L'uomo delle castagne - Netflix
L'uomo delle castagne - Credits: Netflix

Dal 29 settembre è disponibile su Netflix L’uomo delle castagne una nuova  miniserie di sei episodi di genere thriller-noir, creata da Søren Sveistrup, Dorte W. Høgh, David Sandreuter e Mikkel Serup.

Una serie solida e ben riuscita, capace di accendere nello spettatore una fiamma inestinguibile, grazie al leitmotiv stilistico della suspense. 

L’uomo delle castagne – Trama (e spoiler alert)

La storia è ambientata a Copenaghen e si sviluppa su due linee temporali. Nella prima si viene catapultati davanti a un pluriomicidio nel 1987 [due anni prima rispetto al romanzo di Sveistrup]. La seconda, ambientata ai giorni nostri e racconta di una detective, Naia Thullin (Danica Curcic), che insieme al suo nuovo partner, il detective Mark Hess (Mikkel Boe Følsgaard), è chiamata a risolvere un caso di omicidio. La vittima è una donna, uccisa e con una mano amputata.

Rilevante è il ritrovamento, sulla scena del crimine, di un omino di castagne che il killer fa volutamente pervenire accanto al cadavere. Il particolare oggetto, che lascia con il fiato sospeso fino all’ultimo episodio, è contrassegnato dalla presenza di alcune impronte digitali appartenenti paradossalmente a una persona morta già da un anno. Nascono così profonde perplessità in chi sta lavorando al caso.

Sarà proprio quell’omino di castagne, sulla scena del crimine, che andrà a richiamare il passato, per sconvolgere l’intera quotidianità del presente dei diversi personaggi della serie.

Gli eventi si susseguono come una catena di misteri ed omicidi in cui il serial killer gioca a disorientare la polizia, tenendo fede al suo medesimo modus operandi, identico per ogni vittima, senza però mai stancare lo spettatore.

L'uomo delle castagne - Credits Netflix
L’uomo delle castagne – Credits Netflix

Il peso esistenziale dell’uomo

Nella serie vi è un solido intreccio di colpi di scena che creano una continua suspense, ogni episodio infatti viene permeato sulla sensazione di tensione piuttosto che sull’azione vera e propria. Ogni indizio porta ad una moltitudine di perplessità in merito ad ogni singolo personaggio, messo in dubbio di continuo dagli spettatori.

Più si scava nel passato e nelle vite dei personaggi e più emergono aspetti intimi e problematici; drammi infantili che, trascinati fino all’età adulta, creano un peso esistenziale impossibile da rimuovere.

Emerge un Mondo di demoni che, a differenza di come si racconta nelle fiabe, non provengono da foreste oscure, ma dalle mura domestiche, distruggendo interamente, nell’essere umano, quel senso di sicurezza e di riparo della casa. Siamo lontani dall’immagine pascoliana del nido, inteso come protezione.

La vittima e il carnefice. Il gioco dello scambio dei ruoli

Le piaghe dell’infanzia che si manifestano nei personaggi della serie, creano un sovvertimento dei ruoli, il carnefice si trasforma vittima. Vi sono pesi e lacune dell’animo umano che possono andare ad incidere fortemente sul profilo psicologico e che possono modificare la natura di ogni persona. Alle volte, per poter trovare una soluzione al peso della vita, ci si può avvalere solo delle proprie forze, perché non si riesce ad ottenere giustizia. E in quei casi vi è un limite sottilissimo tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Nonostante il finale sia nettamente conclusivo, senza lasciar spazio ad ipotesi, il regista riesce comunque a far riflettere sui temi della giustizia e della morale. 

Ci sono domande che sorgono dunque spontaneamente dopo aver visto la serie. Chi può decidere veramente cosa possa essere giusto o sbagliato moralmente, di fronte ai demoni di un passato, in età infantile, troppo ingombranti da poter sopportare? E soprattutto: Quanto può essere considerato carnefice, colui, che in passato, è stato una vittima, ma senza mai aver avuto giustizia?

Ognuno è il risultato di tutto ciò che ha avuto e di tutto ciò che gli è mancato e, davanti ad alcune pesanti e dolorose circostanze della vita, nemmeno la Legge scritta può essere risolutrice.

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Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.

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