollati a Kane, condividiamo il peso e lo sdegno che si accumulano in lui. Lo scorrere dei minuti che incalza non si lascia andare a flashback o dettagli eccessivi. Non c’è tempo. Il laconismo e la concisione di Kane poggiano sul realismo di Zinnemann, su quei dialoghi così brevi e veri.

Il peso di Mezzogiorno di fuoco, all’interno del genere, è pari a quello dei grandi capolavori. Una pietra miliare che non esplode i colpi delle pistole se non alla fine, dimostrandosi un western umano e travolgente.

I geni all’opera dietro il film

Bisogna parlare di coloro che sono brevemente indicati come geni all’inizio. Talvolta si rende necessaria la redazione di schede di figure ingiustamente dimenticate troppo presto.

Il produttore e lo sceneggiatore

Stanley Kramer fu un produttore e regista eroico per i suoi tempi. In un’epoca in cui il nemico principale erano appunto gli indigeni americani e l’eroe delle pellicole era ancora “puro”, accettò di produrre un film dai tratti così poco marcati. Con un eroe vecchio, una storia tragica e senza luci. I film che diresse erano caratterizzati spesso da forti tematiche, dal razzismo alla questione nazista.

Carl Foreman fu uno sceneggiatore pluripremiato e dalla penna fin troppo critica. Le sue sceneggiature includono il Cyrano de Bergerac con José Ferrer del ’50 e Il ponte sul fiume Kwai del ’57. Storie di ribelli coadiuvate da eccelsi interpreti.

Il regista e il compositore

Fred Zinnemann è stato uno dei migliori registi del periodo d’oro del cinema. Da Mezzogiorno di Fuoco a Da qui all’eternità (1953), passando per Storia di una monaca (1959), Un uomo per tutte le stagioni (1966) e il meraviglioso Giulia (1977), si distinse sempre per la regia realistica e anticonformista. Un genio della cinepresa non abbastanza celebrato.

Conclude questa sfilza di artisti creativi Dimitri Tiomkin. Ucraino, anch’egli pluripremiato, fu autore di fantastiche colonne sonore come quella de Il vecchio e il mare (1958), Sfida all’O.K. Corral (1957) e di 55 giorni a Pechino (1963).

Sua è la cifra della sottrazione di cui vi parlavo. Il tema principale, la ballata omonima, ingenua e melodiosa, all’inizio racconta tutto il film, ciò che deve essere e ciò che forse sarà. Ed essa, così malinconica, placida e armoniosa, alternandosi a motivi più frenetici e ritmati, rende la convivenza di falsa armonia e imprevista ferocia che si consuma nel film.

Un mezzogiorno senza fuoco ma bruciante

Nonostante questo titolo pulp in italiano, ci siamo ritagliati un adattamento da non sottovalutare, supportato dal doppiatore di Cooper, il grandissimo professionista Emilio Cigoli. E poi “mezzogiorno di fuoco” è ormai un’espressione riconoscibile nella nostra lingua, sinonimo di un feroce conflitto a fuoco.

Perché ricoprire Mezzogiorno di fuoco?

Perché questo film è un distillato di bravura, un concentrato di umanità tale da risultare ancora oggi uno dei migliori e più iconici film della storia del cinema.

Locandina originale di Mezzogiorno di fuoco, United Artists

Segui FRAMED anche su Facebook e Instagram.

Avatar photo
Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui