
Prendi un personaggio controverso, dagli una storia che dia un senso alla sua spiacevolezza, affiancagli un cast di comprimari che lo inserisca in una workplace comedy sotto mascherate spoglie. Poi guarda che effetto fa al pubblico, e trovati a tre anni dall’uscita della prima stagione con in mano una serie che supera tutte le (basse) aspettative con cui era nata.
La genesi della serie
James Gunn scrive gli otto episodi di Peacemaker durante il lockdown, e lo fa per distrarsi dalle ansie che la situazione porta con sé. Lo definisce un esercizio puramente creativo: senza committente né una direzione narrativa predefinita, è la prima volta che si confronta con la scrittura seriale.
L’idea di dedicare una serie al personaggio di Chris Smith viene a Gunn da due spinte principali: la prima, lavorare di nuovo con John Cena per esplorare le sue potenzialità attoriali inespresse. La seconda: dare un arco narrativo ad un personaggio che in Suicide Squad era socialmente inetto e isolato dal resto del gruppo a causa della sua megalomania. Per citare le parole di Steve Agee (John Economos) nel podcast ufficiale della serie: “era un pezzo di merda all’inizio, è rimasto un pezzo di merda alla fine”.
Come definire altrimenti il comportamento di Peacemaker, considerando che la sua indefettibile solerzia come braccio armato al servizio delle black ops di Amanda Waller l’aveva portato ad uccidere un caposquadra amato come Rick Flag Jr.? Sembrerebbe non esserci un’alternativa percorribile. Ma allo stesso tempo: possiamo volere veramente male a una macchina da morte che sbaglierà il colpo se spara con un fucilone non brandizzato con il suo logo (E03 S01)?
Fidarsi del processo, aggiungendo caos
Ad ogni modo, James Gunn ignora quelli che gli dicono che scegliere un personaggio del genere come protagonista sia una scelta… suicida (e che lo ribattezzano Flopmaker, *inserire in sottofondo risate preregistrate*), e riporta la stessa libertà di scrittura in fase di ripresa. Se la differenza fondamentale tra cinema e TV è che per la TV non c’è da fare economia di pellicola e che il “buona la prima” è la prassi, per Peacemaker questo significa che ogni scena diventa il pretesto per dosi massicce di battute improvvisate, aggiunte dall’autore seguendo l’estro del momento.
Il risultato è una matrioska di humor fumettistico, dove ogni livello della produzione riverbera dello stesso approccio alla comicità: prendi il banale, pervertilo con un calcione sulle gonadi, dagli un abbraccio di riconciliazione finale. I titoli degli episodi? Giochi di parole che contengono riferimenti alla puntata travestiti da frasi fatte (ovviamente lost in translation nella versione italiana). La colonna sonora? Hair metal trucido, soprattutto nel recupero post-ironico delle band scandinave anni Duemila. I titoli di testa? La coreografia di apertura più goffamente trascinante che una serie possa avere.
Cos’era successo nella prima stagione
È vero che in una serie del genere il mood conta di più di mille colpi di scena, ma in ogni caso ci sono anche quelli perché tocca accontentare chi ha la fissa della saga. Peacemaker esce dall’ospedale e viene subito reclutato per un’altra missione organizzata da Amanda Waller, Project Butterfly. Lavorano con lui, tra gli altri, due vecchie conoscenze dell’A.R.G.U.S., Emilia Harcourt (Jennifer Holland) e il già citato John Economos. Facce amiche? No, perché lo odiano dai tempi del Suicide Squad.
Ci sono anche: Leota Adebayo (Danielle Brooks), nuova leva che potrebbe o non potrebbe avere dei secondi fini; Clemson Murn (Chukwudi Iwuji), caposquadra enigmatico; Adrian Chase/Vigilante (Freddie Stroma), l’unico eroe mascherato wannabe che ha un pedigree più raffazzonato di quello di Peacemaker. E non dimentichiamo August Smith/White Dragon (Robert Patrick), il nazistissimo padre di Chris Smith che tocca piano l’annosa questione dei daddy issue dei supereroi.
Cosa sappiamo del Project Butterfly? All’inizio quasi niente, poi una serie di indizi e disvelamenti che arrivano giusto in tempo per sospendere la nostra incredulità di fronte a un kaijū ancora più assurdo di Starro The Conqueror.
Cosa aspettarsi dalla seconda stagione
Considerando che la seconda stagione è collocata temporalmente un mese dopo gli avvenimenti dell’ultimo Superman, il DCU si sta chiudendo attorno a Peacemaker e lo sta facendo promuovendolo dallo status di personaggio marginale a parte integrante del canone. La strada verso la redenzione, però, è ancora lunga: l’inizio della nuova stagione ce lo mostra ancora torturato all’idea di non essere un supereroe a pieno titolo.
Un portale dimensionale arriva a complicare la situazione, offrendogli l’occasione per immergersi in un universo parallelo dove sembra avercela fatta: professionista stimato che indossa camicie sgargianti ma di gusto (?), finalmente ricambiato da Harcourt, con un padre che lo supporta. Sembra il posto ideale dove traslocare, a meno che ovviamente qualcosa non vada storto nel frattempo… Come un brutale faccia a faccia con un altro sé. O Come avere Rick Flag Sr. (Frank Grillo) alle calcagna che vuole vendicare la morte del figlio. O come uno squarcio extra dimensionale pieno di orrori con le zampe lunghe.
In breve
Peacemaker è una strana creatura a cui è difficile non affezionarsi: ci si arriva per il fumetto, si rimane per l’imbarazzo per procura, ci si lega per la vulnerabilità dei personaggi.

La prima puntata della seconda stagione di Peacemaker esce il 21 agosto 2025 negli Stati Uniti su HBO Max, non c’è ancora una data certa per l’uscita in Italia.
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