Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino - Amazon-prime-video

Provare a rendere facile e glam la tossicodipendenza in Christiane F. come strada sbagliatissima per un tipo di intrattenimento che non arriva alla profondità della storia: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è una serie da dimenticare.

Bastano poche puntate per capire che la serie rilasciata ieri su Amazon Prime Video (e già disponibile sulla piattaforma dal 19 febbraio scorso per Germania, Austria e Svizzera) è un progetto veramente poco riuscito. Poteva essere una scelta, stravolgere il soggetto originale e creare qualcosa di completamente diverso, ma saperlo fare è un altro discorso.

Indugiando ancora qualche riga prima di capire perché chi considera la pellicola del 1981 un cult detesterà questo prodotto senza una precisa identità, vi confesso di averci creduto, almeno dall’inizio alla fine della prima puntata, Cuccioli, invaghita della possibilità di ritrovarci Christiane, e la storia, la musica marcia, le strade di Berlino Ovest. Purtroppo non serve neanche scavare, perché la superficie è uno strato sottile che anche spezzandosi non rivela alcuna analisi o rilettura. Ma neanche un novità allettante.

Nuovo cult o confusione di stile?

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino poteva prendere due strade: ripercorrere attentamente la storia di Christiane F., ambientata durante la fine degli anni ’70, o metterla da parte, mantenendone i caratteri principali, per realizzare un nuovo punto di riferimento generazionale. Di sicuro non è la prima prospettiva a guidare gli autori, ma anche se fosse la seconda farebbe acqua da tutte le parti.

Il primo cortocircuito relativo alla comprensione sta nel periodo storico rappresentato. Sono gli anni ’70? Qualche giacca di pelle lunga vorrebbe suggerirlo, così come gli arredamenti interni delle abitazioni. Ma la cura dei costumi e delle scenografie si ferma lì, tanto che si ha l’impressione che la serie voglia avere solo delle sfumature vintage, ma svolgere le sue vicende in un tempo storico presente, o comunque successivo ai primi anni ’90. Andando avanti sarà chiaro che sono proprio gli anni del libro lo scenario, e allora questo gusto approssimato diventa fastidiosamente imperante.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Amazon Prime Video

La seconda battuta d’arresto è la musica. C’è David Bowie, come potrebbe mancare? Ma più come ombra che come eroe. Risuona solo in qualche pezzo messo come sottofondo, nel concerto, pieno di gente, dove Bowie è un poco riconoscibile attore con abiti scadenti e una tonalità di voce sibilante. Ma al di là di questo la colonna sonora è prevalentemente farcita di pezzi pop contemporanei che stonano senza pietà nel contesto che suggerisce l’accertato periodo storico. E il Sound, discoteca berlinese tutt’altro che glamour, diventa un club simil house con un po’ di techno e cocktail colorati.

I riferimenti cinematografici

Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo) è il film con la regia di Uli Edel del 1981, tratto dal libro omonimo pubblicato nel 1978. Sebbene il libro venga consigliato raramente agli studenti, il film è un grande classico da mostrare alle classi del liceo come monito contro la droga. Lo stile cupo e sfocato delle immagini e la deriva drammatica e inesorabile lo rendono una visione “positivamente” negativa. Nel susseguirsi delle scene, negli spazi angusti dei bagni pieni di siringhe, tutto è soffocante, sporco, contaminato.

Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (1981)

Lo stile della serie TV non ha nulla della sofferenza visiva ma punta su riferimenti cinematografici tendenzialmente pop come Trainspotting (Danny Boyle, 1996), traendone a piene mani gli effetti speciali di dilatazione e deformazione degli spazi. Ne alleggerisce le tensioni inebriandosi di un’estetica glam, e costruendo allucinazioni e ricordi come avanguardistiche immagini oniriche al limite del ridicolo. E nel racconto corale ricorda film come Sonnenallee (Leander Haußmann, 1999), volutamente nonsense in alcuni passaggi ma, a differenza della serie, tenuti in piedi da vocazioni più solide.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (2021)

Wir Kinder vom Bahnhof Zoo – Non trovarne il senso

Il senso mancato ristagna in un’occasione persa. I protagonisti del libro venivano affettati e ridimensionati per ricollocarsi nel film che già ne perdeva molti tratti, qui viene da chiedersi di quale generazione si vuole parlare, e, soprattutto, con quale stabilire un dialogo.

Di quale generazione di padri sono figli i protagonisti narrati? Perché i fatti si riducono a stereotipati tasselli messi uno addosso all’altro in modo kitsch e sconclusionato? Manca, volutamente, ogni conflitto. Le incongruenze sociali e la città sono fondali silenziosi, come se fosse qualsiasi altra città e non una realtà divisa da un muro di pietra e una barriera gelida. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino delude totalmente ed è un peccato.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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