
Al suo 23° lungometraggio da regista, Paul Schrader torna con Richard Gere a indagare il senso della memoria. Una struttura spesso raffazzonata tradisce però un’opera dall’indubbia sincerità.
È senz’altro per Schrader il film delle seconde occasioni. Lo è tanto sotto il profilo professionale, come cineasta, quanto soprattutto sotto l’aspetto umano, considerate le tortuose vicissitudini della sua vita privata: i suoi plurimi ricoveri in ospedale a causa del Covid e, non ultimo, l’Alzheimer contratto nel 2023 dalla moglie, l’interprete Mary Beth Hurt (tra i volti icastici di Interiors, intrigo corale al femminile del lontano 1978, nonché film iniziatico di Woody Allen al dramma bergmaniano – prima ancora di Mariti e Mogli e Un’altra donna).
American Gigolò, quarant’anni dopo
Nello spirito delle seconde occasioni, Oh, Canada sigla un nuovo sodalizio con lo scrittore Russell Banks, di cui l’autore aveva già trasposto per grande schermo il romanzo Tormenta nel 1997 (distribuito poi sotto il titolo Affliction, con un ottimo Nick Nolte protagonista).
È anche la seconda collaborazione con Richard Gere, dopo l’antologica performance nel cult American Gigolò, di recente oggetto di una brillante rivisitazione seriale con un Jon Bernthal in stato di grazia (serie targata Showtime passata clamorosamente in sordina, nonostante estenda con abilità la poetica del post-noir contemporaneo, in omaggio anche all’opera originale).
Schrader tenta inoltre di replicare il fascino e il carisma di Julian, allora protagonista di American Gigolò, attraverso il corpo e la prestanza di Jacob Elordi (risuonano tutt’ora gli apprezzamenti dopo il successo di Euphoria). L’attore veste qui i panni di un Gere ringiovanito purtroppo non del tutto credibile, a dispetto della sentita scelta di casting del regista: Schrader si è speso in toni per lo più lusinghieri verso Elordi, presentandolo come una versione moderna del fu Julian del cult sopracitato, che deve ad oggi la sua fama all’eccelsa prova di Gere; un raffronto ardito se non del tutto improprio.

Ricordi ingombranti, una storia sfocata
Insomma, è il film delle ‘seconde volte’ di Schrader. Nella resa il lungometraggio sembra però incapace di riscattare appieno i lustri di una delle voci più segnanti della Nuova Hollywood statunitense (contrariamente allo sguardo visionario ed eclettico sperimentato da Francis Ford Coppola nello splendido Megalopolis, anch’esso presentato in anteprima alla 77ª edizione del Festival di Cannes).
Oh, Canada si arrischia in una suggestiva riflessione sul rapporto tra memoria e immagine. Nell’intreccio Leonard “Leo” Fife, acclamato documentarista, ora malato terminale, si accinge a raccontarsi in un’intervista curata dai suoi ex allievi, Malcolm e Diana, per conto della CBC. In un dialogo franco e ravvicinato, l’autore si imbatte nei fantasmi del proprio passato, nelle contraddizioni di una vita convulsa, lastricata da bugie e tradimenti; racconti spesso fumosi di cui è difficile coglierne la verità.
Tutto si compenetra in un amalgama confusa di ricordi, a cominciare dal reportage realizzato da Leo sull’Agente Arancio irrorato nel Vietnam durante il conflitto. Da disertore dell’esercito, trasferitosi a Montreal per raggirare la leva, la guerra non figurerà mai nelle sue memorie, sebbene di rado ci venga illustrata la cornice storica che animò la gioventù del protagonista: gli anni della contestazione, dei movimenti studenteschi per la pace e delle rivendicazioni civili; insorgenze al quale il nostro sembra sorprendentemente impermeabile, nonostante l’occhio lucido e ‘militante’ del regista impegnato.
Una gioventù sotto accusa, le colpe dei ‘giusti’
Nell’intervista Leo rinnega in effetti la sua rinomanza di ‘autore politico’, da lui presentata come posa per celare da anni i suoi segreti più reconditi; rivelazioni che trovano lo sconcerto della moglie Emma, impersonata da una Uma Thurman con poco mordente, convinta che quelle parole siano in verità frutto di deliri dovuti agli analgesici.
La storia viene quindi ripercorsa sotto una lenta opaca e ambigua, in cui manca anche l’operato di Leo come talentuoso documentarista (tolto per qualche saltuario frammento dei suoi reportage ecologisti tra i ghiacciai, e una buona sequenza del filmmaker in veste di docente di fotografia, in cui esplora coi propri studenti il senso dell’immortalità nell’immagine).
Tutto sembra porsi in continuità ai temi cari a Schrader, specie se si pensa alla cosiddetta ‘trilogia degli uomini rotti’ (chiusasi nel 2022 con Il maestro giardiniere): il peso del peccato e l’impossibilità di una piena redenzione. Oh, Canada propone una visione ancora più sottile negli intenti, provando a responsabilizzare sul piano politico la gioventù anni ‘60.
Sull’ideale ‘banco degli imputati’ del regista siede stavolta la sua stessa generazione, incapace di accogliere le proprie colpe, spesso disonesta verso sé stessa, e imbrigliata al mito di una sovrastimata superiorità morale (propria di chi ha scelto ‘la parte giusta della Storia’).
Un J’accuse personale, quello di Schrader, che poteva tradursi in un’operazione più intima, un prezioso processo di rielaborazione. Suo malgrado il film paga lo scotto di una forma poco coerente e definita, in cui anche il senso della memoria (come fardello esistenziale) arriva a sbiadirsi.
Oh, Canada è tratto da I tradimenti di Russell Banks – Edito in Italia da Einaudi Stile Libero. Il film è dal 16 gennaio al cinema distribuito da BE WATER FILM in collaborazione con MEDUSA FILM.
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