
“La nascita di un re”, è questa la frase che accompagna Michael, film di Antoine Fuqua che ricostruisce i primi anni di carriera del King of pop. Al cinema dal 22 aprile in Italia.
La struttura del film è già spiegata in quella frase: non è un biopic che racchiude tutto, è la creazione del mito. Non è nemmeno, a dire la verità, il film completo, poiché anche se non pubblicizzato come tale, Michael è solo la prima parte di un’opera suddivisa. La seconda è già stata confermata sul red carpet della première internazionale (e dalla didascalia finale del lungometraggio).
Arriverà quindi un seguito, sempre se il pubblico risponderà in maniera positiva, al contrario di quanto accaduto con la critica.
Il problema di Michael
Michael era stato pensato per essere un altro film. Secondo Variety, già alcuni anni fa quando fu annunciato, la prima stesura durava oltre tre ore e iniziava e si concludeva circolarmente nel 1993, nel periodo delle accuse di molestie sessuali su Jordie Chandler ma anche della massima popolarità di Michael Jackson (era l’anno dello storico Halftime del Super Bowl).
Per motivi legali però, la storia di Chandler non può essere rappresentata al cinema né può esservi fatto riferimento. È per questo che l’intero terzo atto del film è stato riscritto e rigirato snaturando il progetto originale. Sempre per questioni legali, inoltre, a pochi giorni dall’uscita del film è stato confermato che in fase di montaggio finale la produzione è stata costretta a eliminare tutte le scene con Diana Ross (Kat Graham), comprese quelle su The Wiz.
Il risultato è un biopic di sola luce, senza ombre, che preferisce strappare via del tutto una parte consistente della biografia di Michael Jackson pur di far uscire il film e mantenere il controllo sulla narrazione.
La trama, quindi, ha dovuto trovare un nuovo appiglio. Nessun evento grave o spartiacque, nessun racconto degli anni più oscuri ma piuttosto il racconto umano e personale di un figlio diverso che cerca di emanciparsi dal padre-padrone, Joe. Questo percorso emotivamente difficile viene scandito (ma si ripete anche sempre uguale a se stesso) attraverso la sequenza delle tappe creative della carriera dell’artista, dal debutto con i Jackson 5 fino al Victory Tour e che si conclude nel 1984 con la scena dell’addio inaspettato – dal palco – al gruppo composto dai suoi fratelli. L’impressionante chiusa è dedicata alla “Bad Era”, con un piccolo salto temporale (1988). In mezzo, due dei più grandi album della storia, “Off The Wall” e “Thriller”.
Cosa vuole raccontare davvero Michael
La prima cosa da riconoscere di fronte a un film come Michael è la parzialità dello sguardo. Si tratta di un film voluto dalla maggior parte dei fratelli, anche se spicca l’assenza di Janet Jackson, che non ha partecipato nemmeno alle anteprime. Non è una versione fedele alla verità di Michael Jackson, anche perché ormai impossibile da ottenere. È piuttosto un’operazione di marketing studiata per concedere ai fan un paio d’ore con il Re del pop e la sua musica. E per rivendicare, se mai ce ne fosse bisogno, l’appartenenza di Michael Jackson alla cultura nera statunitense.
Il Michael Jackson interpretato dal nipote Jaafar Jackson è un “proud black man”, e lo dice nel film. È un uomo nero e fiero di esserlo, che abbatte le barriere, concrete o metaforiche, dell’industria discografica. È il primo artista nero a essere trasmesso su MTV, è il primo a raggiungere la vetta della classifica unificata tra musica black e musica pop negli Stati Uniti (che proprio lui ha contribuito a unificare con il suo successo) ed è un “proud black man” nonostante le sue trasformazioni estetiche.
E se la rappresentazione del primo intervento al naso viene costruita come una forma di ribellione nei confronti del padre, il racconto della vitiligine così come del tragico incidente sul set dello spot Pepsi, da cui inizia la sua frequente ricorrenza alla chirurgia, non sono aneddoti casuali o di poco conto. Sono parte del peso che porta come uomo, prima che come artista. Sono tasselli di un mosaico più grande che vuole correggere la percezione di Michael Jackson nella pop culture, riposizionandolo nel suo reale contesto socio-politico, che comunque non è mai stato invisibile. Solo che noi eravamo troppo impegnati e impegnate a ballare per notarlo.
Michael, in breve
Michael è un film che può piacere solo ai fan. È un appuntamento con la memoria, con il ricordo di chi si è stati, ascoltando le sue canzoni per la prima volta. Ed è una celebrazione assoluta, apologetica del Re del pop. Questo non lo rende un biopic meno vero o meno sincero, però certamente parziale. Rispetta e segue una verità filtrata dallo sguardo della famiglia, che sceglie in che modo ritrarlo. Ma la sua versione della storia non sarà mai completa.
A noi non resta che accogliere questo ricordo, andando piuttosto a riscoprire chi siamo oggi riascoltando per l’ennesima volta Thriller e Beat It. Questa volta, però, condividendo ogni nota in una sala cinematografica, insieme.
V.V.
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