
Esce in sala l’11 giugno Frammenti, il lungometraggio d’esordio di Bianca Marcelli, che racconta del potere di alcune scelte di vita, in particolare quelle dei due protagonisti: Romeo, interpretato da Riccardo De Rinaldis, e Vittoria, ruolo ricoperto da Rebecca Liberati. Proprio le ferme decisioni della co-protagonista femminile contribuiranno al nuovo e consapevole percorso di Romeo.
Rebecca Liberati, che con questo personaggio porta in scena un carattere deciso e dedito al rigore in ciò che ama, la danza, è sia attrice che musicista (ha studiato violino e canto lirico al Conservatorio Pergolesi di Fermo), si diploma alla scuola di alta formazione cinematografica Officine Mattòli, sotto la guida della formatrice e direttrice casting Stefania de Santis, ed è attualmente in scena a teatro con lo spettacolo Amara di Leonardo Accattoli, dove integra recitazione, danza, canto e musica strumentale.
Frammenti è un’opera prima che colpisce dalle prime scene; cosa hai pensato del personaggio di Vittoria Pesca quando te l’hanno proposto?
Quando mi hanno proposto il personaggio di Vittoria mi sono innamorata immediatamente di lei e ho pensato che potesse essere nelle mie corde. Non so per quale motivo, anche se nella vita io sono proprio “un cuore di panna” — sono molto empatica e mi lascio ferire facilmente — in qualche modo i personaggi caratterizzati da questa durezza mi riescono bene. Sono vicini al mio modo di interpretare, cioè tecnicamente so a cosa attingere dentro di me per far arrivare quel sentimento, che poi in realtà è fermezza. Io penso sempre a una corda di violino tesa: quando è tesa riesce a risuonare, se invece è molle non risuona.
Vittoria la vedo un po’ così: riesce attraverso la tensione a rendere quello che vuole, a far diventare l’arte — che uno potrebbe considerare appannaggio solo dei geni e dei virtuosi — tutto un altro mondo. È il mondo di chi tecnicamente vuole arrivare al massimo e alla fine ci riesce, sacrificando un po’ tutto: la vita, l’amore e pezzi importanti della propria famiglia, che si disgrega a causa di questo sogno. Nel mio cuore Vittoria è diventata qualcosa a cui aspirerei nella vita, essendo io il contrario, molto “molle” e lasciandomi trasportare dagli eventi.
All’inizio sembra un personaggio negativo, ma in realtà è una donna che ha scelto per sé. Noi tendiamo sempre a sottovalutare questo aspetto.
Esatto. È più strano quando lo fanno le donne; suona sempre in maniera diversa, soprattutto quando c’è di mezzo la maternità, temi grandi e difficili da gestire. Ed è per questo che apprezzo questo personaggio e spero che arrivi in tutta la sua forza e bellezza.

Dopo l’anteprima del film, come ha reagito il pubblico presente?
Come mi aspettavo. Io ho pianto come una bambina alla fine, non tanto per me, ma per l’emozione di vedere sullo schermo il messaggio del film, per come è girato, per quell’onda di bellezza che Bianca è riuscita a comunicare. È una ragazza che ha molto chiaro in testa quello che vuole, l’ho capito dal primo giorno. Vedere sullo schermo esattamente quello che immaginavo lei volesse, anche in termini autoriali, mi ha sconvolta. E l’impressione è che tutta la sala abbia percepito questo. Al di là degli applausi, ho visto tanti lucciconi agli occhi. È arrivata sicuramente la scelta che fa il protagonista, contro tutto e tutti. Poi ha influito il fattore musicale, il fatto che abbiano cantato loro dal vivo, Riccardo in primis. Alla sala è arrivata tantissima emozione, pura.
Vi unisce, con la regista del film Bianca Marcelli, questa propensione multidisciplinare: musica, teatro, cinema. Come ti sei trovata a lavorare con lei?
Mi sono trovata subito bene. Anch’io canto, ho studiato in conservatorio, conosco le meccaniche rigide di quei mondi. Amo muovermi trasversalmente in più campi. La cosa importante è stata sintonizzarsi subito in una concordia totale, avendo lo stesso gusto nelle scelte. A volte temevo di scivolare in una recitazione troppo teatrale, invece sono stati misuratissimi. Mi ha guidata a trovare l’equilibrio: spingendomi quando sapeva che potevo osare, e frenandomi per rimanere più “piccola” in altri momenti. Nel finale abbiamo provato più versioni, da un attacco di panico a una disperazione sommessa, e alla fine hanno montato quella in cui io avevo sentito di più il vero senso di fallimento che volevo comunicare.
Come percepisci questo fermento della nuova generazione cinematografica, ovvero i registi di neanche 30 anni che manifestano la propria visione?
Ne sono affascinata. Amo i progetti con quel respiro lì, che hanno un codice personale molto forte. Avendo fratelli più piccoli e insegnando, sono a contatto con quel mondo e mi sento una di loro. Mi sento affine alla loro modalità enciclopedica di conoscere le cose. A me piace saltare spaziare, suonare la chitarra, la batteria, il pianoforte, informarmi su tantissime cose. Credo che non si debba demonizzare questo approccio frammentato, anzi: essere contemporanei oggi significa saper leggere questo nuovo mondo. Mi sento come quando negli anni ’90 nasceva il nuovo cinema e la generazione precedente lo considerava superficiale.
Nel 2026 sei in uscita con un altro progetto, Miopia, ti va di parlarmene?
C’è stata una grande intesa col regista ai casting, ha capito subito che mi piace lavorare diventando anche “mezza pazza” per il ruolo. Mi ha fatto fare un’improvvisazione e mi ha presa all’istante. Faccio un personaggio opposto a Vittoria: un’influencer un po’ alla Ferragni, un po’ leggerina. Quest’anno oltre a Frammenti (dove ho avuto grandi opportunità) c’è appunto Miopia, e poi I colori della tempesta, un film in costume molto impegnato su Pasquale Rotondi. Tre cose completamente diverse, il che mi permette di spaziare molto tra i generi.
C’è un ruolo o un genere che sogni di interpretare in futuro?
Mi viene in mente un film, Promising Young Woman (Una donna promettente) di Emerald Fennell. Al di là del mio amore per Carey Mulligan, una delle mie attrici preferite in assoluto, quello è un ruolo femminile scritto in modo invidiabile. Un ruolo che ti dà l’opportunità di esplorare le zone feroci e bestiali della tua personalità, evitando di essere solo un personaggio femminile d’appoggio, piatto.
Ecco, mi piacerebbe interpretare un personaggio che mi permettesse di arrivare a quelle zone bestiali, zone che difficilmente esploriamo nella vita. La recitazione la amo proprio per questo: ti permette di guardare al di là della siepe e spingerti dove nella vita reale non arriveresti mai. Penso a quella poesia di Sylvia Plath che dice “Sono abitata da un grido. Di notte esce svolazzando in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare“, il senso è proprio quello, avere la possibilità di vestire le proprie grida, però di farlo in un contesto in cui te ne viene data la possibilità.
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