Daniel Craig e Drew Starkey in Queer di Luca Guadagnino. Foto di Yannis Drakoulidis - Recensione
Daniel Craig e Drew Starkey in Queer di Luca Guadagnino. Foto di Yannis Drakoulidis. Courtesy of Lucky Red

Nel 1985 viene pubblicato Queer, libro dai tratti autobiografici di William S. Burroughs. Due anni dopo, Luca Guadagnino, all’epoca sedicenne, trova in libreria questo libro dal titolo italiano Diverso e da quel momento inizia a pensare di farne un film. Dovremo aspettare, tuttavia, altri 38 anni prima di poter vedere la realizzazione di questo progetto sul grande schermo, eludendo in realtà il passare del tempo e trascinandoci in un febbricitante ricordo surreale capace di dare nuova vita al libro di Burroughs.

Che cos’è Queer

Precursore della Beat Generation, non è possibile parlare di Burroughs (e quindi di Queer) costringendolo nelle strette maglie delle trame lineari che siamo abituati ad associare ai canoni filmici. Questa è sì la storia di Lee (Daniel Craig), statunintense in auto-esilio in Messico, che perde la testa per un giovane, freddo e bellissimo connazionale (Drew Starkey), con il quale instaurerà un rapporto altalenante e tormentato. Insieme andranno fino in Ecuador, in cerca dello yage, radice dai leggendari poteri capace di donare la telepatia a chi ne faccia uso.

Questa, tuttavia, è anche e soprattutto la storia di ciò che vuol dire Queer, “Diverso” secondo quella prima traduzione in italiano del romanzo letta da Guadagnino, e qui interpretato – secondo le stesse parole del regista – come «qualcosa che si pone in maniera trasversale in uno spazio esterno al centro del potere» . In questo luogo-non luogo che è la stessa definizione-non definizione dei personaggi, ognuno si muove cercando stratagemmi e strade, una sorta di lucida comprensione che mal si accompagna a una vita in opposizione a canoni e stereotipi, volenti o meno.

Queer di Luca Guadagnino Venezia 81 Credits Yannis Drakoulidis
Queer di Luca Guadagnino Venezia 81 Credits Yannis Drakoulidis

Sotto un’invadente cappa di etichette, infatti, la battaglia tra le figure ridisegnate da Guadagnino (e dallo sceneggiatore Justin Kuritzkes che aveva già lavorato anche a Challengers) è nel cercare di capire realmente ciò che queste vogliono dire, come fare a trovare le parole per esprimere la complessità dei rapporti umani quando è possibile solo dire quello che non si è o quello a cui non si appartiene.

Un lavoro delicato, mai trattato con superficialità ma piuttosto con una voluta, rigida freddezza nel voler dare spazio alle immagini, alle fisicità, agli sguardi e alle espressività di Lee e Gene, permettendo al pubblico di farsi le proprie idee, di vivere le emozioni che vengono riportate su grande schermo, dando i mezzi per sviluppare non un proprio significante ma un significato al turbinio di esperienze che si ritrovano sullo schermo.

L’architettura di Guadagnino

Per supportare tutto ciò, Queer dipinge un Messico ricreato a Cinecittà, tra un sogno, una visione o un ricordo, con i suoi colori innaturali, le sue luci calde e opprimenti, le sue notti circolari, piene di volti, alcol e silenzi. Una struttura che sembra nata per lasciare spazio all’onirico e al surreale, che si tratti di proiezioni mentali del protagonista o soluzioni narrative metaforiche che, come detto sopra, non contribuiscono a rendere la trama lineare, come siamo abituati a concepirla per la stragrande maggioranza dei prodotti audiovisivi, ma che proprio per questo ne rappresenta un punto di forza.

Supportato da un soggetto di partenza complesso e per sua natura difficile da definire, l’ultimo lavoro di Guadagnino è infatti un progetto rischioso e come tale vincente: l’idea di usare nuovi linguaggi, nuove immagini, nuove suggestioni per farci capire che ciò che già è vivo e si muove dentro di noi non è un processo da dare per scontato. È un processo che può persino, al contrario, creare chiusura e rifiuto in chi non è in grado di mettersi a nudo e in gioco, esattamente come avviene ai protagonisti del film, troppo concentrati a voler ritrovare i propri desideri all’esterno per capire davvero ciò che viene mostrato loro.

Daniel Craig in Queer di Luca Guadagnino (Recensione). Foto di Yannis Drakoulidis
Daniel Craig in Queer di Luca Guadagnino (Recensione). Foto di Yannis Drakoulidis. Courtesy of Lucky Red

In breve

Queer, insomma, nonostante lo snobismo con cui è stato (non) accolto dai grandi premi cinematografici della scorsa stagione, è l’ennesima riprova della capacità di Guadagnino di conoscere meglio di molti altri il mezzo-cinema e la natura umana, di saperla soprattutto osservare ma di non avere mai la presunzione di voler dare, come una pappa pronta, una morale universale agli spettatori in sala, lasciando sempre uno spazio interpretativo individuale.

E, grande nota al merito, decide di farlo (ancora una volta grazie all’aiuto di Trent Reznor e Atticus Ross) con una colonna sonora d’eccellenza. Perché se guardando Queer non sapete cosa aspettarvi, una cosa è certa: difficilmente ritroverete nella storia del cinema una scena più cool di Daniel Craig che cammina in slow motion sulle note di Come As You Are. Provare per credere.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
9
Giulia Nino
Classe 1996, cresce basando la sua cultura su tre saldi pilastri: il pop, i Simpson e tutto ciò è accaduto a cavallo tra gli anni ’90 e 2000. Nel frattempo si innamora del cinema, passando dal discuterne sui forum negli anni dell’adolescenza al creare un blog per occupare quanto più spazio possibile con le proprie opinioni. Laureata in Giurisprudenza (non si sa come o perché), risiede a Roma, si interessa di letteratura e moda, produce un podcast in cui parla di amore e, nel frattempo, sogna di vivere in un film di Wes Anderson.
queer-luca-guadagnino-film-daniel-craig-recensioneSurreale, onirico, capace di sfruttare al meglio il linguaggio cinematografico per esplorare la complessità della natura umana.