CC BY-NC John Keogh, Ramones their first album on Sire, 1976.
CC BY John Keogh, Ramones their first album on Sire, 1976.

Foto in copertina John Keogh, Ramones their first album on Sire, 1976. Su licenza CC BY-NC.

Sdraiato su quel letto d’ospedale di New York, Jeffrey ha ormai i giorni contati. Glielo ha da poco annunciato il medico: linfoma incurabile. Insieme alla morfina, la sola cosa che allevia quei dolori sempre più insopportabili è la musica. Ha uno di quei walkman col lettore CD che tiene quasi sempre dentro le orecchie.

Forse è quella la sola cosa che abbia chiesto di avere. Jeffrey non ha nessun altro desiderio che la musica. Niente amici, compagnie, cibo, o qualsiasi altra cosa che si può chiedere quando si può ottenere tutto. Nemmeno suo fratello John.

Jeffrrey non parla con lui ormai da 30 anni, anche se per 30 anni hanno passato ogni giorno uno accanto all’altro. Non gli ha fatto nemmeno una telefonata, ma se l’avesse fatta Jeffrrey non gli avrebbe risposto.

Gli sfugge una risata pensandoci, pensando che se ne avesse la forza ci scriverebbe una canzone. Una di quelle che scriveva coi suoi fratelli, tanto più brucianti e ironiche quanto più era serio l’argomento di cui parlavano.  

Come hanno fatto della loro lite, così seria da non parlarsi più per 30 anni. Come avrebbero fatto anche della sua morte. 

Jeffrey spegne il lettore CD e si strappa le cuffie dalle orecchie. Scuote la testa e pensa: in fondo, è un peccato che sia finito tutto, siamo stati la migliore famiglia mai esistita, anche se non lo eravamo veramente. 

Una punk family

Perché Jeffrey e John non sono fratelli. Non di sangue, non per la genetica, almeno. Ma per tutto il resto sì, e anche per noi che non li conosciamo con questi nomi, ma con quelli che si sono scelti. Quelli che sono diventati i loro nomi effettivi, soprattutto per la storia della musica: Joey e Johnny. E non erano fratelli nemmeno gli altri due, pur condividendo lo stesso cognome d’arte: Ramones

Una piccola, incendiaria famiglia punk, quando il punk ancora non esiste. È la fine del 1972 e in Inghilterra ancora tutto tace. I Sex Pistols e i Clash stanno ancora cercando di capire come utilizzare la loro rabbia, mentre negli Usa quattro ventenni si riuniscono per fare musica, senza saperla veramente fare. 

Ciò che li accomuna è di non essere decisamente persone considerabili “normali”. Qualche anno più tardi, nell’82, trovano il giusto termine col quale definirsi grazie a un film nel quale si raccontano tutti quei “mostri” da circo, denigrati e ripudiati dalla società. S’intitola Freaks, e proprio da lì traggono il loro slogan, ritmico, sintetico, insensato, perfetto per loro: Gabba Gabba Hey!

Hanno un basso, una batteria, una chitarra, un microfono e una passione sfrenata per i Rolling Stones. Qualcuno di loro ha addirittura provato a farne delle cover, con pessimi risultati stilistici.

Ma non importa. Anzi, probabilmente invece è proprio quell’assenza di stile a diventare fondamentale, perché è in questo modo che capiscono che una simile mancanza può essere l’anima di un nuovo genere musicale. 

Basta avere una voglia folle di suonare, di fare musica. E loro, di quella, ce ne hanno da vendere. 

La forza dell’ironia 

Hanno anche una fantastica autoironia, che  gli permette di andare avanti nonostante i primi concerti siano un fallimento. Al primo, ci sono una trentina di spettatori: al secondo, nessuno. 

È la stessa ironia che li spinge a non prendersi mai sul serio fino in fondo. Qualcuno la può leggere come sfrontatezza, e forse in fondo lo è se ti fa salire su un palco a cantare sapendo che non sai cantare. 

D’altronde, Joey è stato eletto cantante soltanto perché è l’unico a ricordarsi (più o meno) i testi. 

E sono proprio i testi a rappresentarli totalmente: sono sintetici, ripetitivi, non dicono granché, ma quel poco che dicono trasuda tutta la caustica ironia e l’insaziabile voglia di quei quattro ventenni. Una miscela che si unisce a una musica frenetica e basilare creando quello che diventa un ritmo irresistibile. Il punk.  Un modo di essere, più che uno stile. 

Come le magliette sdrucite che indossano sopra jeans usurati e scarpe da ginnastica bucate: non le hanno scelte, ma le hanno trovate. Eppure hanno avuto la voglia e l’ironia di indossarle. 

O come il loro modo di fare concerti. Anche quando sono diventati ormai i giganti del punk e suonano davanti a decine di migliaia di persone, continuano a dimenticare le parole o gli accordi dei loro stessi pezzi. 

E non si nascondono dal fatto che hanno poco da dire: tra un brano e l’altro c’è solo la voce di Joey che conta i quarti.

Ramones – Joey Ramone + CJ Ramone (B&W) di mrbootle su licenza CC BY-NC 2.0

Il dissidio di famiglia

Come ogni famiglia, anche i Ramones hanno i loro dissidi.

Il loro, è quello tra Joey e Johnny che, insieme agli altri due “fratelli” Tommy e Dee Dee, passano gran parte della loro vite insieme, tra studi di registrazione e tour. 

Ma i Ramones non sono una famiglia qualunque. Sono una famiglia punk. E forse proprio per questo che in quella continua convivenza forzata il loro silenzio non sembra pesare così tanto. Anzi, al contrario, sembra produttivo.

Joey viene da una famiglia progressista e di sinistra, Johnny è un convinto conservatore. Entrambi non nascondono le proprie idee e non sono certo i tipi che scelgono la conciliazione diplomatica. Negli anni ’90, Johnny arriva a dichiarare apertamente che Ronald Reagan è stato il più grande presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Giusto il tempo per attendere un nuovo repubblicano cui dare il proprio consenso: il giorno in cui i Ramones entrano nella Rock’n’roll Hall of Fame, saluta il pubblico dicendo “God bless president Bush“.

Eppure, come spesso accade, sono i sentimenti ad aver molto più peso di quanto non ne possano mai avere le idee politiche. La loro rottura definitiva, infatti, quella che apre il lungo interminabile silenzio, avviene a causa di una donna. 

Non se ne sa molto, ed è giusto così, dopotutto. Quel poco che sappiamo ce lo hanno detto loro stessi, a modo loro, con la loro musica, col loro ritmo e soprattutto con la loro ironia. “The KKK Took My Baby Away” canta Joey identificando il suo amico Johnny con la più estremista organizzazione conservatrice degli Stati Uniti, il Ku Klux Klan. Lui, nel frattempo, lo accompagna suonando la sua chitarra e agitandosi, come fa sempre. 

È così che portano la loro vita in quello che fanno, esorcizzando ogni cosa e ridendoci sopra. Come quella volta in cui Johnny esce da una rissa mezzo morto. Qualcuno gli ha dato un calcio in testa provocando numerose emorragie interne. 

È costretto a subire una lunga operazione al cervello e una lunga riabilitazione. Ma quando alla fine ritorna in sala di registrazione il nuovo album non può che avere un titolo: Too Tough to Die, troppo duro per morire.

Gracias 

Sdraiato su quel letto d’ospedale di New York Jeffrey non è più Jeffrey, ma sarà per sempre Joey, Joey Ramone. Riaccendendo il suo walkman ripensa al loro addio al pubblico, quello dato in quel concerto di Los Angeles nel 1996, poco meno di 5 anni prima. 

Cazzo – pensa tra sé scegliendo il pezzo giusto, sapendo che potrebbe essere l’ultimo – quanto vorrei finirla come ho finito quel concerto.

Ci sono tante persone quante non ne hanno mai viste tra il pubblico in una loro esibizione. Ci sono i Motorhead, i Pearl Jam, i Soundgarden, musicisti formati che reputano un onore essere su quel palco per celebrare il loro addio alle scene. È il concerto numero 2.263 dei Ramones. Ed è l’ultimo

Alla fine del brano conclusivo in scaletta, dopo aver dato più di tutto quel che avevano, di fronte a una folla in delirio e ai colleghi osannanti, Joey si allunga sul microfono e dice semplicemente:

Gracias “.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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