no time to die credits MGM

Tra le prime vittime audiovisive della pandemia di COVID-19, No Time to Die ha avuto una serie di rinvii che non ha potuto che addolorare gli amanti del cinema. Non della saga nello specifico, ma del cinema e dei cinema, delle sale. Perché con il suo trascinarsi per due anni – lunghissimi e allo stesso tempo passati in un baleno – No Time to Die è uscito dai suoi confini, diventando emblema del corpo sanguinante dell’esercizio cinematografico.

E oggi, dopo tre rimandi, l’ultimo capitolo della saga bondiana con Daniel Craig trova accoglienza nelle sale italiane. Noi siamo stati all’anteprima del 28 settembre a cui, simbolicamente, sono stati invitati lavoratori e lavoratrici ospedalieri, a rafforzare questo sentimento condiviso nei confronti del film, la cui epopea distributiva ci ha accompagnato in questo periodo di estrema difficoltà. Il “grazie” che campeggiava sullo schermo prima dell’inizio della proiezione è per loro e per noi spettatori che abbiamo sostenuto e voluto il ritorno in sala.

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Eve Moneypenny (Naomie Harris), M (Ralph Fiennes) e Bill Tanner (Rory Kinnear) in No Time to Die – Credits MGM/Universal Pictures

Il ritorno per il gran finale

L’agente 007 di Daniel Craig torna per la sua ultima avventura, in un intrico di trame che presenta il debito con ciò che è stato costruito nei film precedenti. Si ha la percezione di una vera e propria saga che ha gradualmente assunto i contorni di unica grande narrazione in più atti, di cui No Time to Die è l’afflato finale, ma legato a doppio filo con Spectre, di ormai sei anni fa.

James Bond, ormai da cinque anni ritiratosi dall’MI6, torna operativo, conteso tra quest’ultima e la CIA, per rintracciare uno scienziato scomparso, Waldo Obruchev. Il passato di Madeleine Swann, di cui Bond sembra non potersi fidare, e i tentacoli dell’estesa SPECTRE tornano a presentare il loro conto.

Tornano i comprimari che abbiamo imparato a conoscere, tra cui Eve Moneypenny (Naomie Harris), il nuovo M (Ralph Fiennes), Q (Ben Wishaw) e Felix Leiter (Jeffrey Wright), con i loro archi narrativi che trovano talvolta chiusure dall’elevato pathos. Ma tornano anche la Madeleine Swann di Léa Seydoux e l’Ernst Stavro Blofeld di Christoph Waltz, che proseguono il loro sviluppo di personaggi mantenendo ruoli più o meno essenziali in questo ultimo capitolo.

La sensazione di entrare in medias res in un flusso emozionale di racconto è preponderante. Il film è fruibile come stand alone, ma l’investimento affettivo e l’emozione della chiusura di un’epoca sono prerogativa di uno spettatore costante, risulta difficile immergervisi a partire dal segmento ultimo della storia.

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Paloma (Ana de Armas) in No Time to Die – Credits MGM/Universal Pictures

L’appiglio dei nuovi personaggi rappresenta un rassicurante strumento – per il neofita – per entrare nella storia. Tra le new entry troviamo due agenti della CIA, Billy Magnussen (Game Night, Aladdin) nei panni di Logan Ash e Ana de Armas (Blade Runner 2049, Cena con delitto) nei panni di Paloma. Se il primo porta e sfrutta in termini narrativi la sua solita aria da simpaticone/spaccone buono, la vera goduria è l’attrice ispano-cubana che negli ultimi anni vediamo in produzioni sempre più di rilievo. Paloma è un’agente alle prime armi, apparentemente imbranata e sprovveduta, ma dall’inaspettata eleganza letale: la vediamo – purtroppo – in una sola scena, che risulta essere tuttavia una delle migliori sequenze di azione del film.

Il cattivo di turno, interpretato da Rami Malek (Mr. Robot, Bohemian Rhapsody), è Lyutsifer Safin. Il volto dell’attore statunitense di origini egiziane è, come sempre, talmente particolare da non poter diventare, anche in questo caso, iconico. Doppiamente, se si pensa al gioco di maschere che introduce il suo enigmatico personaggio. Un aneddoto personale può dare la misura delle peripezie che questo film ha dovuto attraversare. Da profana assoluta della saga, ero convintissima che il personaggio di Malek fosse già comparso nei film precedenti, era come se già lo conoscessi. Per poi rendermi tristemente conto che probabilmente le notizie relative al casting dell’attore, e poi le prime immagini, risalgono ormai a svariati anni fa, e che è quindi un mio errore di percezione.

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Nomi (Lashana Lynch) in No Time to Die – Credits MGM/Universal Pictures

Ma la grande novità di questo film è la nuova, famigerata, 007, Nomi, interpretata da Lashana Lynch. Come riassumevamo qui, quasi un anno fa, quando una delle notizie cinematografiche più clickbait degli ultimi tempi è stata diffusa, James Bond è al sicuro, non diventa, improvvisamente, una donna. E nera, per di più. Sarà l’agente 007 a cambiare identità. Perché, ricordiamolo, 007 è un codice che, in quanto tale, non è intrinseco a una persona, ma può essere ereditato, riassegnato, tolto. No Time to Die inizia con un James Bond che non è più l’agente 007; l’MI6 ne ha nominato uno nuovo, Nomi, appunto.

Buona parte del film costruisce la dinamica tra i loro due personaggi proprio su questo bisticcio: il codice viene conteso, tra lo 007 ufficiale e il vecchio 007 che è stato reintegrato nell’organizzazione. Gli sviluppi di questo arco narrativo li scoprirete con la visione del film – che non vi vogliamo rovinare -, così come le implicazioni per il futuro del franchise.

Sceneggiatura e regia

Riallacciare le fila della narrazione, se si arriva monchi degli episodi precedenti, o se semplicemente non si hanno le vicende trascorse ben fresche in mente, risulta ostico, per tutta la parte iniziale, raccapezzarsi e ritornare in pari.

Le prime sequenze di No Time to Die hanno l’aspetto di altrettanti set pieces spettacolari, fruibili individualmente e assemblati come blocchi granitici. Basti pensare alla prima sequenza, ambientata tra le nevi, e a quella adrenalinica appena successiva in Italia. La narrazione non si fa tuttavia sovrastare da inseguimenti in auto, combattimenti e uccisioni. L’azione lascia ampio spazio a dialoghi, anche molto lunghi, che definiscono e sviluppano le dinamiche, vecchie e nuove, tra i personaggi. Il senso incombente di chiusura si fa sentire, rivestendo gli scambi dialogici di un pathos talvolta doloroso. No Time to Die è stato scritto da Cary Fukunaga, Neal Purvis e Robert Wade (storici sceneggiatori della saga), e Phoebe Waller-Bridge (la seconda donna nella storia del franchise ad avere un ruolo in sceneggiatura).

La regia, come la sceneggiatura, è perfetta per questo tipo di film: i virtuosismi ci sono, ma non sovrastano con la loro eccessività la visceralità di una storia che, dietro all’eleganza e ai vertiginosi valori produttivi, continua a conservare l’anima action. Cary Fukunaga, conosciuto per la prima stagione di True Detective, divenuta un vero e proprio instant classic, si rivela una scelta più che adeguata.

Una conclusione che osa, che commuove, e che lascia aperte le porte a un rinnovamento del franchise che non vediamo l’ora di testimoniare.

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Librofila dal 1994, laureata in Cinema, televisione e produzione multimediale. Amo il cinema classico americano, le miniserie, il cinema horror e il buon vecchio Tarantino. Sono un'appassionata di divismo e gender studies, e mi piace cercare di decostruire le dinamiche della rappresentazione.

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