Pretty Woman. Warner Bros. Italia
Pretty Woman. Warner Bros. Italia

Pretty Woman compie 35 anni. Era il 1990 quando il film di Garry Marshall con Julia Roberts e Richard Gere uscì nelle sale. Costato 14 milioni di dollari, ne incassò più di 463: per incassi fu, a livello mondiale, il terzo film di quell’anno, consacrando Roberts nel firmamento di Hollywood e consolidando lo status di sex symbol di Gere.

La storia d’amore tra Vivian Ward ed Edward Lewis è al centro di una delle commedie romantiche più amate di sempre, una fiaba moderna, ma cosa sarebbe quel film senza gli abiti della protagonista? Se i costumi sono un elemento imprescindibile per definire un personaggio, ci sono film in cui è ancora più evidente quanto raccontino la sua evoluzione. Pretty Woman è uno di questi.

Lusso autentico senza firme

C’è chi pensa che i raffinati look di Vivian siano usciti davvero da showroom di marchi di lusso o da negozi di Beverly Hills, come quelli in cui la protagonista si da allo shopping sfrenato, anzi spudorato. In realtà quasi tutto ciò che indossa Julia Roberts, dall’iconico mini abito della sua entrata in scena al favoloso vestito da sera rosso con cui va all’opera, è stato disegnato dalla costumista Marilyn Vance e cucito dal suo team.

Il vestito che Vivian indossa all’inizio del film, inspiegabilmente di colori diversi nella locandina, è ispirato a un costume da bagno degli anni ’60, di proprietà della costumista. Marshall chiese espressamente che fosse indossato con la giacca rossa che, così oversize, doveva far pensare a quella di un ex ragazzo della protagonista. Gli stivali di vernice, che a volte fanno dire “alla Pretty Woman”, spesso non in senso buono, furono comprati e fatti spedire a Los Angeles da un negozio di abiti e accessori punk di Londra, NaNa.

La trasformazione di Vivian attraverso i vestiti

La trasformazione di Vivian comincia con l’abito da cocktail nero, comprato dopo un umiliante tentativo di fare acquisti in una boutique. Continua il giorno dopo, con la celebre giornata di shopping accompagnata da Oh, Pretty Woman di Roy Orbison, indossando una camicia di Edward annodata sopra il mini abito e le décolleté nere della sera prima. Vivian torna in albergo elegantissima, facendo girare la testa ai passanti.

Sembra sfilare, carica di buste, con indosso il vestito bianco abbottonato sul davanti, accessoriato con guanti e cappello a tesa larga. È la dimostrazione di come l’abito possa fare il monaco, data l’accoglienza nel negozio in cui il giorno prima l’avevano mandata via con disprezzo.

Da quel momento in poi il suo stile diventa sempre più minimalista, fino ad arrivare al completo rosso giacca e bermuda, che evidenzia il divario tra lei e Kit, e al look dell’ultima scena, in cui Vivian indossa jeans, t-shirt bianca e blazer, un outfit tuttora adatto per molte occasioni. Less is more è una regola sempre valida.

L’abito a pois e l’unico accessorio firmato

Uno degli abiti più amati di Pretty Woman è il vestito a pois indossato da Vivian per assistere alla partita di polo. Già quando lo prova nel negozio si capisce che è destinato a lasciare il segno.

Fu confezionato con uno scampolo trovato da Marilyn Vance nel negozio di tessuti e accessori International Silks and Woolens, al 8347 di Beverly Boulevard. Avendo poca stoffa a disposizione, Vance doveva scegliere tra realizzare un abito lungo, che Roberts avrebbe dovuto indossare con scarpe basse, o un abito al ginocchio, che avrebbe permesso all’attrice di mettere scarpe con tacco e alla costumista di utilizzare l’ultimo pezzo di stoffa rimasto per decorare il cappello.

Roberts preferì le scarpe con il tacco, le calzature più famose e imitate della maison Chanel, l’unico accessorio firmato utilizzato per il guardaroba dell’attrice. Questo look, di un’eleganza senza tempo e adatto a tutte le età, è ancora oggi d’ispirazione per cerimonie o eventi diurni.

L’abito rosso, la collana e la scena improvvisata

Per assistere a La Traviata, opera in tema con la trama del film, Vivian indossa il favoloso abito da sera rosso, che inizialmente Garry Marshall voleva nero. Ma Vance riuscì a fargli cambiare idea. La sartoria che lo ha confezionato, la Western Costumes Co., fondata a Los Angeles nel 1912, tuttora riceve richieste da clienti privati che ne vogliono uno identico. Sono molti gli uomini che lo regalano alla propria moglie o compagna.

La preziosa collana di diamanti e rubini, protagonista anche di un’altra importante scena del film, è opera del gioielliere Fred Joaillier, conosciuto come FRED. Il marchio, fondato a Parigi nel 1936, è oggi di proprietà del colosso del lusso LVMH, e la sua collezione di alta gioielleria Pretty Woman ha cuori come tratti distintivi. Si dice che la scena in cui Edward chiude all’improvviso la custodia della collana sia stata improvvisata da Gere, e che la risata di Julia Roberts sia stata, quindi, una spontanea reazione a quel gesto inaspettato.

Solo Made in Italy per Richard Gere

Per quanto riguarda il personaggio interpretato da Richard Gere, l’approccio di Marilyn Vance fu diverso. La costumista andò a Biella per scegliere ogni pezzo del guardaroba di Edward Lewis, fatto su misura, ad eccezione dello smoking, da Cerruti. Sembra strano ma negli Stati Uniti Vance non trovò niente che considerasse abbastanza raffinato per lui.

D’altronde è comprensibile che un ricchissimo uomo d’affari vesta italiano. Di Cerruti erano anche gli abiti di Gordon Gekko, lo spietato protagonista di Wall Street, film uscito pochi anni prima, nel 1987.

Edward Lewis veste classico, indossa colori autorevoli come il grigio, in diverse tonalità, e il nero. Spesso in doppiopetto, altrimenti in abito in tre pezzi, il suo stile non cambia durante il film. Al contrario del guardaroba di Julia Roberts, che non ha risentito del passare degli anni, quello di Richard Gere nel corso dei decenni è sembrato più o meno datato, dati i volumi tipici degli abiti che andavano di moda a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

I vestiti come simbolo di un viaggio

Appaiono sullo schermo per pochi secondi, ma sono memorabili: l’abito nero corto indossato con scarpe allacciate alla caviglia e tacco a rocchetto, il giacchino corto decorato provato con ampi pantaloni marroni, il completo rosa chiaro con bordi di raso, l’elegante biancheria intima. Il completo gessato con maniche trasparenti, che Vivian ha indosso quando nel negozio arriva la pizza, è lo stesso indossato durante la giornata di vacanza di Edward, mentre trascorrono un po’ di tempo in un parco.

Gli abiti di Vivian raccontano la sua storia, il suo viaggio.

D’altronde tutte le storie sono archetipi, e l’archetipo di Pretty Woman è il viaggio dell’eroe, cioè un percorso di crescita e maturazione. Prima del finale da fiaba Vivian decide comunque di cambiare vita, e darsi la possibilità di averne una migliore.

Lo scrittore Isaac Singer, non proprio un fashion insider, ha scritto “che strano potere c’è nell’abbigliamento”. L’apparenza inganna, ma i vestiti sono sempre una potente forma di comunicazione: dicono al mondo chi siamo, o chi vogliamo essere.

Il potere dei vestiti, parola di Edith Head

C’è chi non capisce perché molte donne amino così tanto Pretty Woman, dato che la protagonista fa la prostituta. Ma più del finale, forse troppo fiabesco per essere anche solo verosimile, a far sognare è la sequenza dello shopping. La rivincita sulle commesse che hanno umiliato Vivian pare sia particolarmente apprezzata. A chi non è capitato, almeno una volta nella vita, di essere squadrata dalla testa ai piedi e messa a disagio?

Sul grande schermo una trasformazione simile a quella di Vivian Ward non si vedeva dal 1964. Allora, in My Fair Lady fu Eliza Doolittle/Audrey Hepburn, a diventare elegante. Dopo Pretty Woman, invece, nel 2006 è stata Andy Sachs/Anne Hathaway a far sognare, con il suo makeover firmato da grandi marchi della moda, ne Il diavolo veste Prada.

Forse Edith Head, una delle più importanti e prolifiche costumiste della storia del cinema, aveva ragione: “puoi avere tutto che quello che vuoi nella vita, se ti vesti per ottenerlo”.

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