Paolo Conte

Omaggio a Paolo Conte nel giorno del suo 84° compleanno.

Una pioggia insistente batte fuori dalle nostre finestre in questi ultimi giorni di festa.

E c’è una melodia che non esce dalla mente, stanca di un’affascinante indolenza, con un piano jazz nostalgico che sembra suonare le note di una vita non vissuta. E delle parole, vaghe, eppure talmente precise da non poter non penetrare la nostra pelle e raggiungere le ossa, come fa l’umidità, trapassando la finestra.

Una voce le canta, come cantasse di questo stallo in cui galleggiamo, mentre fuori la sola cosa a muoversi, incessante, è la pioggia. E ce ne andiamo via con lei, via con loro:

Via via
Vieni via con me (…)
Entra e fatti un bagno caldo
C’è un accappatoio azzurro
Fuori piove un mondo freddo

Ah, it’s wonderful
It’s wonderful
It’s wonderful
Good luck my baby…

Tanti auguri, Paolo Conte!

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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