
Orlando Cinque, nato il 17 aprile 1972, cresciuto a Sant’Antonio Abate, si forma e si diploma come attore presso la Scuola del Teatro Stabile di Genova. Dal 2008 al 2010 l’abbiamo visto interpretare il ruolo di Trenta Denari nella celebre serie Romanzo Criminale diretta da Stefano Sollima.
Ha partecipato inoltre a numerose produzioni cinematografiche e televisive tra cui, L’uomo del labirinto di Donato Carrisi, e Sulla mia pelle di Alessio Cremonini. Non solo interprete, ma anche regista, Cinque ha adattato, diretto, interpretato e co-prodotto: Creditori di August Strindberg, presentato al Teatro Bellini di Napoli, con un notevole successo di pubblico e di critica.
Nell’ultimo anno, ha preso parte al cast del nuovo film La grazia di Paolo Sorrentino, calandosi perfettamente nei panni del Colonnello Labaro.
Come è andata sul set con Toni Servillo?
Avevo già avuto modo di lavorare con Toni, è stata un’esperienza bellissima. Con La grazia lo è stata ancor di più perché c’è un rapporto particolare tra i due personaggi che interpretiamo. Toni, oltre a essere il formidabile attore che tutti conoscono, è una persona di un’umanità rara e ha una grande capacità di alleggerire. In una parola, è confortante. Con una battuta o un aneddoto simpatico sa sempre farti sentire alla pari e parte di una squadra.
Come definiresti il rapporto tra il presidente Mariano De Santis e il colonnello Labaro?
Un rapporto basato sull’amore, in senso lato, che di fatto è il tema centrale di tutto il film. L’amore in tutte le sue forme: quello tra un padre e una figlia (con Dorotea), quello amicale (con Coco) e quello tra due servitori dello Stato. E quest’ultimo è ciò che unisce il colonnello Labaro e De Santis. È quasi un legame tra padre e figlio ma ribaltato, visto cioè nel momento in cui sono i figli – diventati adulti – a doversi prendere cura dei padri. Personalmente ho provato anche a donare al personaggio un po’ della gratitudine che provo per Toni e per la tradizione attoriale che rappresenta.
Quanto c’è di te nel Colonnello Labaro?
Non mi sento così solido e affidabile come Labaro, ma qualcosa di mio c’è: la voglia di donarsi, di essere mosso da qualcosa di più alto e per cui donare la propria vita, che poi è ciò che dà senso alla vita stessa. Raramente ho potuto esprimere, con la recitazione, questo mio aspetto. Il colonnello Labaro è stato decisamente il ruolo adatto per farlo.

Vorrei essere irrituale, ma non riesco. Ti chiedo: «di chi sono i nostri giorni?». Qual è la tua opinione in merito al tema dell’eutanasia?
Credo che i nostri giorni non siano totalmente nostri. Possono esserci sottratti da un momento all’altro, innanzitutto dalla morte e poi dalle tantissime distrazioni indotte da questa società che sembra voler costantemente distoglierci da ciò che siamo. Renderli davvero nostri, non è affatto semplice, ma il primo passo è riconoscere che non controlliamo quasi nulla dei nostri giorni.
Per quanto riguarda l’eutanasia, penso che uno Stato laico e responsabile non possa non legiferare su una materia così delicata. Sebbene io sia credente, sono convinto si debba sempre preservare la libertà di coscienza. Non si può pretendere di scegliere sulla vita altrui, ma ancor di più non si può vigliaccamente decidere di non affrontare una tematica così importante.
C’è un momento in particolare sul set che vuoi raccontarci?
La scena con gli Alpini. Quando abbiamo girato e ho visto tutti questi vecchietti, con la penna sul cappello cantare insieme i loro cori, ho avuto i brividi. È stato un momento intenso ed emozionante che non mi aspettavo. Ci siamo commossi tutti. Viviamo in un’epoca strana, in cui anche la parola “Patria” sembra legata esclusivamente a un armamentario ideologico che non ci piace. In realtà sono valori che non andrebbero lasciati ai fascisti.
Nel film si parla di dubbio e di coraggio. Qual è stata la circostanza della tua vita che ha richiesto maggior coraggio?
Quando ho scelto di voler fare l’attore, discostandomi totalmente dalle tradizioni familiari e da quelli che ricordavo essere i desideri di mio padre, per il mio futuro. Una scelta che è andata contro un destino familiare: l’ho vissuta quasi come un tradimento nei loro confronti, portarla avanti ha richiesto un discreto coraggio, misto a una bella dose di incoscienza.
E a questo proposito, la stessa scelta ti ha mai creato dubbi sulla tua carriera di attore?
Sì, tanti. Mi sono chiesto molte volte se fare l’attore fosse davvero la mia vocazione. In realtà ora mi rendo conto che remavo contro il mio stesso sogno, perché mi sentivo in colpa. Per un periodo, ho provato anche a fare altro e riprendere l’università, ma continuavano a chiamarmi in teatro e alla fine mi sono arreso alla mia passione.
Parlaci appunto del tuo percorso artistico. Quando hai capito che avresti voluto fare l’attore?
Ci sono due momenti. Il primo è stato il momento dell’intuizione. Quando, a 19 anni, sono salito sul palco per la prima volta con un’improvvisazione, durante un corso di teatro. In quell’esatto momento ho sentito che quello era il mio posto. Ho sentito qualcosa che mi ha travolto, una sorta di innamoramento, di “chiamata”. Da quell’istante è cambiata totalmente la mia vita e – nel giro di due anni – sono entrato alla Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova, dopo il secondo momento, quello della “consapevolezza”: ero al mare sotto l’ombrellone, nel Cilento, e stavo leggendo un libro di Stanislavskij in cui veniva definito il lavoro dell’attore come una “missione” tramite cui si dona la propria vita agli altri, con lo scopo di cercare e mostrare la verità. Ci credevo davvero.

Riguardo al mio percorso, è chiaro che partendo da aspirazioni ideali così alte non poteva non passare attraverso cocenti delusioni e risultare complesso, con fasi contrastanti e molti alti e bassi. Oggi però posso dire che il mio mestiere d’attore si è nutrito e, al tempo stesso, mi ha costretto a fare un percorso esistenziale. Negli ultimi anni, ho capito, che quando ti senti in pace con te stesso, il tuo desiderio rispecchia davvero ciò che vuoi interiormente, e a quel punto, le cose accadono. Ma ho “buttato il sangue” per capirlo… (ride, ndr).
C’è una persona in particolare che ti ha spronato o ispirato in questo lavoro?
Sì, senz’altro Anna Laura Messeri, la mia insegnante alla Scuola del Teatro Stabile di Genova. Una grandissima maestra, non solo perché mi ha insegnato il mestiere dell’attore, ma perché era riuscita, all’epoca, a intravedere la mia resistenza nel fare questo lavoro. Ha trasformato la mia incertezza in un motivo per spronarmi, indicandomi esattamente il punto su cui lavorare. Ancora oggi, quando sono in difficoltà, utilizzo gli strumenti che mi ha insegnato.
Poi Renato Carpentieri, che mi ha fatto riscoprire la gioia del teatro in un momento in cui l’avevo un po’ persa. Ma, forse, la persona che mi ha ispirato di più è stato mio padre. È scomparso quando io avevo 9 anni. Alla fine questo mestiere l’ho fatto per lui, per dimostrargli che valevo qualcosa. Ogni volta che sono andato in scena, l’ho sempre portato con me. Il palcoscenico e il set sono i luoghi in cui lo incontro ancora. L’ultima volta che l’ho portato con me è stato sul red carpet a Venezia, per presentare La grazia. Ho indossato i suoi gemelli.
Cosa porti con te dell’esperienza di essere stato diretto da un regista premio Oscar come Paolo Sorrentino?
Tantissimo, sotto moltissimi aspetti. Paolo Sorrentino riesce a far emergere le massime capacità di un attore, riuscendo a dargli il ruolo giusto, nel contesto più adatto. E così è stato per me. Stare a contatto con un regista di questo tipo ti cambia, ti dà una fiducia che indubbiamente non puoi crearti da solo. Essere stato diretto da lui mi ha fatto “rinnamorare” del cinema e della sala. E proprio in questo, c’è forse un limite del cinema italiano: si rischia poco nell’affidare i ruoli più interessanti ad attori meno noti, ma magari più giusti, preferendo il “nome” di turno. Questo meccanismo danneggia tutti, anche i cosiddetti “nomi”. A questo proposito citerei il regista Andrea Di Stefano che ha detto: «Qualunque attore bravo, con il ruolo giusto, può vincere un Oscar».
Da chi vorresti far dirigere il film della tua vita?
Essendo io una persona strutturalmente pesante ho imparato a dare sempre più importanza all’ironia e all’umorismo, per cui vorrei che fosse una commedia diretta da Paolo Virzì. Ma anche Joachim Trier non sarebbe male: adoro la sua sensibilità, la sua capacità di andare a fondo nell’interiorità delle persone. E, seppure la mia vita esteriormente sia parecchio noiosa, dentro di me c’è materiale per una intera filmografia!
Il protagonista di La grazia, Mariano De Santis, non sogna mai. Ma lo vorrebbe molto. Tu cosa sogni per il tuo futuro?
Mi piacerebbe molto lavorare ancora con Paolo Sorrentino. Perché la prima volta ero troppo emozionato e adesso so che potrei godermelo di più e fare molto meglio. Poi, dare continuità al mio lavoro nel cinema, sicuramente, che è la cosa che sognavo da ragazzo, magari recitando in inglese, all’estero. Ma il sogno vero è fare un ruolo e un film che salvino almeno una persona, cosi come Paul Dano e Michael Caine, in “Youth”, hanno salvato me. Ecco questo darebbe davvero senso a tutti gli sforzi fatti. Una sola persona “salvata” basta a dare senso a una vita.
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