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Rifkin’s Festival – Woody Allen (2020)

Elena Anaya e Wallace Shawn in Rifkin's Festival. Credits: Vision Distribution/Wildside

Si può (riba)dire che la vita non ha alcun senso (almeno, che ci sia dato cogliere) e nonostante ciò darci dei motivi per amarla, o almeno qualcosa per riempire lo spazio, altrimenti angoscioso, tra la nascita e la morte? Woody Allen ci riesce benissimo (anche) nel suo nuovo, atteso lungometraggio, Rifkin’s Festival, dal 6 maggio finalmente nei cinema italiani, per Vision Distribution e Wildside.

E sul grande schermo questo film va irrinunciabilmente visto. Perché stavolta il viaggio del regista newyorchese nei suoi temi abituali (e nella bellezza delle città europee) è anche, e soprattutto, un viaggio nei capolavori del cinema che fu, da Federico Fellini a Luis Buñuel passando per Ingmar Bergman. Dove però la nostalgia non è fine a se stessa, ma funzionale ad aggiungere un tassello in più, e insieme una sintesi, alla riflessione di Allen sull’esistenza.

Sognare (il cinema), forse ricordare

Michael Garvey e Wallace Shawn in Rifkin’s Festival. Credits: Vision Distribution/Wildside.

Per Mort Rifkin (Wallace Shawn) i festival del cinema non sono più eccitanti come una volta: a quello di San Sebastián ci va per accompagnare la moglie Sue (Gina Gershon), ufficio stampa del regista Philippe (Louis Garrel), giovane, seducente e in pieno fulgore creativo. L’opposto di Mort: attempato, burbero e nevrotico ex insegnante di cinema col mito dei grandi autori (soprattutto europei) del passato, impegnato nella stesura di un romanzo che non riesce a compiersi per eccesso di ambizioni letterarie. La sua prosa è «turgida», lo accusa Sue, la cui intesa con Philippe sembra andare oltre il piano professionale. Le cose cambiano (?) quando Mort s’innamora della dottoressa Joanna Rojas (Elena Anaya), infelicemente sposata con un pittore.

Ma non è tanto l’intrigo sentimentale il cuore del racconto alleniano: come ci chiarisce da subito l’inizio, con Mort che narra a posteriori l’intera vicenda al suo psicoterapeuta, la trama di Rifkin’s Festival, volutamente essenziale e priva di svolte e progressioni drammatiche forti, è il pretesto per una vera e propria seduta di auto-analisi. Che coinvolge parimenti il protagonista, lo stesso Allen e il suo pubblico.

E, freudianamente, l’oggetto privilegiato in questa seduta sono i sogni di Mort, che ne scandiscono il soggiorno nella città spagnola, e rievocano di volta in volta le sequenze di capolavori del cinema, da Quarto potere a L’angelo sterminatore passando per Fino all’ultimo respiro. Con una fondamentale differenza: è Mort stesso il protagonista dei sogni-sequenze, insieme alle persone, agli errori e ai rimpianti che hanno popolato la sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia. A ricordare all’uomo, novello Isak Borg de Il posto delle fragole, che il suo guscio da intellettuale, ossessionato dal non-senso delle cose e dall’incombere della morte, ha coperto troppo a lungo la sua paura di vivere e di amare.

Tutt’altro che un viale dei ricordi fine a stesso, dunque, Rifkin’s Festival. I momenti onirico-cinefili (fotografati da Vittorio Storaro in un bianco nero che contrasta con i colori caldi tipici dell’ultimo Allen) sono le tappe (auto)ironiche di un bilancio. Senza la radicalità provocatoria di un Harry a pezzi, ma condensando gli spunti e i motivi delle sue migliori commedie (non solo europee) recenti, da Vicky Cristina Barcelona a Midnight in Paris, Allen fa il punto assieme a Mort. Con la divertita malinconia, o il malinconico divertimento, di chi ha trovato nell’immaginazione il miglior farmaco contro gli eccessi di (amara) realtà.

La verità delle illusioni

Wallace Shawn in Rifkin’s Festival. Credits: Vision Distribution/Wildside.

E ha il ritmo rarefatto di una meditazione tra sonno e veglia, non a caso, questo film affidato a un alter ego alleniano per certi versi anomalo come Mort/Shawn. Il cui eloquio, non privo delle tipiche battute fulminanti dell’autore, è però lo più pacato e disteso rispetto a quello dell’Allen attore (e di varianti come il Larry David di Basta che funzioni). Proponendo anche un’emblematica separazione-contrapposizione tra l’intellettuale e l’artista-regista incarnato da Garrel. Quest’ultimo è antitetico a Mort anche nell’idea di cinema che porta avanti. Fa ostentata professione di realismo e impegno sociale, ma lo tradiscono la preferenza per l’ottimismo artefatto della Hollywood classica e i luoghi comuni che offre nelle interviste alla stampa.

Per Mort (e per Allen), invece, il cinema è illusione, simulacro, sogno – ma in grado, forse proprio per questo, di dire qualcosa sull’assurda precarietà della nostra condizione. E di rendercela più sopportabile. I sogni del cinema, come quelli a occhi chiusi, non possono rispondere alle grandi, eterne domande sull’esistenza (niente e nessuno potrebbe), ma ci possono svelare qualcosa su chi siamo, sulle scelte e i cambiamenti che potremmo e dovremmo fare. Perché il fatto che la vita sia effimera e insensata, non implica che debba essere vuota.

Se non è il testamento (e speriamo non lo sia) di uno straordinario pessimista che, malgrado tutto, tiene davvero alla vita, di sicuro è un atto d’amore, definitivo per placida, disincantata e sorridente maturità, a certe cose (citando Manhattan) «per cui vale la pena di vivere»: come un incontro inaspettato, una piccola consapevolezza in più, un’inquadratura di Truffaut. O, per noi, il cinema di Woody Allen.

Foto in copertina: Rifkin’s Festival © Vision Distribution.

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Tag:, , , , , , , Last modified: 10 Maggio 2021
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