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Un’eresia dagli Afterhours

Steso sul balcone guardo il sole tramontare con le cuffie alle orecchie. Esploro YouTube nel suo algoritmico gioco di connessioni e rimandi. Ormai è più di un’ora che ci giro intorno: la ricerca mi suggerisce Amandoti, dei CCCP, e subito sotto la versione dei Måneskin a Sanremo 2021, quella insieme a Manuel Agnelli.

La metto, giusto per cogliere qualche sfumatura che non avevo colto. Magari al nuovo ascolto riesco a perdere quel fastidio per la voce del giovane cantante, sforzata fino all’esasperazione.

Ancora una volta sospendo il mio giudizio su questa versione, così lontana dal geniale, sfibrato lamento atonale di Giovanni Lindo Ferretti. Ma mi spingo ad ascoltarla fino alla fine, fino a che l’algoritmo non mi suggerisce il brano successivo: Afterhours, Quello che non c’è (2002).

Il videoclip

Strano, penso, non ho mai visto il video. L’ho ascoltata centinaia di volte, avevo persino inciso le sue parole sulla parete della mia stanza di adolescente, col pennarello blu. Eppure, non ho mai visto il video. E c’è qualcosa in quelle immagini che mi delude. È la stessa sensazione che si prova guardando un film tratto da un bel libro.

Il video non è certo un capolavoro cinematografico, la fotografia e la regia non aiutano una sceneggiatura scontata. E Manuel Agnelli sembra un ragazzino in confronto ad oggi. Ma non è questo. “Riconosco ogni nota, la disposizione delle parole, i silenzi“, penso tra me e me in un linguaggio che, in quel momento, mi è familiare. E continuo a memoria, come a memoria ricordo quel brano splendido, Ritorno a casa,  che si trova nell’album di cui Quello che non c’è è anche il titolo.

La luce era diversa…“. Mi fermo.

Ecco cos’è a deludermi in quel video, la luce. Pulita, aperta fino a non lasciare spazio alle ombre, quelle che nella mia mente riempivano la canzone e tutto il disco. 

Ma non è la luce delle immagini, non solo, almeno. È la luce della musica, i giochi in chiaroscuro degli accordi e delle parole, le ombre disegnate dai gemiti del violino e le improvvise rivelazioni abbaglianti della batteria. È la luce della musica ad essere diversa. “Ho riconosciuto anche quella“.

Ho continuato a guardare il video: come in un film di Wim Wenders, Manuel Agnelli canta al fianco di una ragazza che non lo vede. “Ho aperto tutte le emozioni per essere sicuro che in tutti questi anni nessuno le abbia intaccate“, penso con parole che ormai mi appartengono, come fossero mie da sempre. 

Quello che non c’è – Ritorno a casa.

Ce ne sono tante di mie emozioni lì dentro, una in particolare: l’attesa di qualcosa di grande. 

Quell’attesa calma che appartiene a chi non sente il tempo, come nell’adolescenza dove non ha niente a che fare con la speranza, ma è un romantico ideale, tanto più attraente quanto più si mostra irrealizzabile.

E quell’attesa sta tutta in queste parole:

C’è un’intera brigata dell’esercito britannico lì dentro

Rosa

Sono ancora intenti a schierarsi per fronteggiare l’attacco imminente

Ma l’attacco non avverrà mai.

Il divertimento per me era disporre i soldatini

Come se dovessero affrontare un ingaggio particolare,

e poi, senza che nulla avvenisse, cambiare la disposizione

Sono ancora lì come li avevo lasciati

venticinque anni fa.

L’ufficiale ha il braccio teso davanti a sé mentre sta per prendere la mira

la testa piegata verso l’alto mi guarda implorante, “Vado?”

Ho richiuso le emozioni“.

Solo per un attimo, in realtà. Il tempo di far finire il video e di sentirlo lasciarmi qualcosa di mancante, un’assenza che non riesco a spiegare. Stacco le cuffie e vado verso la libreria strapiena di cd. Ordinati, come merita una collezione. 

Riascoltare Quello che non c’è

Ho setacciato tutta la libreria in cerca di quel disco, li ho trovati tutti meccanicamente, come se non avessi bisogno di ricordarne la posizione“. Tutti, tranne quello. Ricerco da capo, poi sorrido. 

Devo aver fatto un bel casino perché mia madre è entrata

Giovane e bellissima

Rideva

Mi ha preso in giro.

Mi piace pensare che lo avrebbe fatto, chiedendomi semplicemente quale disco cercassi, anche se lo sapeva benissimo. Quello che non c’è, le avrei risposto giustificando la sua risata.

Una strana calma, una calma enorme

Non so cos’è

Ma non ho mai pianto tanto come al risveglio.

Alla fine ho concentrato la mia ricerca tra i dischi italiani, l’ho ristretta all’alternative, fino a quella decina di dischi degli Afterhours. Ci sono tutti, da Germi a Folfiri o Folfox. Manca esclusivamente quello che sto cercando. 

Ma c’è un cd non originale in quel vuoto tra Hai paura del buio e Ballate per piccole iene. È un cd  “falso”, uno di quei cd vergini sui quali masterizzavamo negli anni Zero. Non ha una copertina, se non un pezzo di carta bianco, e dentro, il tratto di un pennarello blu sulla superficie stessa del cd: AFTERHOURS.

Ci penso un istante. Da qualche parte deve esserci il disco originale, lo ricordo perfettamente, ricordo quando l’ho comprato. 

Ma ricordo anche quando ho comprato quello che ho tra le mani, fuori da un supermercato, da quei venditori ambulanti che stendevano a terra un tappetino con sopra cd e DVD masterizzati. 

Ricordo che ad attrarmi era stato il titolo. Era il primo disco degli Afterhours, prima non sapevo chi fossero. 

Ricordo anche che quello originale, invece, è stato l’ultimo dei dischi degli Afterhours che ho comprato.

Perché ho atteso tanto tempo? Sento che la risposta a questa domanda l’avrò solo facendolo suonare nello stereo.

Infilo quel disco nel lettore cd e spingo play

Mi sdraio sul divano, mentre il sole è ormai calato e la sento. Subito, dal primo suono, sento quella luce che ricordavo, insieme alle sue ombre: l’arpeggio di chitarra è sporco, gli effetti del sintetizzatore e del violino sono distorti e delle interferenze disturbano le note di basso.

Quando arriva la voce, è inequivocabilmente graffiata, gracchia, si spezza, è rotta come il mio respiro che la insegue, stentando, soffrendo. Finché d’un colpo, da un secondo all’altro, ogni suono si libera, purificato, limpido di una limpidezza meravigliosa perché esplosa all’improvviso da un tremendo disturbo.

Arriva l’alba o

forse no, 

a volte ciò che sembra alba non è.

È proprio su questa strofa che il disco sembra superare i suoi graffi, avvolgendomi in una quiete perturbante. È il fatalismo, è l’ombra dentro quella luce spezzata. 

Ma so che so camminare alto sull’acqua e 

su quello che non c’è

È la stessa canzone a darle un’immagine.

Il primo pezzo del disco è finito e già dalla sua ultima nota, so quale sarà la nota successiva al silenzio: il primo arpeggio della seconda traccia, Bye Bye Bombay. Sento in anticipo le sue sfumature, quella chitarra stoppata che gratta le corde come a caricare un ritornello che non esplode. E quelle sue parole:

Steso su un balcone guardo il porto 

sembra un cuore nero e morto 

che mi sputa una poesia

Nella quale il giorno in cui mi lancerò 

e non mi prenderanno, neanche tu mi prenderai.

Quello che non c’èBye Bye Bombay

Penso che sto ancora aspettando quel giorno, perché la sto ancora scrivendo quella poesia, nella stessa posizione implorante di quel generale-soldatino. Ancora in attesa. Come allora.

Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va“, continua Agnelli.

E sento che da allora qualcosa forse è cambiato, invece, qualcosa se n’è andato davvero. Non soltanto per me.

Quello che non c’èNon sono immaginario

E come può il mio amore essere limpido

Se è la mia nazione che l’inquina

Canta la voce sulla chitarra gemente di Sulle labbra.

Quello che non c’èSulle Labbra

Ripenso all’ultimo concerto pazzesco degli Afterhours, quello realizzato per festeggiare i 30 anni di carriera.

Vedi mai una stella cadere, e non ricordi cosa desiderare”, continua Manuel Agnelli con un sospiro fatalista, mentre la batteria sembra respirare stanca con i propri piatti tracciando il ritmo di Varanasi baby. Ripenso a quando andavamo ai loro concerti gratis al Centrale del Tennis a Roma, a quando eravamo ancora in pochi a sapere chi fosse Manuel Agnelli. Ci ripenso proprio mentre la sua voce mi sta cantando Non sono immaginario:

Io credo sia superstizione

Ma il tuo destino mi usa

E rende ciò che amo quando lo raggiungo

Come qualsiasi altra cosa.

E non posso non ripensare a lui che si reinventa a X-Factor come teen idol e alla sua voce melliflua che qui in questo stereo di fronte a me continua a dirmi qualcosa da un tempo passato, attraverso le parole di La gente sta male:

Lascio quello che ho

Sento che crescerò

Vivere male prima o poi ti fa male

E tu vendi come un sogno la normalità

Che mi ucciderà.

Lo ascolto, tutto, come lo ascoltavo allora. E non tremo. È giusto che tutto cambi. Tanto tutto cambia lo stesso.

Ma quel disco masterizzato, graffiato e rotto me lo tengo stretto, anche quando un giorno ritroverò finalmente quello originale. Sorrido. “È solo uno stupido cd con una canzone incisa male, ma sarà l’ultima cosa che butterò, anche quando sarò ricco“. 

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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