
Millennium Actress, secondo anime del 2001 di Satoshi Kon (prodotto dallo studio Madhouse) esce nelle sale italiane dall’11 al 13 maggio, restaurato in 4K, grazie ad Anime Factory.
La trama
Il giornalista Genya Tachibana riesce a ottenere, alla vigilia dello smantellamento degli studi cinematografici Ginei, un’intervista per una retrospettiva con Chiyoko Fujiwara, leggendaria protagonista dell’epoca d’oro del cinema giapponese e volto degli studi, ritiratasi trent’anni prima a vita privata in modo drastico ed enigmatico.
La retrospettiva è però per Tachibana, accompagnato dal giovane cameraman Kyoji Ida, anche una scusa per riconnettersi dopo decenni con l’attrice, a cui tiene nascosto un legame sepolto nel remoto passato e di cui conserva un cimelio, una chiave, che attendeva di restituirle.
L’oggetto diventa per Chiyoko l’apripista di un viaggio nei ricordi della giovinezza, in un Giappone in pieno periodo bellico, dove i suoi primi passi nel cinema si intrecciano con un incontro fugace: il giovane pittore proprietario della chiave, inseguito dalla polizia. Decisa a ritrovarlo, Chiyoko intraprende un inseguimento disperato tra un film e l’altro, attraversando il paese in guerra. Man mano che le barriere della sua memoria si sgretolano, Tachibana e Kyoji diventano protagonisti attivi di un viaggio allucinante in cui memoria e cinema si fondono, svelando infine i segreti nascosti nel cuore dell’attrice leggendaria.
La ragazza che saltava nei film
Con il successo di Perfect Blue nel 1997 e lo scioglimento dello studio di produzione, Satoshi Kon si trova tra le mani la possibilità di riassemblare il suo team creativo e consolidare il proprio registro stilistico, iniziando la collaborazione con il compositore Susumu Hirasawa, che diventerà suo fratello artistico, e mettendo in cantiere un adattamento del romanzo Paprika di Tsutsui Yasutaka, che, dopo molti rinvii, diventerà il suo quarto ed ultimo lungometraggio, prima della sua prematura scomparsa nel 2010.
Quella di Millennium Actress è una storia originale, scritta a quattro mani assieme allo sceneggiatore Sadayuki Murai, ispirata liberamente alle vite delle leggendarie attrici giapponesi come Setsuko Hara e Hideko Takamine, accomunate sia dal loro status di celebrità nel cinema classico sia dalla loro scomparsa volontaria dalle scene. Il soggetto iniziale del film — quello di un’anziana donna i cui ricordi sono offuscati e mescolati dalla demenza senile — viene parzialmente messo da parte da Kon, a favore di una storia di respiro metacinematografico, colma di riferimenti a film di cui l’autore è appassionato.
Ispirato dichiaratamente al film Mattatoio n. 5 di George Roy Hill, tratto dall’omonimo romanzo di Kurt Vonnegut (autore estremamente formativo per lui e Hirasawa), Satoshi Kon dà vita a un’eroina che, come Billy Pilgrim in Mattatoio, si trova slegata dal regolare corso del tempo, ripercorrendo le pagine della propria vita all’interno di scenari onirici popolati da samurai e navi spaziali, tra le fiamme di castelli assediati e la superficie di mondi lontani. Non mancano immagini ispirate dai lavori di Akira Kurosawa, come Ran e Il trono di sangue, e riferimenti giocosi al Godzilla di Ishiro Honda e al cinema kaijū eiga, così come a quello drammatico di Mikio Naruse e Yasujiro Ozu.
La crudeltà della purezza
Durante il loro incontro, Tachibana mostra a Chiyoko un biglietto da visita del suo studio, LOTUS, chiamato così proprio in onore del fiore preferito dall’attrice. “I fiori di loto”, dice Tachibana, “simboleggiano la gioia, la purezza”. La risposta dell’anziana donna è un sorriso tenue e molto amaro.
Fiore simbolo della dottrina buddista, il loto e la sua iconografia candida e ciclica tappezzano buona parte della fotografia di Millennium Actress, un leitmotiv ricorrente nella storia di Chiyoko: il cerchione di una bicicletta, la ruota di una tessitrice, la luce che si riversa sul volto nei suoi momenti di felicità e il bianco manto delle nevi di Hokkaido, dove il pittore senza nome e senza volto sembra attendere la nostra protagonista.
E soprattutto la corsa, l’eterno inseguimento di Chiyoko di una persona che rappresenta un sentimento potente ma sempre più distante a causa dello scorrere inesorabile del tempo.
Questo senso di smarrimento e sdoppiamento della propria identità, che in Perfect Blue era rappresentato come una fuga labirintica nell’inconscio, in Millennium Actress è una pulsione verso l’esterno, verso ciò che si è perso, verso un’innocenza perduta e mai più recuperabile, in modo non diverso dai finali di colossi del cinema come Quarto Potere di Welles o Otto e mezzo di Fellini.
Il finale dà una risposta definitiva sui veri colori del sentimento della protagonista, una chiusura forse troppo netta anche per lo stesso Kon, ma che lascia comunque libero spazio alle emozioni dello spettatore mentre si svolgono i titoli di coda, con le note del brano Rotation (LOTUS-2) di Hirasawa. Brano che, nove anni dopo, verrà suonato dallo stesso Hirasawa alle esequie del suo grande collaboratore.
In breve
Non si può che essere entusiasti dell’uscita nelle sale italiane di un film prezioso come Millennium Actress. Nella sua purtroppo breve carriera, Satoshi Kon ha indagato a fondo nei meandri dello spirito umano attraverso differenti generi di cinema.
Dei suoi quattro lungometraggi (più una serie), Millennium Actress è forse quello che più di tutti riesce a indagare uno dei più grandi enigmi della Settima Arte: il cinema è una semplice imitazione della vita o qualcosa del tutto diverso e inconciliabile con essa?

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