
Per parlare del nuovo lungometraggio di Christian Petzold si può partire dai suoni: Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura, in sala dal 26 febbraio per Wanted dopo l’anteprima alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes 2025, è anzitutto un film di suoni. Che raccontano più dei dialoghi, e a tratti persino più delle immagini, come nella scena iniziale del terribile incidente d’auto occorso a Laura, la protagonista del titolo, studentessa di musica a Berlino.
Non vediamo, ma sentiamo lo schianto della macchina su cui è a bordo assieme al fidanzato. Lui rimane ucciso, lei miracolosamente illesa (fatto salvo per un taglio sulla schiena). Profondamente scossa per l’accaduto, viene accolta in casa di Betty, poco distante da dove è avvenuta la tragedia, su una strada di campagna immersa nei suoni della natura. I suoni, di nuovo: cinguettii di uccelli, ronzii di insetti, vento. Soprattutto vento.
È al vento, infatti, che Petzold dedica il terzo capitolo della sua “Trilogia degli elementi”, dopo l’acqua di Undine: Un amore per sempre (2020) e il fuoco de Il cielo brucia (2023). È l’aria in movimento che trasporta i suoni di cui è intessuto il film. Suoni di un mondo che, come nei due precedenti atti del trittico, sembra sospeso ambiguamente fra il reame materiale e quello onirico, mitico, metafisico, nel cui disegno forse era già inscritto l’incontro tra Laura (interpretata da Paula Beer) e Betty (Barbara Auer). Su quest’ultima, a sua volta, grava un altro lutto che l’ha allontanata dal marito Richard (Matthias Brandt) e dal figlio Max (Enno Trebs).
L’arrivo e la temporanea permanenza della giovane musicista innesca però un cortocircuito nei tre ospiti, richiamando per più di un verso (e forse, appunto, per leggi che sfuggono ai limiti della conoscenza umana) il ricordo della persona da loro perduta. Col rischio di esacerbare le ferite di ciascuno, ma anche, all’opposto, l’opportunità di rimarginarle.
Anime da riparare
Rispetto alle sequenze in esterni, le scene d’interni di Miroirs No. 3 non sono meno dense di suoni. Che, in questo caso riportano insistentemente, ed emblematicamente, a qualcosa di rotto: rubinetti che perdono, pianoforti scordati. Quando Betty invita Richard e Max a mangiare insieme per presentargli Laura, avverte la ragazza di stare attenta: i due uomini «sono pazzi», ovvero ossessionati dal riparare tutto ciò che non funziona. E infatti durante la cena passeranno più tempo ad aggiustare una lavastoviglie che a conversare con la nuova arrivata che li mette a disagio. Ma è riparare sé stessi la vera posta in gioco, in un film che, come Undine e Il cielo brucia, parla anche e soprattutto di elaborazione del trauma, di (ri)apertura alla vita che passa, inevitabilmente, per il confronto ineluttabile con la morte.
In questo gioco di dualismi imperfetti è ancora una volta Paula Beer (che col capitolo iniziale del trittico ottenne l’Orso d’argento, ed era anche il cuore femminile nel cast de Il cielo brucia, anch’esso premiato alla Berlinale) a rappresentare il punto di connessione, enigmatico e trasparente a un tempo, fra mondi visibili e invisibili. Senza mai stabilizzarsi del tutto nell’uno o nell’altro, e offrendoci così un altro personaggio in perenne, inquieto movimento, il cui trasporto (ennesima eco de Il cielo brucia) è di nuovo la bicicletta. Quasi antitetica alla macchina dove si misura lo stallo dell’incomunicabilità reciproca (per esempio tra Laura e il fidanzato nell’incipit, ma la stessa officina di Richard e Max rappresenta il fortino della loro chiusura emotiva), la bici è il mezzo che collega i luoghi chiave della storia e favorisce la (ri)costituzione di legami tra i protagonisti.
E sono legami fatti anche questi di suoni, in quanto scanditi dalla musica: su tutti, il brano del 1972 The Night, di Frankie Valli e The Four Seasons, ascoltata da Laura e Max in quella che è forse la scena chiave del film, dove la diffidenza, i dubbi e il dolore iniziano davvero ad essere metabolizzati, e i corpi e le anime finalmente si lasciano andare, si liberano. Accogliendo l’alterità che turba, disorienta, spaventa, ma che può permetterci, finalmente, di guarire.
In breve
Christian Petzold chiude la sua “Trilogia degli elementi” con un altro film sospeso tra mondo fisico e metafisico, vita e morte. Lo fa narrando un percorso di complessa elaborazione del lutto attraverso l’arrivo e l’accoglienza di un’estranea in una famiglia, l’una e l’altra ferite da un trauma. E, da questo incontro, in un tessuto conturbante di simboli e suoni, sentimenti trattenuti e poi sciolti, il regista tedesco canta la sfida di riparare sé stessi attraverso la (ri)apertura al mondo.

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