Aris Servetalis in

Sono gli incontri con i film che non ti aspetti, e che altrimenti non avresti notato, la parte più bella di un festival del cinema. La 77esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia non ha fatto eccezione. L’incontro inatteso di questa edizione è stato anche il nostro film del cuore di questo Festival, purtroppo ignorato dai premi (ma per fortuna prossimamente in sala): Mila (Apples, da titolo internazionale), lungometraggio d’esordio del regista greco Christos Nikou (sceneggiatore con Stavros Raptis) che ha aperto la sezione Orizzonti, vero fiore all’occhiello di questa Mostra.

“Mila”, un’opera per il nostro tempo

Mila è, semplicemente, un’opera che racconta perfettamente il nostro tempo, oltre che la più emblematica di un’edizione della Biennale (ri)sorta all’insegna dell’inevitabile confronto col Covid. Non tanto (e solo) perché il film parla di una pandemia. Ma perché tocca la crisi di un presente totalizzante, incapace di immaginare un futuro perché sganciato dalla coscienza di ogni passato. Un presente privo di ricordi, dunque privo di direzioni, di alternative. Il virus di cui ci parla Mila, infatti, colpisce la memoria.

Da un giorno all’altro, gli individui contagiati si svegliano privi di reminiscenze su chi sono. A quelli come il protagonista Aris (Aris Servetalis), senza amici o parenti a riportarli verso una vita non più loro, si propone una terapia sperimentale per recuperare (o ricostruire) un’identità: eseguire ogni giorno azioni sempre più bizzarre (dettate di volta in volta dal medico-padrone), quindi documentarle con lo scatto di una Polaroid (a cui vuole rimandare lo stesso formato 4:3 del film). Tutto (non proprio) bene, finché l’uomo non incontra un’altra “paziente” come lui.

La scena del ballo mascherato in “Mila”. Credits: Bartosz Swiniarski

L’apologo pandemico diviene perciò (soprattutto) riflessione sulla perdita e il (tentato) ritrovamento di sé in una società dove il controllo sociale ha assunto forme mai così subdole e pervasive. Con echi del miglior Lanthimos (pur senza la crudeltà di quest’ultimo) e sempre sul filo dell’ironia paradossale (va matto per le mele, Aris: che, si dice, fanno molto bene alla memoria), la commedia distopica dà una lezione di rigore anche all’altro titolo allegorico di Venezia 77, il pur notevole Nuevo orden.

Parabola di un tempo frantumato

Il protagonista di Mila è quasi un novello Buster Keaton, imperturbabile nell’escalation grottesca delle istruzioni da seguire e nella follia generale di questo mondo (im)possibile. Dove tutto, con i ricordi, è in questione, compresa la tenuta degli immaginari: da antologia il dialogo della coppia dopo la visione del Titanic di James Cameron, dimenticato come la tragedia che racconta.

C’è in questa parabola il nostro tempo frantumato in pezzi che non combaciano più, perché nessuno è più in grado di richiamare a sé il quadro che (forse) c’era prima, per confermarlo o rimetterlo in discussione. E la tecnologia, più che aiutarci, rischia di scoprirsi solo ricettacolo (più o meno manipolato dall’alto) di illusioni: prima fra tutti, quella di essere (ancora) qualcuno.

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Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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