Queenie - Candice Carty-Williams - Einaudi Editor

Nel 2019 Queenie è stato un vero e proprio fenomeno editoriale in Gran Bretagna: libro dell’anno e debutto dell’anno ai British Book Awards. Il primo romanzo di Candice Carty-Williams è arrivato adesso anche in Italia, nella collana Stile Libero Big di Einaudi. Perché leggerlo? Perché nella perseveranza con cui continuiamo a negare il razzismo, anche europeo, nei gesti e nelle parole quotidiane, storie come queste servono ad aprire gli occhi. E ad ascoltare, senza sentirsi in dovere di aggiungere nulla, per una volta.

Queenie: commedia o tragedia?

Einaudi presenta Queenie come una commedia travolgente, cool e un pizzico amara. Tecnicamente è giusto definirla così, per la parabola a lieto fine che si snocciola tra le pagine. La discesa che precede la rinascita, tuttavia, è così disperata da farci sperimentare sensazioni molto contrastanti durante la lettura. Da un lato comunica un profondo malessere, una tragica questione identitaria e sociale, in quanto donna, in quanto nera. Dall’altro lo fa con un linguaggio e un ritmo tali da alleggerire fortemente il carico psicologico del romanzo.

Queenie ha 25 anni (26, poi, nel corso della storia) ed è inglese di famiglia caraibica. Ha un buon lavoro e una relazione stabile e importante, con Tom. Tom, però, come suggerisce già il nome, è bianco e, per quanto non voglia darlo a vedere, semplicemente non comprende alcuni aspetti di Queenie. Dopo tre anni insieme e dopo l’ennesimo incidente razzista causato dai parenti di lui, il ragazzo svanisce. E lascia Queenie a raccogliere i pezzi di un progetto di vita andato improvvisamente in frantumi.

Il romanzo di Carty-Williams inizia di fatto da qui, dalla discesa verso un abisso sempre più buio nella mente di Queenie. Ad esso si mescolano temi importanti: non solo il razzismo, ma anche la feticizzazione razziale, la libertà sessuale femminile, la violenza, il consenso e, soprattutto, la psicoterapia. Tutto ciò, messo insieme, crea un romanzo crudo, vivido, a tratti spaventoso e a tratti divertente, come lo è la vita vera. Una tragi-commedia che conquista già dalla prima pagina.

Queenie, Candice Carty-Williams, Einaudi Stile Libero Big, 2021
Queenie, Candice Carty-Williams, Einaudi Stile Libero Big, 2021

La parabola di Queenie

Come accennato, Queenie è una perfetta esemplificazione di parabola narrativa, il che renderebbe anche il romanzo perfetto per una sceneggiatura cinematografica. Quando lo status quo viene interrotto da un evento inaspettato, le vicende crollano improvvisamente verso il baratro, il punto più basso, da cui poi si inizia a risalire per trovare un nuovo equilibrio.

L’evento scatenante, ovviamente, è la rottura con Tom. Il nucleo di tutta la storia, però, è proprio la discesa infernale, la spirale autodistruttiva a cui assistiamo impotenti, come le amiche di Queenie. E qui per inciso è da aggiungere che lo stile editoriale ci fa vedere esattamente i pensieri delle amiche, unica via d’uscita dal turbinio dei pensieri di Queenie. Le Queenie’s Bitches, come il nome della loro chat di gruppo, parlano infatti spesso attraverso messaggi impaginati come su uno schermo di cellulare.

Queenie, comunque, le ascolta poco. Cerca di soffocare il dolore e il senso di abbandono di un cuore spezzato attraverso il sesso occasionale. Il suo bisogno di contatto, o il suo desiderio di essere desiderata, la spingono ad accettare rapporti e relazioni ai limiti della violenza. E il minimo comune denominatore di tanta brutalità è spesso la sua blackness. Queenie stessa, infatti, sceglie solo ragazzi bianchi, avendo paura – per sua ammissione – di quelli neri, a causa di traumi infantili. Questa scelta dovrebbe farla sentire al sicuro, invece i partner descritti parlano apertamente del suo corpo come sola carne. Feticizzano le sue curve e il colore della sua pelle, dimenticandosi della persona che “vi abita”.

Carty-Williams sceglie quindi di parlare del razzismo anti-black britannico attraverso la chiave quasi esclusivamente sessuale. Sposta l’attenzione sulla costruzione di un oggetto del desiderio, quindi sulla reificazione e sulla volontà di possesso fisico come gesto, anche non del tutto consapevole, di oppressione.

Al contempo sviluppa un discorso parallelo sulla condizione della donna, allargando la prospettiva sul gruppo di amiche di Queenie: Darcy, Kyazike e Cassandra, ognuna con un retaggio diverso.

Il punto di svolta

Il racconto del malessere di Queenie, per quanto a volte difficile da leggere fino in fondo, non è fine a se stesso. Quella che sembra una caduta libera, all’improvviso si arresta grazie a una scelta importante e consapevole, la psicoterapia. Queenie affronta i suoi stessi pregiudizi e quelli della propria famiglia prima riuscire a convincersi del bisogno di aiutare se stessa, amandosi di più. Per farlo, comprende quanto sia importante il modo in cui parla con sé, il modo in cui permette a chiunque altro di definirla prima ancora che si definisca da sola. E quindi il modo in cui compensa i bisogni affettivi che hanno segnato la sua intera vita.

Alla fine della parabola un nuovo equilibrio finalmente si ristabilisce. La Queenie che leggiamo nelle ultime pagine, tuttavia, è molto diversa da quella iniziale e si presenta a noi nella sua vera identità. Con tutta la forza e la vitalità prima trattenute dal dolore.

Ringraziamo Einaudi Editore per averci dato la possibilità di leggere Queenie.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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