Mona Lisa and the Blood Moon. Lucky Red
Mona Lisa and the Blood Moon. Lucky Red

Dopo un anno dalla presentazione alla Mostra del cinema di Venezia, esce finalmente in sala Mona Lisa and The Blood Moon della vulcanica regista e sceneggiatrice anglostatunitense (con genitori nati a Teheran) Ana Lily Amirpour. Lo distribuisce Lucky Red.

Mona Lisa and The Blood Moon è l’opera terza di Amirpour dopo l’horror western A Girl Walks Home Alone at Night (2014) e il fantasplatter The Bad Batch (2016), anch’esso presentato a Venezia, dove aveva vinto il premio speciale della giuria.

Horror western, fantasplatter, per Mona Lisa si potrebbe forse osare un dark fantasy southern western manga: è difficile etichettare univocamente il genere delle opere di Amirpour, che stupiscono ogni volta proprio per la loro inqualificabilità radicale.

Alti tassi di lisergismo, di colpi di scena, di violenza, di rumore, di visionarietà, di continui ed estenuanti contrasti, di musica perforante, di magnetico, di dispotico, di erotico, di a-consequenziale.

Mona Lisa and the Blood Moon. Lucky Red

Sound & Vision

Uno dei tratti salienti dei suoi film è la qualità audio, e Mona Lisa aveva vinto la menzione speciale al sonoro alla Mostra del cinema di Venezia, per la soundtrack del compositore elettronico Daniel Luppi (un romano adottato dalla città degli angeli). Amirpour ha per altro un deficit dell’udito: che la fa udire il 30% in meno dello standard.

Si potrebbe definire Mona Lisa and The Blood Moon una favola ultra suonata, hyper stoned: suonata e stonata.

Sinossi

Protagonista è una ragazza sui vent’anni (Jeon Jong-seo), che nelle sequenze iniziali scappa da un centro di detenzione dove probabilmente studiavano i suoi poteri. Ha tratti orientali, sembra una figurina ritagliata da un manga dark, un’action figure da comprare in un comics store. In fuga inizia a vagare per una notturna e allucinata New Orleans, dove incontrerà due aiutanti altrettanto improbabili: una stripper over age mezza delinquente (Kate Hudson) e suo figlio pre-adolescente, un nerd precocissimo amante del metal (l’esordiente e talentuoso Evan Whitten, forse l’alter ego di Amirpour).

Il primo look della ragazza è iconico, una camicia di forza cortissima piena di lacci svolazzanti che supera in qualità Hannibal Lecter. È disegnata dalla bravissima costumista Natalie O’Brien, con cui Amirpour lavora da sempre e che è sua sodale nel congegnare l’originalità acid pop del suo stile visivo.

Il potere di Mona Lisa? Può piegare gli altri alla sua volontà. Quando lo fa il film si riempie di uno strano boato.

I film di Amirpour contengono pochi dialoghi e molti suoni: sono percorsi da un tappeto sonoro dai volumi sempre alti, spesso distorti, e quando irrompe un brano musicale si prende tutto lo spazio della scena e intride le immagini di “una coltre spessa di grasso”.

Vision & Sound

The Bad Batch inizia con una sequenza muta di almeno cinque minuti, violentissima, e poi parte un brano musicale di cui il film altera il volume, All That She Wants degli Ace of Base, un cult classic della musica da discoteca.

Mona Lisa and The Blood Moon è percorso da una colonna sonora elettronica di brani remixati come se davvero il film si svolgesse in un club e noi stessimo assistendo a un dj set.

E la sua New Orleans notturna, da cui emergono colori sempre fluo, sembra uscita dalla mente di una scrittrice horror, più ancora che da un* regista, tanto sono trasfigurati e favolistici i riferimenti. Vengono in mente i southern western allucinati di Joe Lansdale o quelli cupi e piccanti di Joyce Carol Oates.

A World Apart

Amirpour è nata a Margate, nel Kent, da genitori di origine iraniana e si è trasferita con la famiglia in Florida all’età di otto anni, poi ha compiuto le superiori in California: Los Angeles e infine, all’università, San Francisco. Ha risalito le radici della cultura pop, come lei stessa dichiara.

Col padre, fin da bambina, divora film western. Gira il primo cortometraggio a 12 anni: una storia del terrore. Scrive racconti horror.  A scuola – dice – “non avevo amici”, complice anche la perdita uditiva. Una Howard Philip Lovecraft al femminile.

Blood On The Tracks

Forse c’è un po’ troppo sangue sulla luna dell’eroina dark di Amirpour – che cita probabilmente, più ancora di Leonardo o Nat King Cole, il William Gibson cyberpunk di Mona Lisa Overdrive – per appassionare palati troppo seriosi, ma potrebbe diventare un cult tra gli amanti dei film di genere, o dei film senza (più un) genere.

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Al cinema come nella vita non credo esistano cattive storie, ma solo storie raccontate male, per questo preferisco ormai la rarefazione dei linguaggi, la sperimentazione, la visionarietà. Sarei felice che la video-arte entrasse nelle multisale, magari passando per Bill Viola e Studio Azzurro. Nel cinema europeo il mio epitome è Fassbinder, nel cinema USA mi hanno conquistato i road movies (e Wenders). Se dovessi descrivermi in una parola direi… una parola forse non è abbastanza. Blu.

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