Pretend It's a City, Martin Scorsese, Fran Lebowitz - Credits: Netflix

Dopo Public Speaking (2010), Martin Scorsese torna a parlare di e con Fran Lebowitz in Pretend It’s a City, su Netflix

Fai almeno finta che sia una città – Pretend It’s a City! Questo è il primo monito di Fran Lebowitz che introduce la docu-serie Netflix di Martin Scorsese (resa in italiano Una vita a New York). Ma non è a lui che si rivolge, certamente. Parla ai newyorchesi di oggi e agli spettatori che assorbono lo spirito della città tramite questo racconto o attraverso migliaia di rappresentazioni dell’immaginario filmico o televisivo.

Sì, perché New York è uno dei luoghi più astratti da vivere e abitare. È un’idea, prima ancora che una metropoli, ma non per Fran Lebowitz. Non per per la Fran ventenne che nei 70s lascia il New Jersey per diventare scrittrice, sapendo di poterlo fare solo a New York, fra tutti i luoghi del mondo. Ed e lì che effettivamente incontra il mondo. Da Andy Warhol (per cui lavorava all’Interview) fino a Muhammad Ali al Madison Square Garden.

E solo lì, a New York, può diventare la scrittrice che non scrive, ma con cui chiunque desidera parlare. Non è difficile immaginare il perché! Tale è la forza delle sue idee e delle sue opinioni che, anche quando non trova accordo con lo spettatore/ascoltatore, è impossibile non rimanere estasiati dalla sua dialettica, o in alcuni casi dalla sua forza assertiva.

Fran Lebowitz, Pretend It's a City - Credits: Netflix
“La rabbia deriva dal non avere potere, ma essere piena di opinioni” – Fran Lebowitz, Pretend It’s a City – Credits: Netflix

Esiste allora, in questo esperimento documentario, qualcosa di meglio di Fran Lebowitz che racconta se stessa senza scusanti? Sì, in effetti. Ed è Scorsese che a sua volta racconta New York e Fran Lebowitz a New York.

Il grande regista italo-americano, per chi non lo sapesse già, è anche un eccellente documentarista. Inizia la sua carriera come montatore del celebre Woodstock, resoconto filmato dei tre giorni di pace, amore e musica del 1979. E spesso a fondersi con il mondo del cinema, in questi documentari, è proprio la musica, come nel suo Shine a Light sui Rolling Stones (2008).

Pretend it’s a City: un esperimento composito

Innanzitutto, quindi, in Pretend It’s a City è proprio l’accuratissima scelta della colonna sonora il primo elemento riconoscibile della firma scorsesiana, come in ogni sua opera. Scorsese inoltre inserisce decine di citazioni cinematografiche, come a ribadire che attraverso il Cinema tutta la realtà si possa rielaborare continuamente. In particolare la serie si apre e si chiude, in maniera circolare, con New York di Alfred Newman. Ossia la scena dell’orchestra di Come sposare un milionario (1953).

Ognuno dei sette episodi è costruito intorno a un argomento specifico, poi costantemente ribadito dai brani in riproduzione. Eognuno si conclude inoltre, non a caso, con il tema finale de La dolce vita di Nino Rota. Un ultimo giro di giostra che mostra battute e scene sui titoli di coda. Un omaggio squisitamente cinefilo, con l’eleganza e la precisione che Scorsese mostra quando parla del cinema altrui, specialmente se italiano.

Gli argomenti sono vari e apparentemente banali: i trasporti pubblici, l’ossessione per il fitness, le biblioteche. Non si cerca cioè un dialogo sui massimi sistemi, poiché il punto è far fuoriuscire l’anima di New York (e l’incredibile spirito di Lebowitz) dalle azioni quotidiane.

Martin Scorsese e Fran Lebowitz, Pretend It's a City - Credits: Netflix
Martin Scorsese e Fran Lebowitz, Pretend It’s a City – Credits: Netflix

Anche la struttura del documentario è abbastanza classica. Si alternano filmati di repertorio di vecchie interviste, stralci di film e opere citate e naturalmente il dialogo “nel tempo presente” tra Scorsese e Fran Lebowitz. I due, amici di vecchia data, si incontrano al The Players Club, luogo storico e affascinante della città, presentato solo nell’ultimo episodio.

A rendere l’opera interessante è proprio l’argomentazione, l’attacco feroce e lucido a tutto quello che crediamo oggi sia l’identità newyorchese, statunitense o persino, in senso più ampio, la vita da millennials in Occidente.

Un ritratto impietoso ma adorante della New York di oggi

Da millennial innamorata di quell’ideale New York, percorsa per settimane a piedi proprio come fa Lebowitz in questi episodi, non posso che essere grata per questo ritratto così reale, impietoso e tuttavia adorante della città. Ogni passo, ogni targa sui marciapiedi, ogni sguardo ai grattacieli è è come tornare a respirare quell’aria a 360°. Lo potete vedere già dal trailer qui sotto, ma se Pretend It’s a City fin qui non vi ha convinti abbastanza, consiglio di cliccare play direttamente sul sesto episodio.

Vi darà un po’ la misura della grandezza di un personaggio come Fran Lebowitz, dell’energia vitale di New York, incarnata dall’intro di chitarra di Foggy Notion (The Velvet Underground) e dello stile concitato, frenetico e inimitabile del suo regista. Racchiude inoltre un buon esempio di temi comuni alla nostra esperienza ma di solito non affrontati in termini così risoluti, in particolare il conflitto generazionale che fa di Lebowitz un vero e proprio unicorno in questa società.

Fran Lebowitz – Un vita a New York, da un’idea di Martin Scorsese, è attualmente disponibile su Netflix. Salvatelo subito in watchlist.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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