Pedro Armocida. Foto di Davide Esposito per GOGA Film Festival
Pedro Armocida. Foto di Davide Esposito per GOGA Film Festival

Si è conclusa domenica 12 aprile la seconda edizione di Goga Film Festival, dopo tre giorni di incontri, proiezioni e dialoghi sul cinema che si evolve e sugli autori che attraverso il cortometraggio esprimono nuove direzioni di sguardo (e tecnica). Padrino del festival quest’anno è stato Pedro Armocida, giornalista, critico e direttore della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che ha anche moderato il talk conclusivo dell’evento, prima della premiazione finale, “Il mestiere pià giovane del mondo” – Focus sulla giuria attori, in conversazione con Gabriel MontesiCarolina Sala.

Una stima di questa seconda edizione di Goga: che esperienza è stata per te?

I nuovi festival sono un momento particolare anche per chi li organizza perché si parte in qualche modo da zero, ed effettivamente le prime volte sono sempre un po’ complicate, però con l’esperienza di questa seconda edizione mi è sembrato di vedere, messo in pratica, quello che cerco di insegnare con il corso di Gestione e Organizzazione dei Festival Cinematografici; Goga parte da un’idea di festival ben pensata, non copia altri modelli, porta spunti interessanti, come il focus sulla commedia corta della giornata conclusiva.

C’è un approfondimento, relativo al formato corto, che cerca di studiare le possibilità che il mezzo consente, in questo senso l’idea di ampliare le giurie, che non vuol dire solo aumentare i premi, vuol dire ampliare anche un tipo di pubblico, responsabilizzandolo e coinvolgendolo, nel modo più inclusivo possibile. Quindi questo sguardo che passa attraverso gli autori, gli attori, gli studenti, sembra un’idea centrata di come si può fare una manifestazione cinematografica.

Questa seconda edizione si è concentrata molto sul genere, sia per la selezione dei corti che per la scelta degli incontri: secondo te in Italia si può partire anche dal cortometraggio per riportare il genere al cinema?

Direi di sì, sarebbe interessante capire dai corti prodotti in Italia i generi; i dati in Italia purtroppo non sono completi e non sono la nostra forza, mentre invece uno studio, anche di questo tipo, può consentire di capire meglio queste cose. Uno studio di genere veniva fatto ad anni alterni anche dal ministero sui lungometraggi per vedere l’andamento dal drammatico alla commedia, finendo con l’erotico, che non esiste praticamente più, e con l’horror, che nel cortometraggio, secondo me, ha maggiore attenzione.

Mi sembra però che nei corti si sperimenti di più con il genere che nel cinema mainstream o piuttosto nel lungometraggio, ovviamente per tanti motivi, però il mondo del cortometraggio che è un po’ apolide, strano, perché vedere corti non è facile, a seconda dei periodi storici è stato possibile vederli in TV, prima dei film, ma è una realtà che vive soprattutto attraverso i festival, che si alimenta dei festival che magari hanno bisogno all’inizio di avere questo formato più semplice da maneggiare e da mostrare.

All’interno della selezione abbiamo accostato corti autoprodotti e corti con produzioni importanti, per farli competere allo stesso livello, secondo te è sensato porli tutti sullo stesso piano?

Assolutamente sì; noi dividiamo tutto tra corti, mediometraggi lungometraggi, genere etc, ma il film è un qualcosa di eterogeneo di per sé, quindi secondo me è una cosa vitale mettere insieme anche cose molto diverse. Se poi in una selezione si dovessero trovare dei film che un po’ si parlano, non a livello tematico ma di assonanze, potrebbe essere dovuto all’anno, alla fortuna, però dare conto dei diversi modi di esprimersi in una selezione è la parte più interessante.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.