Parasite Black and White, Bong Joon-ho - CREDITS: web

A oltre un anno di distanza dalla Palma d’Oro, non si finisce di parlare di “Parasite”. Bong Joon-ho ha infatti curato una nuova versione interamente in bianco e nero, presentata lo scorso giugno. Come affermato dal regista, nell’immaginario cinematografico il bianco e nero rimanda immediatamente all’idea di classico, di capolavoro intramontabile. Circonda il film di un’aura particolare e contemporaneamente lo rende senza tempo, come una favola, dice Joon-ho.

Cosa significa però, esattamente per questo film, una scelta del genere? Ammetto che il mio primo pensiero non è stato positivo. Forse perché così com’è Parasite è già perfetto, ma in particolare perché ne ho amato ogni dettaglio. Mi viene in mente il rosa delle pesche, il giallo caldo della vetrina in cucina, il verde del prato nella scena-madre. Il colore è parte integrante del racconto per immagini: delinea e caratterizza spazi e personaggi. Per scegliere di eliminarlo serve una funzione altrettanto significativa della sua assenza.

Una scena di Parasite, Bong Joon-ho - CREDITS: web
Una scena di Parasite, Bong Joon-ho – CREDITS: web

Allora ho cercato qualche immagine e qualche informazione in più e ho trovato l’ovvia, forse, risposta. Il bianco e nero utilizzato è giocato parecchio sui chiaroscuri, sulla compresenza di luci e ombre che metaforicamente appartiene ai personaggi. Si tratta di uno stilema che riflette e raddoppia perfettamente il senso del film, costringendo il pubblico a cercare l’ambiguità, il bene e il male, in ogni personaggio.

“Nessuno è mai tutto bianco o tutto nero” recita uno dei post promozionali della nuova versione. E tutto acquista immediatamente senso. Per chi ancora non si fosse deciso a guardare il film dell’anno (e del decennio, direi), questa è l’occasione giusta per recuperare e magari apprezzare entrambe le versioni.

“Parasite”, quando un’idea geniale trova uno svolgimento geniale

Parasite è un meccanismo impeccabile e  complesso, una catena di eventi cadenzata e inarrestabile, come le tessere di un domino. Attraverso un’abile mescolanza di generi e colpi di scena, Bong Joon-ho parte da una commedia degli equivoci, ammicca al thriller e attraversa le tematiche dei film-denuncia, per poi arrivare al dramma puro, in un crescendo di ritmo e di pathos.

Nell’incontro dapprima fortuito e poi sempre più calcolato di due famiglie di diversissima estrazione sociale, Parasite racchiude i temi della radicale lotta di classe e dell’eterna lotta fra Natura e Cultura. Da questo punto di vista Bong Joon-ho riesce a trovare la chiave di lettura universale di un film che – va ricordato – è e rimane prettamente sudcoreano. Impregnato della tradizione, del punto di vista e dei costumi di una società a noi fondamentalmente estranea, ma che il buon cinema, come sempre, riesce a farci scoprire oltrepassando le nostre barriere.

Microanalisi del film

La regia trova un modo molto preciso ed esplicito per rappresentare innanzitutto il divario sociale, che come si è detto, è uno dei temi portanti del film stesso. Le inquadrature di casa Park sono per lo più campi lunghi, riprese a distanza che evidenziano lo spazio minimalista e ordinato, il lusso ma anche la distanza fisica e personale dei suoi inquilini. Il piccolo e sudicio seminterrato dei Kim, invece, è mostrato sempre attraverso piani ravvicinati, incollati ai corpi, sia perché effettivamente lo spazio è molto ridotto, sia per testimoniare la complicità e la vicinanza psicologica dei quattro componenti della famiglia.

Un frame di Parasite. Bong Joon-ho - CREDITS: IMDB.com
Un frame di Parasite. Bong Joon-ho – CREDITS: IMDB.com

Anche quando le due famiglie condividono lo stesso spazio, i loro mondi rimangono sempre separati in modo netto sullo schermo. In ogni scena comune è possibile osservare elementi architettonici, geometrici o scenografici che sistematicamente dividono i Kim dai Park. Al contempo però rendono le inquadrature di Bong Joon-ho simmetriche, equilibrate, di una bellezza canonica e armoniosa.

La costante ricerca formale ed estetica, tuttavia, stride volontariamente con la progressiva tensione creata dalla trama. Suscita nel pubblico un senso di inquietudine destinato a esplodere nel corso degli eventi. In altri termini, l’assoluto controllo registico mette in scena un mondo che, al contrario, è prossimo al collasso, divorato dal conflitto tra istinto e razionalità, tra spontaneità e pianificazione. Un mondo che inaspettatamente si abbandona al caos per poi trovare un nuovo equilibrio.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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