
Il 22 gennaio a Roma si è svolta la conferenza stampa per presentare il nuovo del regista iraniano Mohammad Rasoulof, Il seme del fico sacro, in concorso al Festival di Cannes 2024 dove ha vinto il premio speciale della Giuria.
Un’opera coraggiosa, frutto del lavoro di persone che si erano già scontrate col regime teocratico ed erano finite in carcere, e che sono riuscite a girare di nascosto uno dei film più potenti e riflessivi degli ultimi anni. Il ritratto della famiglia di un giudice del regime durante le proteste avvenute nel 2022-2023 a seguito della morte di Mahsa Amini, diventa l’allegoria delle lotta stessa per i diritti delle donne e dell’essere umano.
Chi è Mohammad Rasoulof?
52 anni d’età, di cui 23 da regista e oltre 15 da dissidente politico. Per il suo precedente film, There is No Evil (2020), che parlava della pena di morte in Iran, era stato condannato a un anno di prigione e al divieto di girare film per due anni.
“Gli ultimi 46 anni della storia iraniana, dall’avvento della repubblica islamica, sono pieni di avvenimenti difficili che non sono ancora stati raccontati. Durante le prime decadi sono state giustiziate migliaia di persone e finora nessun regista è riuscito a farci un film. Quindi c’è questo passato pieno di storie veramente affascinanti che vanno raccontate. Circa cinque anni fa, quando ero in un periodo in cui non mi era consentito lasciare il paese (l’Iran), non avevo il passaporto, e mi sembrava impossibile andare a filmare per strada, mi è venuta l’idea di realizzare un film basato su degli archivi usando l’animazione”, dice il regista parlando di quello che forse sarà il suo prossimo film.
“E poi siamo in un mondo interconnesso, anche grazie ai social. […] Questo mi dà speranza riguardo al fatto che sia possibile raccontare delle storie oggi, in questo mondo interconnesso, che hanno sia un legame con la vita e il vero vissuto della gente comune in Iran, sia con il pubblico globale. […] Riguardo i progetti futuri ho 3 sceneggiature pronte, però siccome da quando ho lasciato l’Iran sto viaggiando non stop con il film, non vedo l’ora di avere un momento per capire da quale iniziare.”
Opporsi al regime
Mohammad Rasoulof e Jafar Panahi, registi perseguitati dal regime di cui sono tra le maggiori voci di opposizione e denuncia, hanno fatto del girare in remoto una vera e propria arte. Dopo essere stato incarcerato e aver passato 40 giorni in isolamento, peraltro nello stesso carcere di Cecilia Sala, Rasoulof è fuggito clandestinamente dall’Iran attraverso un viaggio di molte settimane.
Nel frattempo però il materiale girato per Il seme del fico sacro era stato spedito in Germania per la postproduzione. Il suo film rappresenta infatti questo paese nella corsa agli Oscar 2025. Il regista informa dunque sulla sorte dei membri del cast e della troupe del film: “Tra gli attori l’unica persona attualmente in Iran è l’attrice che interpreta la madre, Soheila Golestani. Tutti gli altri sono riusciti a lasciare il Paese, clandestinamente e non, mentre alcuni membri della troupe sono ancora in Iran. E c’è un processo giudiziario in corso nei confronti di tutti coloro che hanno preso parte al film. Siamo accusati di propaganda contro il regime, attentati contro la sicurezza pubblica, e la diffusione della prostituzione e corruzione sulla terra. Soheila Golestani era già stata arrestata, ha dovuto passare un periodo in prigione durante i primi mesi della rivolta, Donna, vita, libertà, a causa della pubblicazione di un video sui social che era diventato virale, e poi fortunatamente quando le abbiamo offerto il ruolo ha accettato.”
Raccontare il reale
Quando viene chiesto al regista come mai abbia deciso di inserire nel film dei video social che documentavano le rivolte dal punto di vista della gente comune, risponde: “Il giornalismo è un mestiere difficile in Iran. Ai giornalisti è proibito di documentare e seguire le proteste. Quindi sono gli stessi manifestanti che con i loro dispositivi diventano giornalisti cittadini, e poi condividono queste foto e questi documenti sui social, all’estero, per tenere informata la popolazione mondiale su ciò che sta succedendo. Io ero in prigione da vari mesi a causa di film precedenti quando è esploso il movimento, Donna vita, libertà. […] La prima cosa che ho fatto quando sono uscito vari mesi dopo, è stata andare a vedere tutti i video che non avevo visto”.
“E poi ovviamente sapevo che avrei fatto un film ma di nascosto, e quindi la grande domanda: come poter ricreare le scene di protesta se dovevo fare un film clandestinamente, ambientato quasi interamente in un piccolo appartamento? Mi sembrava poi importante riconoscere il ruolo fondamentale dei social nel rendere più forti e coesi gli attivisti e le attiviste, e nel dare loro coraggio e voglia di scendere in piazza. Mi sono chiesto, in un mondo ideale in cui tu potessi ricreare queste scene, riusciresti mai a ottenere la stessa forza cruda della verità? E lì mi è sembrato importante arrivare dalla finzione del film alla realtà vera documentaria.”
L’incarcerazione di Cecilia Sala
Alla luce dei recenti eventi occorsi alla giornalista Cecilia Sala, incarcerata il 19 dicembre scorso e scarcerata l’8 gennaio 2025 dopo 21 giorni di carcere, il regista offre anche il suo punto di vista.
“Innanzitutto vorrei rendere omaggio a Cecilia Sala in quanto giornalista per aver scelto di correre il rischio di andare in Iran per poter vedere da vicino le esperienze delle donne iraniane. Io ho passato due periodi nella stessa prigione, a Evin, e posso ben immaginare che esperienza difficile sia stata per lei […]. Ho vissuto in Iran, ci sono nato, ci son cresciuto, e sono preparato a combattere con le difficoltà con cui lì ci si confronta tutti i giorni, invece credo che una persona europea sia meno preparata”.
La prigione, e il terribile iter procedurale che porta una persona a finirci dentro, è uno dei temi centrali del film, come afferma il regista: “Ho provato a riflettere su tutto ciò che avviene in prigione, dal punto di vista della famiglia che ho ritratto ne Il seme del fico sacro, il modo in cui vengono influenzate le dinamiche familiari, e così ho provato a portare questa mia esperienza della prigione a un pubblico più ampio”.
E gli ultimi avvenimenti politici nel mondo
“Il regime è molto più debole che in passato. La situazione interna è molto più fragile che in passato. Mi auguro solo che gli avvenimenti degli ultimi mesi portino un buon cambiamento per la gente comune in Iran, e soprattutto la libertà che desiderano. […] Ci tengo a sottolineare che la lotta delle donne in Iran non è portata avanti solo con richieste per quanto riguarda i diritti delle donne, ma richieste molto più ampie, sui diritti umani per esempio”.
“E non è certo portato avanti solo dalle donne, ma anche da tanti uomini, uno dei quali mi considero io stesso. […] Se ne vedono già i successi. Un paio di mesi fa, il parlamento ha mandato al governo una nuova legge per l’approvazione della nuova legge dell’hijab, che è molto incentrata sul modo di vestire delle donne, con delle conseguenze durissime, e il governo si è tirato indietro, non ha voluto approvarla. Non perché non voglia, ma perché non può, diventa troppo difficile. Il potere politico cerca ogni occasione per opprimere le donne, le persone, e al tempo stesso la società civile che continua a spingere. La situazione che abbiamo al momento è questa guerra quotidiana, tra la società civile da un lato e la repubblica islamica dall’altro.”
Il regista commenta così gli ultimi eventi sullo scacchiere geopolitico mondiale, dagli scontri tra Israele ed Hezbollah, a cui è seguita una risposta armata dello stesso Iran, alla rielezione di Trump alla presidenza statunitense, rivelando le sue speranze sulle conseguenze che tutto ciò avrà per il regime e la popolazione civile.
Il Seme del fico sacro diretto da Mohammad Rasoulof uscirà in Italia il 20 febbraio distribuito da Lucky Red con BIM Distribuzione.
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