Felix Kammerer in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Credits: Netflix.

Se ai nostri tempi essere pacifisti in Europa non va troppo di moda (si rischia di essere tacciati di complicità con l’autocrate russo invasore dell’Ucraina), le cose, almeno in certi stati, andavano ancora peggio quando comparve il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929). Scritto da Erich Maria Remarque, il libro ispirò una coeva versione cinematografica hollywoodiana diretta da Lewis Milestone. L’una e l’altra opera osteggiate con violenza e poi proibite tanto dal nazismo in Germania quanto dal fascismo in Italia.

E certo i figli totalitari del delirio nazionalista che portò alla carneficina della Prima guerra mondiale (destinati a provocare la Seconda) non potevano gradire il racconto crudamente antiretorico di quel conflitto di trincee, cadaveri e fango. Ovvero, la storia di come un’intera generazione di ragazzi neanche ventenni fu indotta ad arruolarsi dalla propaganda dei peggiori tra i loro maestri. Uscendone morti o mutilati nel corpo e nella psiche.

Di questo parlano il romanzo, il suo primo adattamento filmico (che vinse l’Oscar nella stagione 1929-30 e il cui produttore Carl Laemmle Jr. fu candidato al Nobel per la pace) e quello più recente (dopo un’altra trasposizione di Delbert Mann nel 1979) diretto da Edward Berger, disponibile su Netflix e in corsa per il Golden Globe come Miglior film in lingua non inglese. Co-produce non a caso la Germania (che ha candidato il lungometraggio agli Oscar 2023), ovvero il Paese dal cui punto di vista è raccontata la tragica vicenda dei giovani protagonisti tra il 1917 e il 1918.

Sono gli sconfitti di quella guerra incancrenitasi sul “fronte occidentale” dove tedeschi e francesi (con relativi alleati) si uccidevano di trincea in trincea per poche centinaia di metri sottratti e riconquistati al nemico. Ma in realtà sconfitti lo sono tutti, almeno tra coloro che, da una parte e dall’altra, devono fungere da carne viva per le macabre partite delle loro classi dirigenti che si trincerano, oggi come allora, non dietro i corridoi di terra e filo spinato ma dietro potere, privilegi e verità distorte.

Un massacro senza riscatto

Come avrebbe potuto essere la vita del diciassettenne Paul Bäumer (Felix Kammerer), protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale, se nella primavera del 1917 non si fosse lanciato volontario, con i compagni di scuola Albert, Franz e Ludwig, in quella guerra che il loro attempato insegnante gli aveva dipinto come una doverosa e grandiosa occasione di diventare uomini? Ce lo domandiamo ad ogni momento in cui la macchina da presa si sofferma sul volto magro e pallido di quel giovane che uomo non potrà diventarlo mai. Perché, come ben presto lui e suoi amici dovranno constatare, al fronte chi non muore dilaniato da una bomba, perforato da un proiettile o infilzato da una baionetta, perde comunque un pezzo (morale, quando non fisico) di se stesso, che nemmeno la futura pace potrà restituirgli.

Felix Kammerer (a destra) in una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale. Credits: Netflix.

È un romanzo di formazione alla rovescia, Niente di nuovo sul fronte occidentale. E, per certi versi, una tragedia familiare estesa a un’intera società. Società in cui i “genitori” (governanti, generali, docenti) mandano a morire sotto le armi i loro figli, inducendo al martirio i più giovani e coccolati.

Tra questi, gli adolescenti borghesi che possono ancora scegliere il loro destino dai banchi della loro istruzione e che finiscono divorati dalle (non)logiche di politici e capi militari, trovando forse gli unici possibili padri alternativi nei soldati più anziani. Tra un consiglio per non farsi ammazzare e un pasto faticosamente rubato a giorni di fame, sono quelli che dispensano alle reclute gli unici scampoli di solidarietà possibile nel mondo ai confini del mondo della trincea. Come ci mostra il rapporto tra l’imberbe Paul e il più maturo Kat (Albrecht Schuch), calzolaio che intesse con l’altro un’amicizia proiettata temporaneamente oltre le distanze di classe e l’orrore quotidiano del conflitto.

Ma è solo una parentesi, precaria quanto la vita stessa in quel contesto disperato. Niente di nuovo sul fronte occidentale non è, per fortuna, Salvate il soldato Ryan né il recente 1917 di Sam Mendes, pur mostrando di tenerne conto in momenti come il piano-sequenza iniziale e nella brutale efficacia della rappresentazione di ciò che la guerra fa sui corpi di chi la combatte. Stavolta però il pacifismo è radicale, non ci sono vincoli camerateschi né atti di eroismo che possano redimere i destini degli individui o delle nazioni. L’assurda carneficina travolge tutti senza catarsi né riscatti possibili. Lascia ai superstiti solo cicatrici, mucchi di cadaveri da contare e seppellire e un mondo, con le sue vane illusioni, ridotto in macerie.

Trasposizioni a confronto

Questa radicalità nella critica alla guerra (ad ogni guerra) è condivisa tanto dal film di Berger quanto da quello di Milestone ed è inevitabile un paragone tra l’uno e l’altro. Se il war-movie del 1930 (uscito in Italia col titolo All’ovest niente di nuovo, traduzione letterale di quello del romanzo, Im Westen nichts Neues) aveva fatto la storia del genere anche dal punto di vista formale, con un uso inedito delle carrellate laterali e delle soggettive nelle scene di battaglia, il nuovo adattamento è meno dirompente ma comunque efficace. Merito soprattutto della fotografia diretta da James Friend, che ammanta personaggi e ambienti di tonalità sospese tra naturalismo ed espressionismo, dai contrasti delle ombre con le tinte ocra e rosse dell’inferno circostante alle luci fredde dei totali su una natura che fa da teatro muto alla (auto)distruzione delle masse umane.

Una scena di All’ovest niente di nuovo di Lewis Milestone. Credits: web.

Non sempre, invece, il remake tedesco regge il confronto con la vecchia trasposizione nella gestione della materia narrativa. Troppo asciugati alcuni episodi, come quello, davvero fondamentale, della predicazione nazionalista del professore agli allievi. Con l’assenza, per giunta, di uno dei brani più significativi del film di Milestone, quello in cui Paul, temporaneamente in licenza, torna a casa, scoprendosi ormai irrimediabilmente estraneo a una società civile la cui visione del conflitto è viziata dalla retorica bellicista.

Ritroviamo invece un’altra sequenza emblematica, lo scontro tra Paul e il soldato francese che ferirà per poi pentirsene (sconvolto dai rantoli del moribondo) e tentare di salvarlo. Ma troppo poco spazio è dedicato a momenti come la sopravvivenza nel bunker preso d’assalto dai bombardamenti, dove il primo film, nel prolungarsi dell’attesa tra rombi martellanti dall’esterno e morsi della fame all’interno, restituiva al massimo grado un conflitto fatto anche, e soprattutto, di estenuanti “pause”.

Daniel Brühl in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Credits: Netflix.

In compenso, Berger (anche sceneggiatore con Ian Stokell e Lesley Paterson) ci mostra, parallelamente alla quotidianità in trincea, la non meno drammatica partita della diplomazia. Con la figura di Matthias Erzberger (Daniel Brühl), leader della nuova maggioranza politica nata col disfacimento della Germania del Kaiser, che si ritrova di fronte alla scelta di un armistizio umiliante per il suo Paese ma necessario a impedire altri morti.

Questa sottotrama arricchisce l’affresco storico dipinto dal film, mostrandoci la miopia (se non il fanatismo) di vincitori e vinti, aggressori e aggrediti colpevoli di rifiutare le ragioni del compromesso, le uniche a poter garantire una pace duratura. Quella che non ci sarà, come viene ricordato a più riprese mostrandoci il campo minato di rancori, vendette e ferite esteso dai tronfi generali ai bambini ormai orfani di qualunque innocenza, terreno fertile per un nuovo conflitto. Davvero niente di nuovo, oggi come un secolo fa.

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