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Il racconto di un sogno – Ritorno a Twin Peaks, di Ilaria Mainardi

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Il racconto di un sogno. Ritorno a Twin Peaks, di Ilaria Mainardi.

Il racconto di un sogno – Ritorno a Twin Peaks è il nuovo libro di Ilaria Mainardi (già autrice de La quarta dimensione del tempo), edito da Les Flaneurs Edizioni, che si addentra nelle misteriose assonanze e logiche astratte composte da David Lynch nella terza stagione della sua celebre serie TV Twin Peaks.

Perdersi a Twin Peaks (e ritrovarsi)

Le prime puntate di Twin Peaks, emblematico capolavoro televisivo ideato da David Lynch e Mark Frost, vanno in onda nel 1990 (1991 in Italia). Dalle prime scene capiamo che è qualcosa che si imprimerà nella nostra memoria “tattile” di spettatori: alcune immagini, i volti, suoni distinti, continuiamo a ricordare ogni dettaglio come se l’avessimo appena vista.

La seconda stagione andò in onda tra la fine del 1990 e il 1991, ampliando il mondo costruito ad arte da Lynch nella prima. La morte di Laura Palmer dimostra qui di far parte di un disegno più esteso, senza fornire però esaurienti risposte. Nel 1992 esce un film postumo, che in realtà si rivela un prequel dei fatti scatenanti, Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk with Me).

Gli anni successivi portano Lynch a realizzare due dei suoi lungometraggi più importanti: Strade perdute (Lost Highway, 1997) e Mulholland Drive (2001). Qui le tematiche amate dal regista prendono forme ancora più stratificate ed invadono la percezione di chi guarda tirandolo dentro ad un buco nero pervaso di dimensioni e verità “altre”.

Nel 2017 accade ciò che ogni fan aspettava: viene presentata una nuova stagione (prodotta per Showtime), Twin Peaks. Il ritorno, interamente scritta da Frost e Lynch, e diretta da quest’ultimo che ne firma anche il maestoso sound design. Le strade spezzate riprendono il loro corso, le vecchie conoscenze tornano per risolvere il mistero, ma tutto andrà al suo posto? La risoluzione del puzzle è fuori discussione quando si parla di David Lynch, la terza stagione non mette un punto ma apre l’ulteriore voragine sul senso di bene e male affrontato nel 1990.

Ed è qui che Il racconto di un sogno diventa il ragionamento scritto essenziale per scendere ancora più a fondo di una terza stagione imprescindibile per comprendere la poetica lynchiana.

Ritorno a Twin Peaks: l’analisi di Ilaria Mainardi

Il saggio di Ilaria Mainardi è una lettura complessa per una stagione complessa: tutto ciò di cui ha bisogno un fervente devoto dei brusii di Twin Peaks. Servendosi della filosofia, della teosofia, del mondo dell’arte e delle immagini, l’autrice struttura la sua analisi.

Come David Lynch attinge al nostro immaginario di paure e desideri, lo stesso si può dire per il libro che traccia una mappa invasa da più percorsi in un impero multidimensionale di possibilità concettuali. I punti cardine sono i tòpoi del regista, il sogno più di qualsiasi altro, in quanto la terza stagione racchiude sì il senso dell’esistenza di Laura Palmer, ma anche quello del suo cinema.

Si può certo scomporre Twin Peaks. Il ritorno – che è un magnum opus, ma la riflessione varrebbe per qualunque lavoro lynchiano – in inquadrature, scene, sequenze, scandagliando ogni simbolo, ogni rimando al passato o suggestione stuzzicante.

Ilaria Mainardi, Il racconto di un sogno – Ritorno a Twin Peaks.

Mainardi conduce il lettore in un viaggio nei meandri del senso di ciò in cui si potrebbe imbattere, come un Bianconiglio conduce la sua Alice nella realtà alternativa. Ci concede un viaggio oltre lo specchio e attraverso la nostra contemporanea concezione di visione. La lettura metaforica intrapresa non risolve gli enigmi, ma approfondisce il fascino della “perturbante indeterminatezza” veicolandone il grande potere espressivo.

Le 18 puntate della terza stagione vengono trattate nel libro come fossero un cuore pulsante e significante, che non esaurisce il suo senso dopo una prima visione, o in seguito a 100 analisi. Scostandosi dall’idea di una critica statica in riferimento ad un oggetto “finito”, si inoltra nell’impervia foresta in cui i sogni continuano a vibrare.

Il racconto di un sogno diviene allora una lettura importante per viaggiare attraverso Twin Peaks. Il ritorno (e corre in aiuto quando si affrontano le ultime due puntate, che più delle altre stravolgono la realtà sensibile per aggredirla con quella onirica).

Ringrazio l’autrice per la possibilità di leggere Il racconto di un sogno – Ritorno a Twin Peaks ma soprattutto per essermi stata d’aiuto nel collegare i puntini. Potete trovare il libro qui.

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Sex Education 3 e l’aperta sfida alle aspettative del pubblico

Sex Education 3
Sex Education, terza stagione - Credits: Netflix

Sex Education arriva alla prova di maturità, la terza stagione in cui, idealmente, dovrebbero prendere forma e concludersi le trame tessute fin dall’inizio e quelle lasciate in sospeso. Anziché assecondare la fame del pubblico, tuttavia, sceglie un percorso meno lineare e meno prevedibile e, per questo, molto coraggioso.

Apre porte e possibilità a situazioni (e relazioni) sottovalutate, ma che diventano più coinvolgenti di quanto avremmo potuto immaginare. Al tempo stesso si arrovella su se stessa, si blocca, torna indietro, vaga tra i personaggi, scavando e allargando il suo discorso sempre più, in un’apparente perdita del fuoco e del mordente.

Quella che potrebbe sembrare una involuzione, tuttavia, è piuttosto un meccanismo di imitazione della vita vera, in cui nulla è deciso per sempre e non tutto ha come unica direzione quella in avanti. In un’immagine, la serie fa ciò che qui fa Aimee, muovendosi ancora continuamente intorno e attraverso il trauma del bus (2×07) per riconciliarsi con il proprio corpo.

Senza dimenticare la solida base psicologica della sceneggiatura, questa terza stagione sembra piuttosto insegnarci che è perfettamente accettabile fermarsi a ripensare se stessi. Anche per questo è la stagione con meno interazione, forse, tra i personaggi e più focalizzazione individuale su ognuno di loro.

Poster ufficiale di Sex Education 3
Poster ufficiale di Sex Education 3

Già il poster ufficiale lo suggerisce. Ed è poi la regia a confermarlo, ad esempio nei frequenti spostamenti di fuoco e nei movimenti di macchina che avvengono da un personaggio all’altro, anche in una stessa scena. È come se, a turno, ognuno vivesse il proprio monologo, per poi lasciare il centro del palco agli altri.

La prima e ovvia conseguenza è che sembra accada molto poco negli otto episodi, tranne alcune evidenti eccezioni. La seconda è che quello che accade sembra ancora incompleto, in elaborazione fino alla prossima – e probabile – quarta stagione.

È frustrante, perché è reale. Perché ci sottrae il privilegio dell’ordine narrativo che, non trovando nella vita, cerchiamo nelle storie. Perché in questo capitolo di Sex Education niente è idealizzato. Da un episodio all’altro tutto può cambiare, anche i nostri sentimenti e la nostra empatia per i personaggi stessi.

Ma questo è il momento per un grande spoiler alert! Se non volete ulteriori dettagli sulla trama, proseguite la lettura solo dopo aver guardato l’intera stagione.

L’identità e le sue declinazioni come focus di Sex Education 3

Accanto alla sessualità e alla vera e propria educazione consapevole degli adolescenti, il maggiore tema dei nuovi episodi è l’identità, declinato in modo diverso per ogni personaggio. Da qui anche la necessità di maggiore spazio individuale per ognuno.

Identità di genere

Prima fra tutte è l’identità di genere, grazie a Dua Saleh (nel ruolo di Cal), che porta sullo schermo la sua stessa non binarietà. È questo l’elemento di maggiore scarto con le precedenti stagioni che, pur essendo molto inclusive, si soffermano più sul superamento del tabù sessuale generico (la prima) e sull’orientamento sessuale (la seconda).

È un solo personaggio, brevemente affiancato anche da Layla (Robyn Holdaway), ma sarebbe errato considerarlo un token, poiché la sua presenza è decisiva all’interno delle dinamiche affrontate nella stagione. Prima fra tutte, la messa in discussione delle rigide convenzioni sociali, perpetrate anche dalla scuola, che separano il maschile dal femminile, a partire da spogliatoi e bagni. E in secondo luogo per l’introduzione di un nuovo tipo di relazione queer ancora non affrontata dalla serie, al di là dell’esito del rapporto con Jackson Marchetti. Proprio attraverso Cal e Layla, inoltre, Sex Education mostra ulteriormente il suo valore educativo, facendo riferimento ai binder, in alternativa alle spesso dannose fasce per appiattire il seno.

È un’informazione vitale, soprattutto per gli adolescenti non binary che, non sapendolo, potrebbero arrivare a farsi del male. Ma è fondamentale per chiunque, per iniziare a conoscere e riconoscere il valore di questo indumento e non stigmatizzarlo.

Identità e crescita

Su un piano più generico, come si è detto, tutti i personaggi riflettono su se stessi in questi nuovi episodi. Si guardano allo specchio e si guardano attraverso gli occhi degli altri. La sfida più grande, per ognuno, è trovare il modo di rimanersi fedeli.

Accade a Lily, umiliata e messa in crisi dal giudizio costante sulla sua stranezza. Accade a Eric, che per amore di Adam si sforza a rallentare il passo, contenendosi e accettando le sue ritrosie. Salvo poi, per amore di se stesso, allontanarsene inevitabilmente. Lo fa forse troppo in fretta e quasi per istinto (ed è questo che ci spezza il cuore).

In misura diversa è ciò che accade parallelamente allo stesso Adam e al padre Michael, altro personaggio straordinario. Entrambi iniziano per la prima volta ad ascoltare i propri desideri e a scoprirsi, evolvendosi più di chiunque altro.

Sex Education © Netflix
Sex Education © Netflix

Chi rimane propriamente bloccato, dando erroneamente l’impressione che tutta la stagione lo sia, sono i presunti protagonisti. Anche se a questo punto è chiaro che Sex Education abbia più di un nucleo. Al di là della staticità di Jean, dovuta alla breve presenza di Gillian Anderson, contemporaneamente sul set di The Crown, Otis (a eccezione dei momenti di vivacità che gli dà la storia con Ruby) e Maeve sono gli unici personaggi che rimangono abbozzati – in una bolla di sospensione che, sì esplode con il loro improvviso riavvicinamento, però non è sufficiente.

Non lo è perché entrambi hanno ancora bisogno di crescere separatamente, al di là delle aspettative del pubblico. Hanno bisogno di trovare un desiderio che non sia solo quello reciproco, che li ha mossi fin qui. Maeve sembra trovarlo nel suo viaggio vero e proprio, con cui ci saluta. Otis nella prospettiva di un futuro diverso e meno egocentrico: come fratello, figlio maggiore e, forse, terapeuta, alla ricerca di un contatto maggiore con chi lo circonda. Forse riusciranno a costruire un equilibrio nei successivi episodi, se ce ne saranno. O forse no, ma sarebbe poi così tremendo? In fondo abbiamo tutti un po’ amato anche le storie con Ruby e Isaac in questa stagione, proprio perché hanno portato a galla lati inaspettati di qualcosa che pensavamo di conoscere. E che invece trova il modo di sorprenderci.

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Orvieto Cinema Fest 2021 – Diversità & Identità

orvieto cinema fest
Artwork by Fernando Cobelo

Sta per iniziare l’Orvieto Cinema Fest 2021, il festival internazionale di cortometraggi umbro, giunto alla sua quarta edizione. Gli appuntamenti sono dal vivo al teatro Mancinelli dal 21 al 25 settembre.

Ci siamo salutati lo scorso anno con un’edizione dell’Orvieto Cinema Fest che si è svolta quasi interamente online e una premiazione dal vivo lo scorso 3 ottobre 2020. Quest’anno, nella magica cornice umbra, torniamo a respirare il piacere di condividere la visione, infatti l’evento comprenderà panels da seguire online e tre giornate di proiezioni a teatro.

CORTOMETRAGGI IN GARA E GIURIA

Numerosissimi sono stati i cortometraggi inviati da registe e registi da ogni parte del mondo per ciascuna delle tre categorie in gara: Best National, Best International, Best Animation.

Arrivato alla sua quarta edizione, l’Orvieto Cinema Fest può contare su un’identità e un obiettivo sempre più chiari e definiti: la valorizzazione del film breve nella sua essenza e l’attenzione alle voci registiche emergenti. Una natura, quella di Orvieto Cinema Fest che, anche quest’anno, si riconosce prima di tutto nella selezione dei lavori in gara.

Sono cinque le premiere italiane che verranno proiettate durante il festival – Adel, Kids Say Whatever, Last Meal, Zonder Meer, Atto di Doloreuna world premiere, Nuvole Passeggere dell’italiano Stefano Cipani, che torna al cortometraggio dopo il successo di Mio fratello rincorre i dinosauri e altre proiezioni che giungono a Orvieto avendo già raccolto un ottimo riscontro di critica e pubblico, come L’incanto e Freikörperkultur, già presenti nella selezione di Venezia 78.

INCONTRI ONLINE

In programma ci sono due webinar dedicati alla riflessione sul rapporto fra diversità e mondo dell’audiovisivo, sia dietro che davanti alle cineprese.

21 settembre alle 18.30 – Panel La rappresentazione della diversità: evoluzione, linguaggi e nuovi scenari. Con ospiti Francesca Vecchioni, Presidente e Fondatrice della no profit Diversity e attivista, e José Stancarone, docente e scrittore.

22 settembre alle 18.30 – Dibattito dedicato alla filiera produttiva con uno sguardo dall’interno. Con l’incontro L’audiovisivo oltre il soffitto di cristallo: come stanno cambiando gli equilibri di genere nella filiera? moderato da Boris Sollazzo, con Olga Torrico – regista e distributrice Sayonara Film e Elenfant Film; Beatrice Baldacci – regista; Fabia Fleri – Editorial Coordinator di Lynn; Francesca Gollega Vargiu – PM Olbia e Metaponto Film Network e Coordinator Figari Film Fest; Rossella Inglese – regista; Fatima Bianchi – montatrice.

Entrambi gli appuntamenti saranno visibili sui canali dell’Orvieto Cinema Fest (Facebook & Instagram) martedì 21 e mercoledì 22 alle 18.30.

APPUNTAMENTI DAL VIVO

Riconfermato, per il terzo anno, anche il contest per illustratrici e illustratori, chiamati nei mesi scorsi a interpretare il tema Diversità & Identità, filo conduttore anche degli appuntamenti dei prossimi giorni.

Martedì 21 settembre alle 19, presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, è previsto un vernissage di inaugurazione della mostra delle opere finaliste del contest. Durante l’evento, live performance del collettivo Io ci sono per.
Tra gli artwork selezionati, la giuria – composta dagli illustratori esperti Claudia Alexandrino, fondatrice del progetto Illustration Ladies Milano; Giorgia Di Pasquale, direttrice creativa di Diversity e attivista; Celeste Caiello, visual designer – ha individuato l’opera vincitrice dell’artista Lorenzo Tabacchi.

Le 15 opere finaliste rimarranno in mostra alla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto durante tutti i giorni della manifestazione. La partecipazione al vernissage è libera previa registrazione (posti limitati) e in
possesso di Green Pass
.

Si prosegue con gli appuntamenti dal vivo al Teatro Mancinelli: le proiezioni dei cortometraggi finalisti nelle serate di giovedì 23 e venerdì 24 settembre ore 21 e sabato 25 ore 17 per la cerimonia di premiazione.

Trovate qui il link per prenotarsi per le serate del 23, 24 e 25 settembre al Teatro Mancinelli: https://prenotaunposto.it/orvietocinemafest/

Trovate tutte le altre informazioni su www.orvietocinemafest.com

“Tutto chiede salvezza”: il libro di Daniele Mencarelli diventa una serie Netflix

Tutto chiede salvezza
Dettaglio copertina Tutto chiede salvezza, Daniele Mencarelli. Mondadori

Netflix Italia si apre a nuovi progetti sempre più interessanti e annuncia la pre-produzione di Tutto chiede salvezza, nuova serie tratta dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli. Saranno sette episodi, come i giorni di trattamento sanitario obbligatorio (TSO) narrato nel libro. A vestire i panni del protagonista, Daniele come l’autore, trattandosi di una storia ispirata alla sua esperienza biografica, sarà Federico Cesari (Skam Italia). Alla regia invece è già stato confermato Francesco Bruni (Cosa sarà).

Tutto chiede salvezza, edito da Mondadori, è già il romanzo vincitore del Premio Strega Giovani 2020. Una delle migliori letture dello scorso anno, consigliata anche dalla nostra Elisabetta Severino nel Best of 2020 della Redazione:

«Se c’è una vetta la devo raggiungere, se c’è un abisso lo devo toccare»: incontenibile, sfrenato, empatico, travolto dall’euforia o dal dolore, Daniele sente al massimo delle sue possibilità in un mondo che limita con schemi da seguire e classificazioni in cui rientrare. Nel nosocomio, i compagni di stanza del protagonista dialogano con gesti e parole mettendo a nudo le loro e le nostre fragilità e scavano in Daniele grotte profonde in cui sentirsi al riparo dall’indifferenza e dalle opinioni degli altri. Tutto chiede salvezza è un libro vero che parla di sofferenza, poesia, scambio e umanità. Tutto chiede salvezza libera dai pregiudizi e ricorda che “è la bellezza la scintilla di tutto”.

L’articolo completo è a questo link.

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Il caso Minamata | Arriva in Italia il sorprendente ruolo “dimenticato” di Johnny Depp

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Minami Bages e Johnny Depp in "Il Caso Minamata". Credits: Sky Cinema

Presentato alla 70ª Berlinale, nel febbraio 2020, Il caso Minamata di Andrew Levitas aveva immediatamente attirato le attenzioni della critica sia per il soggetto del film, sia per l’intensa interpretazione di Johnny Depp. Asciutta, semplice eppure straordinariamente empatica, una delle migliori della sua carriera. Arrivando nel momento peggiore della sua vita privata, tuttavia, è un ruolo che rischia di rimanere sconosciuto.

Al di là dell’uscita in sala nel Regno Unito, infatti, la MGM che ne aveva acquistato i diritti temporeggia ancora, evitando la distribuzione statunitense. E in Italia Il caso Minamata salta direttamente la sala arrivando in prima visione assoluta su Sky Cinema (dal 17 settembre).

Un vero dispiacere, da un lato. Dall’altro una preziosa possibilità di scoprire ugualmente la storia di Minamata e dello sguardo che l’ha raccontata.

William Eugene Smith e Minamata

William Eugene Smith, noto semplicemente come Gene, fu uno dei più grandi fotoreporter della rivista Life negli anni ’40 e ’50. Durante gli anni ’60 si allontanò dalla fotografia in senso stretto, creando un progetto più ampio, il Jazz Loft Project: una serie di registrazioni e ritratti di musicisti nel suo loft di New York. Nel 1971, in cui è ambientato il film, si riavvicinò a Life proponendo un reportage su Minamata, villaggio di pescatori avvelenato dal mercurio degli scarichi industriali in acqua. Per due anni, fino al 1973, Smith visse a Minamata, insieme ad Aileen Mioko Smith, sua seconda moglie e co-autrice del (foto)libro da cui è tratto il film di Levitas.

Attraverso il suo lavoro di documentazione fece da cassa di risonanza internazionale alla tragedia di Minamata, contribuendo enormemente anche in fase giudiziaria. E di fatto, la sua stessa morte, avvenuta nel 1978, fu una conseguenza della lealtà alla causa. Non si riprese mai del tutto, cioè, dalle percosse subite durante il reportage del 1971.

Johnny Depp in Il caso Minamata. Credits Sky Cinema/Horricks

Lo sguardo fotografico al cinema

Parte essenziale del film e dell’identità del suo protagonista è il rapporto con la fotografia. La vita che diventa immagine immortale e si trasforma in qualcos’altro, in simbolo universalmente riconoscibile. Smith, attraverso Depp, afferma che la fotografia strappa un pezzo di anima anche a chi la scatta, non solo a chi è ritratto. E nello stretto legame, fisico e psicologico, con la creazione delle immagini risiede appunto il fascino del film di Levitas. Esemplare è una delle primissime sequenze, dentro la camera oscura di Smith, sulle note di I’d Love to Change the World (Ten Years After). È un rito, conosciuto e misterioso al tempo stesso, un equilibrio perfetto di chimica ed esperienza, di arte e genio. Le mani accarezzano le fotografie in sviluppo come fossero qualcosa di vivo. E vive lo sono davvero, come dimostra successivamente la regia.

Nelle frequenti transizioni dal colore al bianco e nero e dal movimento al fermo immagine e viceversa, Levitas ci offre il privilegio di entrare dentro la macchina fotografica di Smith/Depp. Non solo di appropriarci momentaneamente del suo sguardo, ma di essere, in un certo senso, il suo strumento. E lo fa con la stessa delicatezza che si percepisce negli scatti originali (come Il bagno di Tomoko). Quella rispettosa distanza che, in ogni caso, per dare un senso al reportage è dovuta penetrare nell’intimità delle case, scovando la bellezza nell’anomalia e il sublime nella tragedia.

Il caso Minamata è disponibile su Sky Cinema e NOW TV.

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Flood di Simon Stalenhag – Il Loop continua, ma negli anni ’90

Flood di Simon Stalenhag
Copyright © Simon Stålenhag 2016

Flood di Simon Stalenhag è il nuovo volume edito in Italia da Mondadori Ink, seguito di Loop, che ha lanciato l’illustratore svedese in tutto il mondo e dal quale Amazon ha tratto la serie televisiva Tales from the Loop. Che però, si va ad inserire a livello di produzione prima del recente Electric State, sempre pubblicato da Mondandori INK: sicuramente il libro illustrato che più ci aveva colpito lo scorso anno.

Robot giganti immersi in una foresta, mangiati dalle radici. Scorci di paesaggi interrotti sullo sfondo da automi giganteschi ed immensi edifici fantascientifici raccoglitori di energia, di menti, di connessioni. In pochissime parole è questa l’opera di Simon Stalenhag. Una retrofantascienza che ci mostra una Svezia futuristica negli anni ’80 (Loop) alle prese con un esperimento scientifico di enorme portata o gli Stati Uniti negli anni 2000 (Electric State) in una sua versione distopica comandata dalla virtualità. E Stalenhag con il suo stile realistico, accompagnando il lettore con del testo al lato, lo guida in questi mondi, seguendo la storia del suo protagonista.

Flood, riprendendo le redini di Loop, ambienta una storia nello stesso mondo (in originale Tales from the Loop vol.2) abbandonando le meravigliose ambientazioni anni ’80 fantascientifiche e spostandosi direttamente negli anni ’90. Non perdendo nulla della sua potenza visiva ma anzi, sviluppando un racconto meno fratturato e più maturo rispetto al capitolo precedente.

Il Loop invaso dal Flood

Siamo in Svezia alla fine degli anni ’90. Il progetto scientifico del Loop ormai ha chiuso i battenti, dopo una serie di scandali ed acquisizioni societari. Ora non restano che i residui del Loop, rottami, robot, vecchie strutture di sperimentazione sottoterra. E proprio da sottoterra arriva la minaccia, un’acqua che comincia ad allagare le strutture. Un’acqua di origine non terrestre. E una malattia, che si diffonde tra le macchine e cerca di prenderne il controllo.

Flood di Simon Stålenhag
Flood- Copyright © Simon Stålenhag 2016 (Mondadori INK)

Nella sua opera Stalenhag sceglie come protagonista un ragazzo che racconterà personalmente questi eventi, collegandoli a quelli della sua vita, fornendoci una sorta di libro creato dallo stesso. Un racconto diretto da un’altra dimensione. E l’obiettivo infatti, nella finta prefazione (ma introduzione dell’opera), non è tanto quello di raccontare gli eventi incredibili di quei anni:

“Piuttosto […] mi piacerebbe raccontare i miei ricordi e cosa ha comportato crescere nelle zone di quegli eventi.”

E quindi l’autore svedese rappresenta con (sempre stupende) illustrazioni il ragazzo che gioca con un suo amico con i vecchi robot, o che dà il primo bacio, circondato da strutture fantascientifiche ricoperte da un fungo alieno che cerca di prendere il sopravvento sulle macchine. O accompagna le parole del ragazzo al racconto dei droidi in un fuga dalla Russia e che costruiscono una piccola comunità in mezzo alla natura.

Flood di SImon Stalenhag
Flood- Copyright © Simon Stålenhag 2016 (Mondadori INK)

La cultura ’90s in Flood di Simon Stalenhag

Tutto il testo è contraddistinto dalla cultura fine anni ’90, che dona all’opera un’ottima cornice in grado di costruire una sensazione di familiarità che va ad opporsi direttamente a quella estraniante fantascientifica.

Una Renault Twingo circondata da giganteschi insetti alieni, vecchi modem, televisori a tubo catodico e mangianastri contaminati da parassiti extraterrestri. Tutti questi elementi contribuiscono efficacemente ad inserire la storia in quegli anni, e la loro rappresentazione visiva è sempre sui livelli altissimi di Stalenhag.

Flood di Simon Stålenhag
Flood- Copyright © Simon Stålenhag 2016 (Mondadori INK)

Ma ad essi si affianca anche la cultura nerd dell’epoca (talvolta nemmeno rappresentata ma solo evocata dal racconto testuale). E quindi i ragazzi diventeranno amici di un ex dipendente del Loop che, oltre a girargli l’ultima copia di Doom su floppy, gli mostrerà materiali sottratti dai laboratori abbandonati. Mentre nel suo studio riprogramma la testa di un robot collegato ad un pc desktop anni ’90, con alle spalle un poster dei Prodigy.

Se il superamento degli anni ’80, così ricchi di immaginario, poteva sembrare una possibilità visiva in meno da sfruttare per l’artista, in realtà anche il decennio successivo si presta efficacemente alla formula stilistica.

Oltre Loop, e verso Electric State

Flood di Simon Stalenhag si situa come opera di passaggio tra Loop, il libro che lo ha lanciato e fatto conoscere in tutto il mondo e il più maturo Electric State, opera per molti versi più solida e graficamente spettacolare.

Il racconto più frammentato e scollegato di Loop, in Flood riesce a trovare una quadra, riuscendo nell’intento di creare un racconto più lineare ed ampio. E di non lasciare il lettore affidato unicamente alla rappresentazione visiva di mondi fantascientifici.

Il disegno pittorico digitale di Stalenhag qui si lancia verso un ulteriore salto di livello, con un avvicinamento ad uno stile fotorealistico che diventerà ancor più radicale nel successivo Electric State. Infatti, incredibilmente, i disegni ma anche la trama subiscono ad ogni pubblicazione un’evoluzione continua. E Flood è dentro questa evoluzione, imponendosi come base stilistica per le opere successive.

Flood - Simon Stalenhag
Flood- Copyright © Simon Stålenhag 2016 (Mondadori INK)

Aspettando la pubblicazione del prossimo volume The Labyrinth, che ha concluso già il suo Kickstarter con grande successo, Flood si impone come assolutamente necessario per conoscere e godere del magnifico lavoro di Simon Stalenhag.

E non preoccupatevi di non aver letto il precedente volume Loop. Flood è comunque un’opera a a sé stante ed autoconclusiva. Che però inevitabilmente vi spingerà a voler recuperare gli altri libri di Stalenhag, tutti editi in Italia da Mondadori Ink (che ringraziamo).

Una nota finale sulla qualità editoriale del libro, Mondadori INK ha svolto un lavoro eccellente e merita un plauso. La qualità di stampa ma anche di rilegatura di Flood è ottima. Il libro è un prodotto quasi di pregio, esattamente come gli altri volumi dedicati all’artista svedese. Ma anche come gli altri libri della collana, tra i quali, qualche tempo fa, avevamo parlato di Mooncop del bravissimo Tom Gauld.

Non perdetevi questo libro, ma soprattutto non perdetevi i mondi creati da Simon Stalenhag.

O meglio, perdetevi dentro di essi, in una foresta innevata svedese, alle spalle di un’enorme cyborg rugginoso.

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Sex Education: 4 buoni motivi per recuperare tutte le puntate

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Sex Education- Copyright: © 2020 Netflix, Inc.

Non vedevamo l’ora e quel giorno è arrivato: l’attesissima terza stagione di Sex Education è disponibile su Netflix! Per chi non l’avesse mai visto faccio una breve lista di quattro punti fondamentali che la rendono il piccolo gioiello di comicità ed inclusività che nessuno sospettava all’inizio (me compresa, mi hanno dovuto convincere come farò io con voi), così da farvela recuperare in un binge watching forsennato.

1 – La sincerità

La sincerità è uno dei più grandi pregi della narrazione in Sex Education: sia da parte dei personaggi verso se stessi e gli altri, sia nei confronti di chi sta guardando. È ciò che pone rimedio alle situazioni (apparentemente) disperate che vengono a crearsi. La sincerità corrisponde a quel modo di guardarsi dentro attraverso cui i personaggi della serie, praticamente tutti, passano per poi autoaffermarsi. Come individui con desideri e capaci di scelte, rimanendo fedeli al loro più profondo io.

2 – La dolcezza che riporta alle emozioni da primo amore

Le emozioni raccontate in Sex Education brillano di una coinvolgente autenticità. Non solo per come vengono rappresentate ed interpretate da un cast ineccepibile, ma per l’immediatezza “vera” che le contraddistingue. È una delle poche serie che abbia mai visto che sia stata capace di farmi sentire le farfalle nello stomaco, e una leggerezza propria di quel mondo di primi sentimenti totalizzanti eppure difficili da definire.

Se dovessi paragonare uno stato d’animo reale a quello suscitato dalla visione delle vite di Otis, Eric, Maeve e tutti gli altri, la prima immagine che avrei è proprio un ritorno a casa, dopo una giornata di scuola. Mentre mi arrovello sul chi sono e chi dovrei essere, mentre aspetto un messaggio dalla persona amata, forse la prima mai amata, e la felicità è mista a paura ed eccitazione.

Sex Education- Copyright: © 2020 Netflix, Inc.

3 – Inclusività

L’inclusività rappresentata è ciò che fa la differenza: ogni corpo, ogni genere, qualsiasi sessualità viene narrata. Sex Education parla di persone e rapporti tra di esse, non di tipo unicamente sessuale, come potrebbe suggerire il titolo.

La molteplicità di voci, ognuna con la sua particolare unicità, rende la serie un racconto corale perfettamente distribuito che non privilegia personaggi a discapito di altri. La multiculturalità inoltre conferisce un’ulteriore ricchezza, senza risultare mai forzata o stucchevole.

4 – Il racconto di una femminilità contemporanea

Se avete letto fin qui e non volete ricevere spoiler fermatevi. Quando si parla di forza al femminile in Sex Education è impossibile non citare una puntata particolare e bellissima. Sto parlando del settimo episodio della seconda stagione, con l’emblematica scena del bus.

Tale scena arriva come compimento di una vicinanza conquistata e celebrata tra i personaggi femminili: è un’intensa immagine femminista, in cui l’unione fa la forza, ma senza alcuna retorica. Dopo aver affrontato la tematica delle molestie sessuali, le ragazze si uniscono in una potente consapevolezza, esprimendo la loro rabbia e reagendo a qualcosa che le fa sentire inadeguate e sole. Lo fanno facendosi compagnia durante un viaggio in bus verso scuola, nonostante le incomprensioni e le gelosie tra loro.

Sex Education- Copyright: © 2020 Netflix, Inc.

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“La donna gelata” di Annie Ernaux: il corpo che perde coscienza nell’incontro con il maschile

La donna gelata
La donna gelata, Annie Ernaux. L'Orma Editore 2021

Ingenuità di mia madre, credere che la cultura e un buon lavoro mi avrebbero protetta da tutto, incluso il potere degli uomini

La donna gelata, divulgato in Francia nel 1981, è stato pubblicato in Italia soltanto nel 2021 da L’Orma Editore (traduzione di Lorenzo Flabbi). Eppure Annie Ernaux, raccontando in questo romanzo la sua esperienza di donna, dall’infanzia degli anni Quaranta all’età adulta degli anni Settanta del secolo scorso, non sembra dipingere una figura femminile tanto distante da quella contemporanea.  

La parità dei sessi non esiste

Un’infanzia serena, quella della protagonista del libro, sempre circondata dalle donne di famiglia che non si preoccupano “della polvere, della confusione” anche se poi si profondono “in scuse di rito, non badate al disordine”. La gerarchia familiare consolidata nei secoli dei secoli dalla società sembra non incombere sul padre e la madre della scrittrice che, liberi dalle gabbie dei ruoli, vivono scegliendo i compiti in base alle loro propensioni naturali. Il primo trascorre molto tempo in cucina, esce raramente di casa e serve i clienti al bancone del caffè-drogheria di famiglia. La seconda si occupa dei conti, esplora la città e i suoi dintorni e legge fiumi di parole stampate sui libri. È dalla madre che la protagonista bambina impara l’arte dell’immaginare e il senso inesauribile della scoperta

Cos’è che la spinge là fuori, con il vento e con la neve, in giro per mostre, quartieri medievali, perché gioca a fare l’assistente sociale, la consolatrice di storpi e derelitti? Una brava donna non dovrebbe restarsene tranquilla a casa insieme al marito e ai figli? […] Attraverso di lei sapevo che la vita è fatta per tuffarcisi dentro, per godersela, e che nulla avrebbe potuto impedircelo.

E così la futura donna gelata cresce, studia, affronta la pubertà e comincia a osservare il mondo anche attraverso gli occhi delle sue compagne di classe e poi di quelle dell’università. Comprende che le altre ragazze sono diverse dalla madre, hanno altre priorità, e che per conquistare un uomo è necessario compiacerlo. Insomma l’esperienza le insegna che la reciprocità dei sessi non esiste e che i suoi genitori rappresentano un’eccezione alla regola. 

Dalla “fame di tutto” alla “nausea esistenziale”

Gli anni universitari sono caratterizzati dalla “fame di tutto, di incontri, parole, libri, conoscenze”. Nelle pagine che descrivono quel periodo, la vita dei bar, delle aule universitarie, dei cinema, delle biblioteche si alternano al silenzio della camera della ragazza, quella dove lei ama leggere Sartre, Camus, Simone de Beauvoir. Giura a se stessa che la condizione femminile che accomuna la maggior parte delle donne non sarà mai la sua, pensa che a salvarla saranno le letture appassionate. Poi però, arriva l’amore e, sicura che il suo lui possa essere un marito diverso da tutti gli altri, accetta la proposta di matrimonio condannandosi a una “nausea esistenziale”.

Come si diventa una donna gelata

Sposarsi è come perdere la propria solitudine: come può un essere umano restare tale senza preservare un dialogo con se stesso? La protagonista, pur conscia dell’irreversibile ingranaggio che trasforma una donna in moglie e madre, cade nel tranello divenendo un “puledro domato”. Annie Ernaux racconta come ci si può dimenticare di sé, perdere la libertà, la memoria e la percezione del proprio corpo, come si arriva a diventare una donna gelata. Nella narrazione la casa, la spesa, i bambini, il marito, le abitudini dilagano in tutto lo spazio e il tempo divorando ogni frammento dell’identità della donna.

Mi sembrava di non avere più un corpo solo uno sguardo posato sulle facciate dei palazzi, sul cancello della scuola Saint-François, sul cinema dove davano, ho dimenticato il titolo.

Annie Ernaux. Su licenza Wikimedia Commons
Annie Ernaux. Su licenza Wikimedia Commons

Uomini vs donne

Ne La donna gelata, Annie Ernaux narra, con la sua scrittura chirurgica, priva di orpelli, una storia individuale ma allo stesso tempo collettiva. Viviseziona i cliché, i comportamenti, i giudizi e i diversi trattamenti riservati ai due sessi in ambito educativo, universitario, sessuale, familiare, lavorativo. Per la protagonista e suo marito l’ambiente domestico, il cibo, il lavoro e le vacanze non assumono mai lo stesso significato. Il mondo cambia a seconda degli occhi che lo osservano. 

Donne gelate contemporanee

La violenza quotidiana sulle donne, la misoginia conclamata o latente nei posti di lavoro, l’IVA sugli assorbenti al 22%, la quasi totale assenza di figure femminili nei luoghi di potere non fanno altro che ricordarci quanto sia lontana l’uguaglianza tra i due sessi. La donna gelata svela il meccanismo generatore di questa disuguaglianza. Alice Munro nel suo La vita delle ragazze e delle donne parla di un cambiamento sociale che spetta a noi favorire ogni giorno. In che modo? Attraverso la consapevolezza, la lotta e la perseveranza nel rivendicare l’inclusione. 

“Quando vi chiedo di guadagnare dei soldi e di procurarvi una stanza tutta per voi, vi sto chiedendo di vivere in presenza della realtà una vita che, a quanto sembra, rinvigorisce, che la si possa o meno comunicare agli altri”, scrive Virginia Woolf rivolgendosi alle giovani donne. Il suo consiglio resta oggi ancora valido come antidoto al congelamento della propria esistenza. 

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Dune di Villeneuve – Sogni che rivelano l’oscuro futuro della società

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Dune di Denis Villeneuve, Warner Bros.

Dune è il nuovo film del regista Denis Villeneuve, presentato fuori concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Arriva finalmente in sala pronto per trasportarci nel futuro decadente immaginato dallo scrittore Frank Herbert nel suo romanzo omonimo.

Attesa opera del regista canadese, si pone a metà nella sua trilogia fantascientifica: riprende l’eleganza stilistica di Arrival (2016), e fortunatamente, si tiene alla larga dalle opzioni puramente spettacolari ma vuote di Blade Runner 2049 (2017).

Non delude, ma lascia con la voglia di assaporare l’inevitabile, e assistere a quella conclusione che David Lynch ci aveva servito nel 1984 con il suo adattamento in poco più di due ore di visione.

La differenza di sguardo con quest’ultima versione si materializza nella scelta di dividere in due capitoli una narrazione corposa, privilegiando la riflessione socio politica e la condizione del giovane protagonista, Paul Atreides: la sua evoluzione e crescita.

Dune di Denis Villeneuve, Warner Bros.

La sinossi

Il futuro rappresentato da Villeneuve non è troppo distante dal nostro presente. Sebbene gli uomini abbiano una visione quasi rinascimentale, l’universo è ancora governato dai turbamenti e dalle ingiustizie che da sempre hanno caratterizzato l’umanità.

Grandi casate si contendono il potere e la Spezia è la risorsa di grande valore per cui uccidere (spaventosamente simile al petrolio per cui guerre ben più reali sono state portate avanti). È capace di espandere la mente e mostrare il futuro, ma è anche necessaria per i viaggi interstellari delle astronavi. Sulla Spezia si basa tutta l’economia dell’universo, e per questo la Casa Harkonnen vuole riconquistarne la supremazia riprendendo il controllo del pianeta Arrakis.

Arrakis (unica fonte della materia prima) è un pianeta desertico abitato da ciò che rimane della sua popolazione nativa, i Fremen, che lo conoscono come Dune. La nobile Casa Atreides, originaria di Caladan, vi si recherà, su ordine dell’Imperatore, per occuparsi della raccolta della Spezia.

Paul (Timothée Chalamet), figlio ed erede reale di Leto Atreides (Oscar Isaac), sarà costretto a lasciare la sua casa per ritrovarsi in un luogo ostile e all’interno di una trappola politica da parte dell’Imperatore per far sì che gli Harkonnen annientino la sua famiglia.

Visioni dal futuro

Il futuro rimbomba di canti assordanti che risuonano in un cielo in cui esili astronavi si schierano silenziose. Il futuro è antico, e spaventoso, come il passato che l’ha preceduto, e, mentre le grandi famiglie prosciugano ogni risorsa, si prepara ad una guerra.

Le sonorità martellanti della colonna sonora di Dune, firmata da Hans Zimmer, si avvalgono di ritmiche inquietanti e mistiche, accompagnando la narrazione con voci onnipresenti.

Lo scenario in cui un possibile futuro dell’uomo si riversa è arido e impervio. Il regista si concentra sulla resa immediata degli elementi. Nonostante si possa viaggiare di pianeta in pianeta, la sabbia, il cielo, l’acqua, non hanno nulla di fantascientifico. Sono reali e tangibili, e si muovono sotto ai passi, con il vento.

Futuro e passato convergono, e il giovane Paul inizia a scorgere nei suoi sogni una rivoluzione necessaria, imminente. E nelle sue visioni compare una donna Fremen (Zendaya), dagli ipnotici occhi blu tipici degli abitanti del deserto, che continua a chiamare il suo nome.

L’erede Atreides, addestrato da sua madre, la sacerdotessa Bene Gesserit Lady Jessica (Rebecca Ferguson), alla via della luce, sente gravare su di lui una profezia. Superstizione, magia, destino: crescere per lui significherà comprendere il suo potere.

Dune di Denis Villeneuve, Warner Bros.

Il film non è che la prima parte di un disegno più grande, e come tale si prende il suo tempo (forse anche troppo). Il suo più grande problema è prepararci ad un epilogo per cui dovremo aspettare ancora un bel po’.

Nonostante questo Villeneuve traccia il sentiero per guidarci in una profonda analisi della guerra e della formazione di un ragazzo destinato ad ergersi come leader. La disposizione funziona e terrorizza: la visione di 2 ore e 30 di Dune sembra essa stessa un sogno, sul disperato futuro che potrebbe attenderci, pervaso di grande oscurità e rinnovata spiritualità.

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