mother-2017
Mother! 20th Century Fox

Darren Aronofsky è da sempre uno dei miei registi preferiti, più o meno da quando, all’età di 14 anni, vidi per la prima volta Requiem for a Dream, spinta più che altro dal desiderio di conoscere la fonte originale di quella musica maestosa che nei primi anni 2000 era diventata la colonna portante di innumerevoli trailer. Da allora, ogni volta che iniziavano a circolare voci su una nuova uscita firmata Aronofsky sono sempre stata in prima linea a contare i giorni che mi separavano dal successivo ingresso in sala.

Quando però nel 2017 uscì Mother! quell’antico entusiasmo si era un po’ sopito, forse anche per quel cambiamento di rotta che già cominciava a farsi sentire ai tempi di Noah, o forse per l’influenza della critica che da una parte lo riempiva di lodi e dall’altra lo giudicava eccessivamente pretenzioso. Fu così che lasciai passare la bellezza di due anni. Ad oggi posso dire in tutta tranquillità che è stato meglio così. Ogni cosa ha il suo tempo e per potermi godere appieno l’ultima opera della filmografia di Aronofsky dovevo prima acquisire gli strumenti giusti per poterla apprezzare.

Mother! e la rappresentazione di un rapporto distruttivo

Tanto si è detto e tanto scritto sul simbolismo presente in Mother! e sui suoi personaggi senza nome, ma quando finalmente posai gli occhi sullo schermo la mia mente decise di bandire completamente allegorie creazioniste e strutture metafisiche. Il mio cervello si congelò invece al primo livello di lettura, quello più superficiale, ma anche quello più spaventoso. Infatti, non passarono cinque minuti dai titoli di testa che già qualcosa si stava torcendo nel mio stomaco. Vedevo Jennifer Lawrence aggirarsi in una casa deserta, vedevo Javier Bardem baciarla frettolosamente senza nemmeno guardarla negli occhi. Percepivo in quei movimenti apparentemente così banali un’anticipazione angosciante di tutto quello che sarebbe successo.

Poco a poco, vidi delinearsi con estrema chiarezza una dinamica conflittuale che contrariamente ad ogni aspettativa non aveva nulla a che fare né con Dio né con la metafisica. Quello che vidi fu invece qualcosa di profondamente, maledettamente, terribilmente terreno: altro non era che una chiara rappresentazione della spirale distruttiva che vede coinvolti un narcisista e una dipendente affettiva.

Il pericoloso squilibrio tra le parti

Lei ha fatto di Lui il centro del suo mondo: vive per lui, respira per lui, si fa in quattro e si sporca le mani per costruire una casa che altro non è che il simbolo di una relazione stabile, di una coppia solida, di una famiglia. Ci troviamo di fronte ad una donna che investe tutte le sue energie in un unico obiettivo: rendere felice il suo compagno.

Lo ama, lo sostiene come uomo e come scrittore, sorride davanti ai suoi successi e si sente impotente davanti ai suoi insuccessi. Tuttavia, si sente spesso messa in secondo piano, sempre più cosciente di non essere abbastanza nonostante i suoi sforzi. I suoi bisogni – di donna prima e di madre poi – vengono costantemente ignorati. Questa consapevolezza le provoca un’angoscia al limite del patologico, con crisi d’ansia che si manifestano con i classici sintomi dell’asma. In fondo a lei c’è un profondo bisogno di essere amata, un bisogno così forte che se ignorato la distrugge fisicamente.

Lui, d’altro canto, vede in Lei uno strumento per vivere meglio con se stesso, e si serve della sua adorazione per nutrire il proprio ego di uomo e d’artista, seppellendo sempre più in profondità un’antica ferita che probabilmente non è in grado di gestire da solo. Per tutto il tempo lo vediamo distante, concentrato su sé stesso. Lo vediamo giocare sottilmente con le insicurezze della compagna con piccoli atti di gaslighting (emblematica la scena in cui lei si preoccupa per aver trovato la foto dell’uomo nella borsa di un perfetto sconosciuto, e lui la rimprovera per essersi impicciata degli affari altrui).

È un compagno assente, un compagno che ha tutto da prendere e nulla da dare, ma che vuole apparire agli occhi del mondo come qualcuno di grandioso. E allora non si fa scrupoli a riempire la casa di fan adoranti ed ossessivi e accetta di buon grado l’idea di essere eretto a divinità di un nuovo culto.

SPOILER – Bramando sempre più il riconoscimento del mondo intero, lo ottiene in maniera drastica. Per compiacere le masse giunte ad adorarlo, arriva ad accettare passivamente l’uccisione del suo stesso figlio: un figlio che per un narcisista altro non è che un prolungamento di se stesso. Ed è solo allora che Lei riesce finalmente a ribellarsi, e lo fa con una furia atavica, distruttrice, primordiale. L’inferno non conosce furia simile ad una madre che ha visto uccidere il proprio bambino. Soprattutto se l’ha visto uccidere per colpa dell’uomo che amava.

Una femminilità in fiamme

La femminilità di quella madre che fino a quel momento era stata lentamente e inesorabilmente violata – non a caso più la situazione degenera più il sangue che macchia il pavimento della camera da letto si fa evidente, fino a creare una ferita viva che ricorda un’apertura vaginale – esplode infine con una furia cieca che si esprime attraverso il fuoco. Ed è solo allora che quella donna ormai ridotta all’ombra di ciò che era apre finalmente gli occhi sulla verità: “You never loved me” dice al compagno “You just loved how much I loved you”.

Tra le ceneri e in fin di vita, la donna confessa di non aver più nulla da offrire. Ma lui, uscito illeso dall’incendio, trova il modo per farsi servire un’ultima volta, portandosi via il cuore di lei insieme all’ultimo frammento di amore che la teneva in vita.

Ed è così che il film termina, esattamente come era cominciato, seguendo un andamento perfettamente circolare: la casa lentamente risorge dalle ceneri. Le pareti si colorano. La camera da letto si riempie di vita. E una figura femminile a letto si risveglia. Una figura femminile che è tale e quale a Lei. Una nuova donna con le stesse caratteristiche di empatia e remissività che servirà soltanto a fornire nuovo nutrimento al narcisista fino a quando sarà, anche lei, definitivamente svuotata, distrutta, ridotta in cenere.

Oggi, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2021, anche la rappresentazione simbolica di Mother! ci ricorda quanto sia importante reagire, denunciare e combattere la violenza.

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Classe 1993, diplomata in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Il mio imprinting col cinema è avvenuto all’età di dieci anni, facendo zapping alla TV e capitando casualmente sulla versione estesa de La Compagnia dell’Anello. Tutto ciò che è capitato dopo è in qualche modo legato a quella sera di zapping: il desiderio di lavorare col cinema, la voglia di imparare le lingue (dopo tutto Tolkien era un linguista), la smania di viaggiare, la passione per le belle storie… Sono affascinata da tutto ciò che riguarda l’arte dello storytelling e il mio sogno più grande è quello di vivere la mia vita dividendomi tra una bozza di Final Draft e una manciata di biglietti aerei di sola andata.

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