
Mission: Impossible – The Final Reckoning, diretto da Christopher McQuarrie, sembra sarà l’ultimo capitolo della saga di Mission Impossible. Uscirà nei cinema italiani il 22 maggio 2025, ma è stato presentato in anteprima fuori concorso a Cannes il 14.
Questo progetto iniziato come serie televisiva negli anni ‘60 e rinato come saga cinematografica negli anni ‘90, deve molto, se non tutto, al suo carismatico attore protagonista, nonché produttore degli ultimi capitoli: Tom Cruise.
Solo per i tuoi occhi – La trama di The Final Reckoning
Eravamo rimasti sull’orlo della fine del mondo nel precedente capitolo Dead Reckoning. Ethan Hunt (Tom Cruise) era riuscito a prendere la chiave cruciforme a Gabriel (Esai Morales), ed era pronto ad iniziare una caccia in lungo e largo per il globo alla ricerca dell’inabissatosi sottomarino russo Sevastopol. Aiutato dalla sua nuova squadra, composta dai veterani Benji Dunn (Simon Pegg) e Luther Stickell (Ving Rhames) e dalle nuove reclute Grace (Hayley Atwell), Paris (Pom Klementieff) e Theo Degas (Greg Tarzan Davis), Ethan dovrà recuperare il codice sorgente dell’Entità.
Più forte e più invasivo, questo cyber-nemico che sta mettendo in ginocchio la rete mondiale del cyberspazio, minacciando la vita di miliardi di persone e la stabilità dei governi, ora viene anche venerato come divinità da una setta di fanatici.
Il mondo non basta
La geopolitica semplicistica di questo film irrita lo spettatore appassionato della saga, che ha sempre visto in essa delle lotte tra spie molto credibili. Quelle che erano sanguinarie e intricate vicende all’ombra dei governi e degli equilibri di potere, degli scontri nascosti da cui dipendevano il futuro di molte nazioni e la pace mondiale, ora sono diventate un percorso messianico di salvezza del globo.
In The Final Reckoning siamo catapultati sul tetto del mondo, costantemente a un passo dall’apocalisse nuclare, e mentre visioniamo questo banale e retorico percorso narrativo, seguiamo da vicino il percorso della squadra dell’IMF di Hunt, vero e proprio salvatore dell’umanità.
C’è una grandezza pacchiana nella portata degli eventi di questo film; forse una degna fine magniloquente della saga, ma che ormai approda nella fantascienza brutta, quella che ancora segue dei cliché anni ‘90, dove piccoli marchingegni tecnologici impediscono o permettono la rovina del mondo intero.
Vivi e lascia morire
La trama di The Final Reckoning è semplice, quasi banale, che diventa un groviglio intricatissimo, non di colpi di scena, ma di espedienti per arrivare all’obiettivo finale.
Tutto ciò si può ancora contestualizzare: per sfidare un’Entità che vive nel cyberspazio mondiale e si nutre costantemente di informazione, e quindi diventa sempre più un avversario invincibile, c’è bisogno di complicare in modo inumano ogni scena, ogni evento, ogni azione. Diventa quasi un gioco per dimostrare le abilità narrative e adattive dell’essere umano rispetto a un fato che sembra fissato: l’apocalisse mondiale.
Eppure troppi momenti risultano vuoti per la trama generale, pomposamente allungati per nulla. L’inizio prima dei titoli di testa appare troppo lungo ed emotivamente depotenziante, quasi parodistico, e tutto il film è intervallato da una serie di crescendo narrativi che rendono l’esperienza visiva una giostra neanche troppo ricercata.
A ciò si aggiunge un tifone verbale di dialoghi che forniscono lunghe e colorite spiegazioni per gli eventi delle trama. Sono proprio questi a intrecciare la trama fino a farla somigliare a un nodo gordiano (prontamente risolto con un taglio da Tom Cruise).
La morte può attendere
La regia di McQuarrie in questo film sembra una montagna russa. La forza delle scene d’azione, lunghe e abilmente costruite da regia e attori, risulta purtroppo annacquata dalla eccessiva verbosità e da momenti scenici che esulano da qualunque logica umana e fantastica.
Tre momenti del film in particolare sfociano visivamente nel lessico pubblicitario (e sì, nel ridicolo), di cui uno con un monologo in sottofondo che lo fa diventare un vero e proprio spot.
Alcuni combattimenti con Tom Cruise in boxer, perfino quando è a temperature estreme, ricordano il Van Damme degli anni ‘90, soprattutto quello di Timecop (1994, Peter Hyams). Quest’enfasi erotica sul suo corpo destabilizza lo spettatore, abituato a vedere il corpo di Ethan Hunt come un’arma o un crogiolo di sofferenze derivategli da duelli, corse e torture.
Il regista e l’attore si lanciano poi però in una lunga sequenza d’azione muta, fenomenologica, carica di tensione drammatica e di inquadrature eccellenti; un apice narrativo e registico così diverso dal resto, e per questo così ricercato e prezioso.
Licenza di ridere
La saga di Mission: Impossible ci ha abituato a dei cattivi notevoli: intelligenti, manipolatori e in grado di tenere testa a Ethan e alla squadra fino all’ultimo momento.
Il film precedente aveva fatto di Gabriel una minaccia tremenda, implacabile. Non solo si è dimostrato sanguinario, ma anche morbosamente legato al passato di Ethan. Con questo film però si snatura il personaggio, e si rinuncia a dotarlo di quel suo fascino malefico e acuto che lo rendeva una minaccia in ogni scena.
Al cattivo finale, apice di malvagità di tutti i villain della saga, è stata data licenza di ridere. Nelle poche scene in cui appare si comporta da macchietta scanzonata, ma ancora assetata di tremenda vendetta. La sua recitazione sopra le righe, specie nelle scene d’azione più complesse e drammatiche, fustiga la visione.
Se in questo film Gabriel diventa quasi un terzo polo dello scontro tra Ethan e l’Entità, pure non si dimostra all’altezza, per carisma e verve emotiva, né dell’uomo né della macchina.
Il domani non muore mai
The Final Reckoning è intessuto di una nostalgia vibrante, che però rischia di lasciare perplesso lo spettatore; troppe sequenze infatti contengono scene dei film precedenti.
Numerosi elementi, snodi di trama e personaggi dei film della saga, vengono con questo capitolo risemantizzati. Quest’operazione forse può accendere il cuore di molti strenui fan, ma può anche stremarli e nausearli. Comunque aver costruito l’intera saga, e questo film in particolare da, per e su Tom Cruise, aiuterà il pubblico ad affrontarli.
C’è anche però il rischio che quest’opera diventi la sua silenziosa tomba cinematografica come Ethan Hunt.
Il fascino della saga qui brilla nell’azione, ma risulta ridicolo nei dialoghi e nelle lunghe spiegazioni che fornisce ai suoi interlocutori per motivare le sue azioni. C’è un tono messianico nella sua missione di distruzione dell’Entità, un’eco mistico-religiosa speculare alla setta di fanatici che adorano l’Entità. È una lotta mitologica quella di Ethan Hunt, l’uomo contro la macchina, l’uomo contro Dio; ma in realtà sembra un enorme delirio fantastico e religioso del suo interprete.
The Final Reckoning, in breve
La parabola cinematografica di Tom Cruise è ormai parte della mitologia del cinema d’azione, e questo film è l’ultimo tassello di un percorso che lo ha visto brillare nel cinema statunitense contemporaneo. Ha salvato l’insperabile e rigenerato l’antico, quindi ha già dimostrato di poter spezzare da solo ogni parere o profezia a lui sfavorevole. Il fato dell’ultimo capitolo di Mission: Impossible è affidato quasi interamente a lui, e a noi però rimane una domanda, vedendo anche il cattivo esito al botteghino del precedente film: ce la farà?
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