
Vecchie fotografie del Brasile di metà Novecento scorrono sulle note di Samba no Arpege di Waldir Calmon (1958). Kleber Mendonça Filho crea già nei titoli di testa un’atmosfera precisa in cui tuffarsi, per poi già “tradirne” la gioia nella prima sequenza del suo L’agente segreto (O agente secreto). Dal ritmo festoso del samba si passa infatti allo spazio desolato del Brasile settentrionale e alla violenza diffusa degli anni Settanta e della dittatura dimenticata e rimossa.
È il 1977. Marcelo (Wagner Moura) è in fuga sul suo Volkswagen Fusca giallo, la versione sudamericana del più famoso Maggiolino. Nelle primissime immagini del film attraversa lo spazio desolato di un distributore di benzina dove, a pochi passi da lui, giace il corpo di un uomo morto da giorni e coperto solo da cartoni. Marcelo sembra l’unica persona abbastanza sensibile da curarsene ancora, tra l’indifferenza dei passanti e della polizia corrotta.
In pochi minuti Mendonça Filho ha perciò già tratteggiato il carattere del suo film e ne ha dato il contesto. Le immagini, vivide e impregnate di colori e di odori, si caricano fin da subito di tensione e di domande.
Presentato a Cannes 2025, dove ha vinto il premio alla miglior regia e al miglior attore (oltre che il premio FIPRESCI e il Prix de Cinéma Art et essai), il film brasiliano arriva nelle sale italiane il prossimo 29 gennaio, dopo aver vinto due Golden Globes, per il miglior film internazionale e il miglior attore in un film drammatico, Wagner Moura.
Di cosa parla L’agente segreto
Marcelo arriva a Recife nel nordest del Brasile (Stato del Pernambuco) durante la settimana del carnevale 1977. Non è subito chiaro da cosa stia scappando e Mendonça Filho non ha fretta di rivelarlo. A Recife, sua città di origine, ritrova il figlio – il piccolo Fernando – e i suoceri, genitori della sua amata Fàtima (Alice Carvalho), scomparsa tempo prima. Recife però non è affatto il rifugio tranquillo che Marcelo cercava, anche per questo l’uomo di nascondersi in una comune di “ricercati”, di persone non grate al regime e protette sotto falsa identità con l’aiuto di Dona Sebastiana (una straordinaria Tânia Maria, 79 anni).

Marcelo si camuffa come può, vivendo al tempo stesso la sua vita da uomo libero dentro la comune. Fuori da quei confini protetti, tuttavia, Recife – come il resto del Brasile – vive momenti drammatici e violenti. Il sangue scorre per le strade e la politica corrotta, così come la polizia, prova a nascondere le sue nefandezze dietro i disordini del carnevale o, peggio, dietro fake news inventate appositamente, come la bizzarra storia della “Gamba pelosa”. Una parentesi, cioè, tra commedia grottesca e horror attraverso cui Kleber Mendonça Filho racconta anche come negli anni Settanta militari e polizia reprimevano con la violenza chiunque venisse considerato “diverso”, dagli hippie con i capelli lunghi che fumavano erba fino alla comunità Lgbt che si incontrava nei parchi di notte.
Per Marcelo, dunque, i traumi del passato, e le loro conseguenze, non tardano a riemergere. Pezzo dopo pezzo, il pubblico è in grado ricostruire una parte della sua storia e il motivo per cui da semplice ricercatore universitario, l’uomo è diventato nemico del regime: fin dall’inizio con un bersaglio sul petto.
Non è Marcelo, però, l’agente segreto a cui fa riferimento il titolo. C’è un’altra persona, infatti, che si muove nell’ombra, che prova a salvarlo e che soprattutto tramanda la sua storia nel tempo, affinché non venga dimenticata. Il suo nome è Elza, interpretata da Maria Fernanda Cândido.
La memoria come esercizio
Guardando L’agente segreto, improvvisamente, si viene trasportati dal 1977 al tempo presente. Dentro una biblioteca universitaria due giovani ricercatrici ascoltano infatti tutte le audiocassette registrate da Elza durante i colloqui con Marcelo. Sono loro le prime spettatrici, o meglio ascoltatrici, della storia. Sono loro che, attraverso le testimonianze impresse su nastro ricostruiscono un pezzo dimenticato della storia del Brasile. La dittatura militare, durata dal 1964 al 1985, non viene infatti ricordata quanto quella argentina o cilena, eppure è stata ugualmente distruttiva e dolorosa anche in Brasile.
Il fatto che Marcelo scelga come lavoro di copertura quello di impiegato all’anagrafe, solo per ritrovare un qualsiasi documento che testimoni la nascita e l’esistenza della madre, è già in sé un messaggio del regista. Un tentativo di ricostruire le vite di migliaia di persone il cui passaggio su questa Terra è stato cancellato con crudeltà dalla dittatura militare.
In questo senso L’agente segreto funge anche da “lavoro di archivio”. Adottando la grammatica cinematografica del thriller, sfugge a quel preciso sottogenere drammatico che racconta la dittatura, e di cui fa parte per esempio anche lo straordinario Io sono ancora qui di Walter Salles. Al tempo stesso, però, coglie l’esatta atmosfera del tempo, come un film d’epoca, restando fedele allo studio e alle ricerche che Mendonça Filho ha portato avanti per anni, prima di realizzare il documentario Pictures of Ghosts (2023), sempre sulla storia di Recife.
In breve
L’agente segreto è un film di identità segrete e resistenti. Di vite che non si arrendono alla violenza e al sangue che le perseguitano. Marcelo – la cui storia è molto più complessa di quanto raccontato qui, ma va goduta al cinema senza spoiler – per sua stessa ammissione non porta mai un’arma con sé, anche se sa di essere braccato. Aspetta la morte e al tempo stesso le sfugge. La sfida. Non importa tanto come finisce la sua storia quanto, invece, chi l’ascolta sia in grado di custodirla e tramandarla. Farne un’eredità.
È anche per questo che l’epilogo, ambientato ai nostri giorni, è un messaggio diretto al pubblico: non dimenticare il sangue versato, resistere per la libertà, non perdere la propria umanità.
V.V.
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