
Se vi sembra che le nuove uscite in streaming siano spesso piatte, monotone e noiose non è solo un’impressione. Ci stiamo abituando a film e serie tv scritti e pensati per fare da sfondo a una fruizione distratta (spesso ostacolata dallo smartphone), così quando arriva qualcosa come Paradise improvvisamente sembra di assistere a una rivoluzione della “televisione”.
In realtà è un ritorno alla vecchia tv, quella che riusciva a coinvolgere il pubblico settimana dopo settimana, un episodio per volta. Paradise ha debuttato su Disney il 26 gennaio ed è terminata il 4 marzo. Adesso è interamente disponibile sulla piattaforma ma per circa due mesi, ogni martedì, ha tenuto incollati allo schermo – e lontano da Instagram e TikTok – migliaia di spettatori, non solo perché è ben scritta e ben recitata, ma soprattutto perché è un puzzle complesso che richiede la totale attenzione del pubblico per poter essere risolto.
Di cosa parla Paradise
Grazie ai suoi colpi di scena Paradise è in grado di cogliere di sorpresa senza mai perdere credibilità. È una serie ambientata in un mondo distopico che, tuttavia, si rivela solo alla fine del primo episodio, per poi proseguire avanti e indietro nel tempo, ricostruendo ogni tassello della sua complicata trama. Caratteristica, questa, tipica dei lavori del creatore e showrunner Dan Fogelman, lo stesso di This is Us.

Il protagonista è Sterling K. Brown (Waves, American Crime Story: OJ, This is Us, American Fiction) che interpreta l’agente speciale Xavier Collins, a capo della scorta personale del presidente Cal Bradford (James Marsden). Nei primissimi minuti della serie si scopre che il presidente è stato assassinato nella sua stanza da letto durante la notte e che dalla stanza è sparito anche un oggetto preziosissimo, un tablet con documenti riservati. La reazione dell’agente Collins, dovuta allo shock, lo rende presto uno dei principali sospettati, ma proprio quando sembra che la storia vada nella direzione dell’ennesimo uomo nero incastrato e perseguitato dalla giustizia statunitense, ecco che tutto si trasforma in qualcos’altro.
Qui è necessario uno spoiler che comunque è già ampiamente circolato. L’agente Collins, infatti, non si trova negli Stati Uniti come li intendiamo oggi, ma in un enorme bunker segreto sotto una montagna in Colorado, chiamato Paradise. Lì vivono circa 25 mila persone, le uniche forse sopravvissute a un disastro naturale e nucleare che ha distrutto la superficie del pianeta. La rivelazione lascia senza parole ed è solo nel primo episodio. Tutto il resto della serie servirà a capire come e perché si è arrivati al mondo raccontato e soprattutto come è perché il presidente Bradford sia morto. Chi l’ha voluto uccidere.
L’agente Collins assume su di sé la responsabilità di scoprirlo, soprattutto dopo che i suoi sospetti ricadono sull’artefice del bunker, Samantha Redmond (Julianne Nicholson), genio della tecnologia e donna miliardaria strettamente legata al governo.
Paradise e la ricostruzione della società
L’aspetto più ovvio della presa che Paradise ha sul pubblico è il racconto di una storia non troppo distante dai peggiori incubi della società attuale. Un mondo alle soglie della distruzione che trova il modo di “salvarsi” grazie all’intervento di una persona visionaria che sa sfruttare il potere dei soldi e della tecnologia. Da qui però nasce anche l’altro elemento essenziale e affascinante della serie di Fogelman: il limite etico.
Chi deve salvarsi? E perché? Nessuna risposta è davvero valida e Paradise lo dimostra nel cortocircuito che mette in scena, episodio dopo episodio. Al tempo stesso prova a rappresentare come sarebbe il mondo se davvero fosse progettato a misura di pochi. In questo il messaggio della serie si fa anche molto politico, perché ricostruisce dinamiche essenziali per la sopravvivenza umana, come la cooperazione e la ribellione. Mette in scena il potere e la sua caduta. Non lascia da parte nemmeno il velato discorso sull’ineliminabile violenza dell’umanità stessa, presente anche in un bunker in cui le armi sono bandite e nascoste.

Tutto questo – e molto altro che preferiamo non spoilerare ulteriormente – rende Paradise la serie che stavamo aspettando da tempo, quella che rapisce totalmente per quaranta minuti alla volta ma non è necessariamente pensata per il binge-watching. E che nel suo intrattenimento di altissima qualità trova anche il modo per far passare un enorme messaggio di resistenza democratica contro le tecnocrazie. Anche per questo è già certo che tornerà con una seconda stagione.
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