Cover Tuyo, Rodrigo Amarante, Narcos - CREDITS: web

Vai in vacanza durante l’estate del Covid e sei subito dentro Narcos.

Non immaginatevi Medellin, la Colombia o le palme esotiche: sono in Albania. La Nazione che fino a qualche mese fa vantava numeri di contagio da far invidia a un’Italia al picco della pandemia. La nazione che, prima di qualsiasi altra, ha evitato la diffusione attuando lo stesso lockdown totale che attuava un’Italia già in ginocchio, mentre gli altri paesi ancora ridevano. La stessa nazione che ci ha mandato aiuti e una flotta di medici specializzati da impiegare negli ospedali Covid.

Una nazione che oggi ha riaperto tutto e che, come molte, è dovuta tornare a chiudere, nei limiti concessi dal pericolo di un crollo economico. Chiudere i bar, fulcro fondamentale dell’economia albanese, dopo le otto di sera: questo è il nuovo, lieve, lockdown.
Ma la cultura albanese è troppo simile a quella italiana per non trovare in un divieto l’idea geniale che lo aggiri. Ecco allora che i bar, dopo le otto della sera, spengono la musica.

Il Proibizionismo del XXI secolo

Ma siamo al mare, sulla spiaggia, la luna piena, le stelle, i fuochi accesi sulla sabbia, i cocktail in mano e i cuscini sotto la schiena: si può davvero rinunciare alla musica? Cellulari e amplificatori wireless: benedetto (e beato) chi li ha inventati. Il cameriere del bar, tra un cocktail e una birra consegnate agli assetati, getta un occhio alla strada, qualche metro indietro, alla ricerca delle luci lampeggianti blu della polizia.
In realtà, non sappiamo bene cosa dovremmo fare se comparissero all’orizzonte. Non sappiamo se basti spegnere la musica, oppure sia necessario alzarsi di scatto e dileguarsi, come nella mitica epoca del Proibizionismo.
Niente di tutto questo, perché i bassi profondi degli amplificatori sembrano andare al ritmo delle fiamme che ardono illuminando l’alcol nei bicchieri e liberando un fumo misterioso che si solleva verso il cielo notturno, come a voler raggiungere la luna.

Tuyo, titoli di testa Narcos – CREDITS: Netflix

Un bolero sulla spiaggia

È allora che le note sinuose del bolero di Rodrigo Amarante iniziano a danzare seguendo le lievi increspature brillanti del mare: il Tuyo di Narcos, quel pezzo talmente bello che ti ha sempre impedito di spingere il tasto “skip” all’inizio di ogni nuova puntata.
Ed ecco, nella realtà della vita, il gioco perfetto della sceneggiatura di Narcos: l’attrazione e la repulsione, l’immedesimazione e la condanna morale verso il re dei narcotrafficanti.
Di fronte a quel fuoco, col cocktail in mano, sdraiato su un cuscino sulla sabbia, sotto un tetto di stelle e il palcoscenico del mare, Pablo Escobar è un eroe perseguitato dalla morale protestante e capitalistica degli Stati Uniti.
Mentre le ultime note della chitarra di Tuyo si dilatano senza che nessuno abbia il coraggio di interromperle, il volto del cameriere si illumina improvvisamente di una luce blu.
Mancava una manciata di note è sarebbe finito come doveva quel meraviglioso bolero sulla spiaggia notturna. Ma forse, in fondo, è giusto così. Ucciso Escobar, giustizia è fatta: spenta la musica, il lockdown è rispettato.

Una bella serata, comunque sia andata

Mentre ci dileguiamo dalla spiaggia, qualcuno ammette che, comunque sia finita, è stata una bella serata.
Qualcun altro gli risponde con un vecchio detto albanese: a che serve la bellezza se sulla neve bianca poi ci cacano i cani?

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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