Porco Rosso. Credits: Studio Ghibli
Porco Rosso. Credits: Studio Ghibli

Kurenai no buta, letteralmente Il maiale cremisi (noto come Porco Rosso) di Hayao Miyazaki usciva il 18 luglio del 1992. Una pietra miliare dei film d’animazione e, secondo il regista, il suo film più personale e rivelatore.

Il protagonista e la metamorfosi

Il personaggio di Marco Pagot, soprannominato Porco Rosso, è una delle creazioni più enigmatiche e carismatiche di Miyazaki. È un solitario che, forse a causa del dilemma politico-sociale che affligge l’Italia, ha rifiutato il Paese, le sue leggi e la razza umana nel suo complesso.

Piuttosto che essere un fascista, meglio essere un maiale

Porco Rosso

L’epitome degli eroi di classici dell’aviazione; c’è più di un tocco di Hemingway in Pagot, che è forse anche un alter ego per Miyazaki, ossessionato dall’aviazione, che si diverte qui con le molte scene di volo. E che scene: aerei osservati con attenzione che si muovono in picchiata, liberi dalla forza di gravità, che si tagliano in due con colpi di arma da fuoco micidiali (anche se Marco, naturalmente, non si abbassa a sparare colpi mortali, nemmeno ai suoi nemici). Questo perché le trame di Miyazaki sono spesso esenti da qualsiasi presa di posizione a priori, lasciando aperte le questioni della colpa e dell’innocenza, del bene e del male (Lady Eboshi di Principessa Mononoke).

Il suo cinismo ne fa un eroe simile a Rick Blaine di Casablanca (1942), o agli eroi dei romanzi Hard Boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Ma c’è un tocco nuovo e fantastico dietro tutto. Il tema della metamorfosi è caro a Miyazaki: si vede nel Principe Ashitaka di Principessa Mononoke (1997) e nei genitori di Chihiro Ogino ne La città incantata (2001).

Ma c’è un ulteriore paragone che vorrei aggiungere per capire Marco. Un uomo sfigurato, sorta di trasformazione, che racconta la trama del film tramite i suoi ricordi, i suoi oggetti e alcune sue vecchie conoscenze, sto parlando del Conte László Almásy de Il Paziente Inglese (1996).

Illustrazione di Adele Di Tella

La nascita del film e gli omaggi all’animazione

La genesi di Porco Rosso è un po’ “svitata”. Inizialmente il film fu finanziato dalla Japan Airlines come prodotto di punta per l’intrattenimento di bordo. È facile capire perché l’idea sia piaciuta a Miyazaki. Si tratta di un film sul volo da proiettare in aereo: sembrava una sinergia perfetta.

In origine il film doveva durare circa 30-45 minuti, presumibilmente per essere proiettato sui voli nazionali e internazionali, ma, man mano che Miyazaki si è dedicato al progetto, il film è diventato più ampio, ha assunto più sponsor ed è diventato un lungometraggio. Il vero nome di Porco Rosso, Marco Pagot, deriva da un animatore italiano che lavorò con Miyazaki a Il fiuto di Sherlock Holmes (Sherlock Hound, 1984).

Porco Rosso rappresenta le ossessioni e i sogni di Miyazaki. Ci sono molti riferimenti al passato tradizionale e sperimentale dell’animazione. C’è l’autoriflessività tipica dei film Ghibli, ma Porco Rosso va oltre, inglobando le opere dei pionieri dell’animazione.

Il film viene introdotto in molte lingue diverse contemporaneamente, una tecnica quasi identica a quella dell’animazione sperimentale Hen Hop (1942) di Norman McLaren. Poco dopo osserviamo Marco, seguito da un agente segreto, che entra in un cinema. Il film (dentro al film) che viene proiettato è un chiaro omaggio ai primi cortometraggi di Topolino della Disney e presenta l’affascinante Gertie il dinosauro (1914) di Winsor McCay, probabilmente il primo animale antropomorfo disegnato a mano e animato.

Coloro che abitano il film

La galleria di personaggi secondari è fondamentale in un prodotto d’animazione. Miyazaki è un maestro nel delineare degli aviatori scapestrati che sono quasi lo stereotipo del nemico dei cartoni. Irruenti, disorganizzati, non tutti intelligenti e preparati. C’è poi un accenno di machismo che si spegne o nel cinismo di Marco o nell’impetuoso pilota americano Donald Curtis.

Il meglio di sé però Miyazaki ce lo dà con i personaggi femminili. Sempre forti e intraprendenti. Gina è la proprietaria di un club per piloti e aspetta la concretizzazione della sua storia d’amore con il solitario Marco. Il suo passato, con tre mariti morti a causa del volo, l’ha resa più forte, non una vittima. Fio è determinata e resistente. Esige che Marco prenda sul serio le sue competenze meccaniche di fronte alla sua iniziale riluttanza.

Come in Principessa Mononoke, le donne si dimostrano più abili nell’organizzare collettivamente il lavoro e nel tenere unita la comunità. Miyazaki mostra come i tempi duri possano far emergere il meglio di una comunità, ma anche il peggio: sullo sfondo delle avventure di Marco e amici, c’è il preoccupante emergere del nazionalismo. Sebbene non sia esplicitamente dichiarato nel film, gli eventi di Porco Rosso sono storicamente situati tra la fine degli anni ’20 e l’inizio anni ’30.

Un giudizio personale

È uno dei suoi pochi film per Ghibli che non contiene un messaggio ambientale degno di nota. Come film d’animazione è scanzonato senza essere “semplice”. La sua è una vivacità ben temperata, e la cruda realtà del mondo sembra invece sparire in un realismo magico quando vediamo il volto porcino del protagonista.

C’è una miscela ben azzeccata di umorismo e serietà. La vita in fin dei conti è questo. Guardando però in prospettiva, a ciò che fece prima con Nausicaä della Valle del vento (1984), film e fumetto, e dopo con Principessa Mononoke, La Città Incantata, Il Castello Errante Di Howl (2004), Si Alza Il Vento (2013), sono combattuto. È un gran bel film d’animazione, o un capolavoro?

Potremmo dire che tutti i film menzionati sono capolavori. Ad alcuni siamo più legati che ad altri, siamo di parte. E il tema del volo, così caro a Miyazaki, è onnipresente nei suoi film. Non saranno gli aeroplani a fare di Porco Rosso la massima espressione di tale tema.

Inoltre è molto cartoonesco, ma lo è solo per certi aspetti (pensiamo alla differenza di registro che intercorre tra il flashback della missione di Marco e la scazzottata finale). Tutto ciò potrebbe disturbare lo spettatore medio occidentale, specie se non avvezzo alla cultura giapponese, a certi stilemi comici e culturali.

In breve

Credo sia una risposta personale a una domanda comune la definizione di Porco Rosso come un capolavoro. Certo, a distanza di 30 anni forse non è il miglior film del regista, ma resta superbo, visivamente spettacolare e ricco di intrattenimento. A voi la visione e l’ardua sentenza finale.

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Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.

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