Perfect Days (2023) di Wim Wenders ha riscosso un successo inaspettato al botteghino. Eppure, il film presenta tutte quelle caratteristiche che solitamente allontanano il pubblico generalista: non ha una trama vera e propria, il ritmo è lento e contemplativo e i momenti di silenzio prevalgono nettamente sui dialoghi. Di recente, l’attore protagonista Kōji Yakusho è passato in Italia per ricevere il premio Gelso d’Oro alla carriera – direttamente dalle mani di Wenders – nell’ambito del Far East Festival di Udine, nonché per una serie di talk a Roma, a dimostrazione di quanto il successo dell’opera sia stato tutt’altro che transitorio.

Qualche anno prima, un film per molti versi affine a quello di Wenders aveva ricevuto un riscontro meno trasversale: si tratta di Paterson (2016) di Jim Jarmusch, regista celebre per il suo sguardo laconico sulla realtà, consacrato dal Leone d’oro a Venezia nel 2025. La pellicola segue la routine quotidiana di Paterson (interpretato da Adam Driver), un autista di autobus, abitante di una città del New Jersey che reca il suo stesso nome. Lo accompagniamo lungo una settimana in cui sembra non succedere nulla.

La quotidianità ipnotica di Paterson

Ogni giorno Paterson si sveglia alla stessa ora, va al lavoro, scrive poesie su un taccuino e ascolta le conversazioni dei passeggeri; poi torna a casa dalla moglie, porta a spasso il cane Marvin e si ferma a bere una birra sempre nello stesso locale. Poco alla volta, l’incedere rilassato del film si fa ipnotico e finiamo per familiarizzare con i personaggi, quasi come se quella vita appartenesse anche a noi. La quotidianità del protagonista diventa un piccolo rifugio in cui ci sentiamo al sicuro. Sappiamo che, ogni giorno, Paterson raddrizzerà la cassetta della posta, scriverà i suoi versi, guiderà l’autobus e uscirà con il cane. Proprio come in Perfect Days, la routine è il fulcro della narrazione e si svela ai nostri occhi senza scossoni. Ma la ripetitività non è l’unico punto di contatto tra le due pellicole.

Entrambe condividono, ad esempio, un’attenzione quasi tattile per il suono. In Paterson, il rumore del bus in movimento è una sorta di bordone, un sottofondo costante che incornicia le chiacchiere dei passeggeri e i luoghi su cui indugia la cinepresa; occasionalmente, questo quadro sonoro si arricchisce con il canto degli uccelli o lo scorrere dell’acqua. In Perfect Days, Hirayama viene svegliato ogni mattina dal rumore del netturbino che spazza la strada (entrambi i film, del resto, si “resettano” ciclicamente a ogni risveglio).

I frequenti momenti di silenzio ci spingono ad ascoltare con più attenzione i suoni ambientali. Il fruscio del vento ci avvolge ogni volta che Hirayama fotografa il cielo durante la pausa pranzo – un altro dei suoi riti quotidiani – così come diventano vividi il rumore dello spruzzino sulle piante o lo scatto del distributore automatico dove prende il caffè appena uscito di casa. Paterson, in modo particolare, indugia sul circondario e sulle parole degli altri: i passeggeri dell’autobus, gli avventori del bar o un rapper incontrato in una lavanderia a gettoni. Un aspetto, questo, meno evidente in Perfect Days, che è strutturato per osservare il protagonista in modo quasi voyeuristico. Il modo di relazionarsi con il mondo di Hirayama è infatti differente. Seppure radicato nel qui e ora, appare molto più centrato sulla propria interiorità, di cui il silenzio è la perfetta espressione. Al contrario, lo sguardo di Paterson è quello di un osservatore puro, rivolto maggiormente alla realtà circostante.

Tra silenzi e musica

La musica, invece, sembra sottolineare tratti specifici della personalità dei protagonisti. In Perfect Days, durante il tragitto verso il lavoro, Hirayama ascolta esclusivamente vecchi classici pop-rock su musicassetta; le sue emozioni più profonde emergono proprio in quegli istanti, come se venissero sublimate dall’ascolto (la scena finale, in questo senso, è memorabile). Laura, la moglie di Paterson (interpretata da Golshifteh Farahani), è un’artista appassionata di musica country. La sentiamo spesso riprodotta in sottofondo, anche quando Laura prepara cene non sempre apprezzate dal marito – tra l’altro, uno dei dettagli che rivela la natura antitetica della coppia, un’opposizione ribadita anche visivamente dall’ossessione di lei per il bianco e il nero.

In questo contesto, il country sembra riflettere tutta la leggerezza d’animo della donna, il cui sogno di diventare una cantante di successo resta però sospeso; difatti Laura non si esercita mai con la chitarra né si impegna attivamente per concretizzare tale ambizione. La sua, al contrario di quella di Paterson, appare come una passione volatile e umorale – tanto che, a un certo punto, sposta il proprio entusiasmo sulla pasticceria, immaginando di trasformare la preparazione dei cupcake in un lavoro. Ci sono poi i momenti in cui Paterson si astrae per scrivere le sue poesie: qui la musica si fa rarefatta, quasi ambient. Qualcosa di simile accade in Perfect Days durante i sogni di Hirayama, nel passaggio da un giorno all’altro (sequenze oniriche curate da Donata Wenders, moglie del regista), dove le atmosfere virano verso toni più inquietanti. In entrambi i casi, è la musica a segnalare il momento di introspezione più profonda.

Adam Driver in Paterson
Adam Driver in Paterson

Due vite, Hirayama e Paterson

I due protagonisti, accomunati da un sincero amore per la lettura, svolgono lavori ordinari e condividono un atteggiamento di profonda umiltà verso la vita. Hirayama pulisce i bagni pubblici di Tokyo con uno scrupolo e una dignità ammirevoli, restando sempre presente a se stesso e mettendo cura in ogni gesto. Non si percepisce, nel suo operato, l’ambizione di ottenere altro o la necessità di dimostrare qualcosa. Allo stesso modo, Paterson non sembra animato da desideri più grandi della sua realtà. Per lui la scrittura è un bisogno intimo, non l’esigenza di ottenere un riconoscimento attraverso una pubblicazione.

Le due pellicole mettono poi i protagonisti di fronte a piccoli imprevisti che incrinano la loro routine. L’autobus di Paterson subisce un guasto, lasciando i passeggeri a piedi. Non è un momento drammatico, il mezzo non esce di strada né accade nulla di grave – semplicemente il motore inizia a fare le bizze e l’autista accosta con un aplomb tipicamente “jarmuschiano”. Un altro episodio, invece, scuote Paterson più nel profondo, ovvero la scoperta che il cane Marvin, rimasto solo in casa, ha fatto a pezzi il taccuino con tutte le sue poesie.

In Perfect Days, sono invece le interazioni umane a intaccare la quiete di Hirayama: un giovane collega che gli chiede un passaggio per un appuntamento, finendo per lasciarlo senza benzina; l’arrivo improvviso della nipote, che si stabilisce da lui per qualche giorno; o ancora, la conversazione dolceamara con uno sconosciuto nelle battute finali del film.

Il messaggio di Wenders e Jarmusch

Entrambe le opere, nel loro dipanarsi sereno e nel racconto di esistenze semplici, rendono omaggio alla poetica del grande regista Yasujirō Ozu. In Perfect Days il richiamo è più immediato, non solo per l’ambientazione giapponese, ma per il legame storico di Wenders con il maestro, al quale aveva già dedicato nel 1985 il documentario Tokyo-Ga. Paterson esplicita invece il suo debito verso la cultura nipponica in una scena chiave. Il protagonista – ancora scosso dalla perdita delle proprie poesie – riceve in dono un nuovo taccuino da un estraneo. Si tratta di un poeta giapponese, incontrato per caso proprio nel luogo in cui Paterson è solito pranzare in solitudine, quasi a voler sancire un passaggio di testimone spirituale.

Cosa cerchiamo, davvero, quando scegliamo di vedere questi film? In molti hanno esaltato la bellezza dell’opera di Wenders, celebrandola come un inno alla lentezza, alla routine e alla vita semplice. Sembra quasi sottinteso che tutti vorremmo vivere come Hirayama. Ma, a conti fatti, quanti ne sarebbero capaci o lo vorrebbero davvero? Viviamo in una società da cui dichiariamo di voler fuggire, ma a cui torniamo costantemente: gli stimoli non bastano mai e ogni ora libera viene riempita di impegni, scadenze e interazioni sociali.

Siamo spinti a “performare” senza sosta, respingendo l’idea che ci si possa sentire a proprio agio nella ripetizione, nella solitudine o nella contemplazione, spesso per timore del giudizio altrui. È una società che si danna per l’onnipresenza della tecnologia, e che tuttavia finisce per renderla sempre più parte fondamentale dell’esistenza. Forse è più rassicurante assistere a una “vita ideale” da spettatori, lasciando che sia un personaggio immaginario a viverla sul grande schermo. Ci culliamo in quei momenti superficiali per poi fantasticare di poterli replicare. È un po’ come chi dice: “Ora mollo tutto e apro un bar su una spiaggia tropicale” – quanti, poi, lo fanno sul serio?

Perfect Days, che sulla carta sarebbe un prodotto di nicchia di un regista altrettanto di nicchia, ha toccato le corde giuste del sentire comune: un protagonista dagli occhi buoni, il fascino di un Giappone da cartolina e la tranquillità intesa come desiderio irraggiungibile e, dunque, da idealizzare. Ma quanti, osservando Hirayama, si sono chiesti se fosse felice sul serio? Potremmo porci la stessa domanda per il Paterson di Jarmusch. Sono opere fatte di sottintesi, che non offrono risposte univoche. Al termine della visione, ognuno resta libero di intuire la propria verità e trarre le proprie conclusioni.

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