
Presentato in anteprima alla ventesima Festa del Cinema di Roma, Cinque Secondi è il nuovo film di Paolo Virzì, che a poco più di un anno da Un altro Ferragosto, torna con una storia che contamina il racconto di un dolore privato a quello di una rinascita che avviene grazie al contatto con gli altri.
Cinque Secondi mette in scena una sofferenza che non è mai scontata o patetica, ma che grazie a una narrazione capace di accordare la leggerezza dell’essere umano alla sua più ombrosa inquietudine, restituisce un film che lascia da parte la disperazione, abbracciando un messaggio che si espone oltre i confini della storia di Adriano, il protagonista interpretato da Valerio Mastandrea.
Il brano Place To Be di Nick Drake è fondamentale per il film; in che momento è arrivato quel pezzo?
Place To Be oltre ad essere il pezzo finale del film è anche quello della sveglia di Adriano, con la suoneria dell’intro di chitarra. È stata una scelta, come direbbe mio fratello, fricchettona, perché di fatto è anche la mia sveglia. Ho una passione smisurata per Nick Drake: questo giovane inglese morto giovanissimo, gentile, che ha una malinconia sommessa ma dolce, lo amo molto. E non è la prima volta che uso le sue canzoni in un film. Avevo messo ’Cello Song in My Name Is Tanino, e in generale è da quando ho imparato a suonare la chitarra che una delle cose che mi piace fare è l’accordatura alla Nick Drake.
Mi rendo conto che sia una licenza poetica nell’identikit di un personaggio come Adriano Sereni, che è un borghese di Roma Nord, o lo era perlomeno, nel suo vissuto. Adriano è un grande avvocato civilista, quel poco che vediamo del suo passato è nelle rievocazioni del racconto. Spesso per ogni personaggio immagino tutta la sua biografia, anche quella che non viene mostrata. Mi sono immaginato che l’ex moglie fosse originaria di una famiglia alto borghese, con la villa ai Parioli, e che lui magari provenisse dalla middle class ma che attraverso il lavoro si fosse emancipato, e che avesse nel DNA un’ideale, come un’inclinazione a fare nel suo lavoro qualcosa che avesse a che fare con l’etica e la giustizia, a differenza di tanti avvocati d’affari.
Per il personaggio mi sono ispirato a un mio amico che fa l’avvocato, al quale per fortuna non è successo nulla di quello che facciamo capitare nel film al povero Adriano, e il fatto che ascoltasse Nick Drake, che avesse quegli accordi come sveglia ogni mattino, mi piaceva. Poi ho liberato la voce di Drake solo sulla sequenza finale.
La mia personale predilezione per quell’autore, per quel mood, che è appunto languido, ma in maniera sussurrata, rispecchia il modo in cui cercavo di trattare il sentimento di dolore del personaggio, che è un uomo che si tiene tutto dentro e che non ha mai un momento in cui si dispera apertamente. Si lascia andare solo a un pianto, una notte, nella sua casa, quando viene spiato da Matilde. Tendenzialmente è uno che si vergogna del proprio dolore.
L’anno scorso hai prodotto il documentario (bellissimo) Come se non ci fosse un domani; quei ragazzi con la voglia di salvare il mondo li ritroviamo nel tuo nuovo film.
Non c’è dubbio che siano stati d’ispirazione, avendoli conosciuti ho rubato anche un po’ di nomignoli da loro, per esempio il ragazzo che è soprannominato Nebbia perché ha sempre gli occhiali appannati era uno dei ragazzi che erano stati raccontati in quel documentario.
Ho tentato nel film di raccontare l’esperienza umana di questi ragazzi provando a fare una cosa, che poi ritengo sia la maniera più interessante per addentrarsi nei caratteri: renderli buffi, e quindi umani. Così come mi piace disegnare le persone quando faccio i ritrattini, mettendoci sempre un piccolo elemento che sia anche divertente, canzonatorio. Non c’è dubbio che abbiano l’inclinazione a fare proclami, ma li ho rappresentati con affetto e con un sentimento di divertimento.
Poi ho messo in mezzo a loro una ragazza più imbronciata, che passa da un tipo di umore raggiante e infantile, ma in una maniera felice, a momenti di collera, circondata da questa specie di coro buffo.
L’affetto, e soprattutto il rispetto, erano totali, perché parlando di loro parlavo anche di qualcosa che mi riguarda. Penso di incarnare tutti e due i modi di stare al mondo che qui vengono raccontati come conflittuali: un pezzettino di me è come loro, e un pezzettino è come Adriano.
Come hai scelto Galatea Bellugi per il ruolo di Matilde?
Sono stati fatti molti provini, abbiamo visto tantissime attrici giovani, brave, alcune note, alcune no. Però Galatea mi aveva colpito molto in Gloria!, quando l’ho conosciuta di persona alla prima del film mi ha impressionato la sua timidezza, e l’avevo voluta vedere.
Sebbene non padroneggi bene l’italiano, ho scoperto dopo era in grado di fare l’accento toscano per via della sua storia famigliare, una storia magnifica a livello di formazione: Galatea è nata a Parigi da una mamma danese che fa la costumista e un papà italiano, che è scenografo del Théâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine, e ha inziato a sei anni a recitare proprio con lei. Ma la nonna, la madre di Bellugi, è toscana. Galatea si è ritrovata una nonna in Maremma, a Manciano, dove ha passato tutte le vacanze della sua vita. L’italiano non è la sua prima lingua, ma quando lo parla, soprattutto quando si libera, parla bene il maremmano.
Poi è affascinante questa sua doppia natura: è una sorta di extraterreste, una figura fuori dall’ordinario, anche fisicamente, e una specie di elfo. Una creatura dei boschi e dei cespugli che nel film possiede sia un entusiasmo che qualcosa di doloroso, neanche troppo spiegato, un vissuto drammatico che giustifica i momenti in cui non sa controllare la rabbia e reagisce in modo smisurato.
Il film cambia colore, tono, dalla prima alla seconda metà, come se la fotografia rispecchiasse il sentire di Adriano.
È stata una delle varie sfide di questo film, di questa storia. Siamo andati a prendere di petto un evento così tragico provando a suggerirlo man mano, gradualmente, all’inizio generando più domande che risposte, cercando di incuriosire lo spettatore su cosa ci fosse dietro a quest’uomo scorbutico così ostile a tutto il resto del mondo. Abbiamo provato a raccontare che noi siamo come la natura, come il paesaggio, e l’inizio misterioso di Cinque Secondi è ambientato in un’atmosfera invernale dove il paesaggio fuori è intirizzito dal gelo, dalla neve.
Sembrerebbe un posto poco ospitale, non proprio rasserenante, di sicuro non una cartolina melensa della campagna toscana, ma è come Adriano, ispido, respingente. In fondo è un piccolo apologo che ha qualcosa di allegorico, e in questa allegoria c’è il fatto che un tale paesaggio si addolcisce se qualcuno se ne prende cura, addirittura germoglia. Volevo far sentire che l’umano è parte di un contesto naturale, non siamo altro, anche noi, che un’espressione della natura. Adriano, costretto a convivere e ad avere a che fare con gli altri, rispetto ai primi venti minuti del racconto, si modifica, cambia, e intorno a lui cambia il paesaggio.
Con Luca Bigazzi, il direttore della fotografia, abbiamo realizzato prima un progetto di illustrazione del film, da me scarabocchiato, disegnato, che era un po’ quello: presentiamo un protagonista ispido e trascurato, e intorno il paesaggio identico a lui, grigiastro, e lo accompagnamo in un percorso che lo porta ad aprirsi, addolcirsi, mentre il contesto della campagna cambia insieme a lui.
Cinque Secondi non è solo un film drammatico, ma “leggero” sotto alcuni punti di vista, sicuramente ha un finale più luminoso di quelli dei tuoi film recenti.
In realtà il tema della conclusione dolente oppure lieta di un film riguarda tutta la mia filmografia, sin dal primissimo. Ricordo che quando uscì Ovosodo conservai due recensioni: una diceva che era un peccato che avesse un happy ending consolatorio, l’altra che nonostante fosse un film pieno di vita avesse un finale pessimista. Ho pensato che fossero vere entrambe.
Cinque Secondi è un oggetto misterioso di cui non avevo subito chiari tutti i segreti, l’ho scoperto facendolo, ma mi sono reso conto che siccome raccontava un evento così lacerante per la vita di una persona, un dolore così inguaribile, fosse interessante andare a guardare cosa poteva succedere se questa persona fosse stata messa in relazione con gli altri. Avrebbe riacquisito un po’ di fiducia, e la parola fiducia è quella che poi dice Valerio alla figlia, nella scena al lago. In un certo senso è vero, questo film così doloroso ha però qualcosa di dolce…come le canzoni di Nick Drake.
Ma anche di ironico, soprattutto grazie al personaggio di Giuliana, interpretato da Valeria Bruni Tedeschi.
Giuliana è un personaggio da melodramma sentimentale romantico che ha qualcosa di tragico dentro celato dietro una maschera ilare. Piano piano esce fuori. È inguaribilmente innamorata di quell’uomo strapazzato, avrebbe voluto essere lei la madre dei suoi figli, e ci sono vari colpi di scena che la riguardano, uno appunto nel rivelare che dietro questo aspetto scintillante c’è una storia di malattia, e un altro che riguarda una dissolutezza sensuale tipica delle persone disperate, che mi fa venire in mente una canzone di Paolo Conte, la sensualità delle vita disperate (Un gelato al limon, 1975, ndr).
Valeria Bruni Tedeschi ha una luce, un qualcosa che ho sempre amato, dalla prima volta che abbiamo lavorato insieme. È un clown e allo stesso tempo è disperata, le chiedo sempre di regalarmi qualcosa di questa sua natura, e qui, ma anche ne La pazza gioia, ha avuto molto rispetto per i copioni. Peraltro lei stessa scrive, anche bene. I suoi film da regista a me piacciono moltissimo. In questo assomiglia a Valerio, anche lui ha molto rispetto per la sceneggiatura, ma entrambi sono disponibili a far succedere delle cose inaspettate durante una scena, insieme hanno questa caratteristica.

Non è un caso che questo film sia arrivato ora.
È abbastanza misterioso di solito il motivo per cui uno si innamora di una storia rispetto ad un’altra, è vero che probabilmente succede quando è una storia che sta in piedi da sé, che ha di per sé un’autonomia narrativa in grado di generare significato in modo più suggerito che esplicito. Guardando il film alla presentazione alla Festa del Cinema ho sentito che sembrasse in parte una risposta all’odio; all’odio della società, all’odio delle persone, al clima di un periodo.
Giravamo mentre c’erano due guerre in corso, in un momento di negazione dell’altro che invece fa venir voglia di pensare il contrario, cioè che si può salvare il mondo se si tiene conto che esistono gli altri, specie se sono diversi da noi. Da tale diversità nascono delle alleanze che ci arricchiscono, come succede ad Adriano, che inizialmente disprezza quei ragazzi che sembrano degli scappati di casa ma che poi impara ad accettare, a proteggere.
Senza fare dichiarazioni altisonanti, mi sembrava che ci fosse rispetto al tema dell’odio una possibile medicina segreta per generare qualcosa di nuovo, che è il confronto con gli altri.
Cinque Secondi è una produzione GREENBOO PRODUCTION e INDIANA PRODUCTION in associazione con VISION DISTRIBUTION e MOTORINO AMARANTO, in collaborazione con SKY in collaborazione con PLAYTIME. Arriva al cinema il 30 ottobre con VISION DISTRIBUTION.
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