
Al cinema con il film Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, Rita Abela è anche nel cast della serie Vanina 2, con la regia di Davide Marengo e Riccardo Mosca (che si è conclusa proprio ieri mercoledì 25 marzo con l’ultimo episodio su Canale 5); due ruoli diversissimi, due modi di raccontare una storia, tra lungometraggio e serialità.
A non cambiare è la forte personalità dell’attrice, che ogni volta porta nei suoi personaggi una sfumatura inedita, un’adesione intensa ai ruoli. Dopo essere stata la co-protagonista di Michela Giraud nella sua opera prima Flaminia, Rita Abela continua il suo percorso tra cinema, televisione e teatro, che è il suo primo grande amore. Per diversi anni infatti ha lavorato come attrice e cantante all’interno delle Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa, approfondendo poi la sua esperienza teatrale nazionale diretta da registi come Fabio Grossi e Walter Pagliaro, con diversi spettacoli in tournée in giro per l’Italia.
Nel film di Andrea De Sica, Gli occhi degli altri, interpreti Nicoletta: chi è il tuo personaggio e in che tipo di storia si inserisce?
Nicoletta è un’amica del marchese, frequentatrice abituale della villa nella quale il film è ambientato, palcoscenico di feste esclusive alle quali Nicoletta non manca mai. È una donna che sta in mezzo ai salotti, sempre pronta a conoscere gli ultimi pettegolezzi e, soprattutto, a introdurre nella villa nuovi selezionati invitati, al fine di ravvivare le serate.
Vive anche lei nell’agio e si pregia del proprio privilegio senza andare in profondità sulle cose, senza mai scavare a fondo. All’interno della villa, si limita a compiacere il marchese, a stare alla sua corte, perché lui è un uomo ricco e, dunque, potente. Credo sia proprio questo uno dei temi della storia: in questa rappresentazione di alta società di fine anni ’60, il denaro rende potente chi lo possiede e, allora come oggi, il potere può essere mal esercitato fino a portare alla manipolazione e all’abuso, fino a pensare di poter comprare tutto ciò che si desidera, persone comprese, fino a disconoscere la compassione, l’immedesimazione e l’identificazione nell’altro.
Così quella villa arroccata sull’isola diventa il paese dei balocchi in cui tutto è concesso. Ci siamo spesso detti con Andrea De Sica che questo nucleo di amici rappresenta un po’ il coro di una tragedia greca. Un coro, però, privo di morale. E difatti io stessa vedendo il film ho assistito a una tragedia che non lascia spazio alla catarsi perché l’evoluzione del racconto trascina verso un abisso fatto di ossessione e morte.

L’ispirazione a fatti realmente accaduti porta nella contemporaneità qualcosa che conosciamo bene, ovvero la violenza sulle donne e il femminicidio: che momento è questo per raccontare una storia del genere?
Credo che oggi più che mai sia il momento giusto per raccontare questa storia. Ho ammirato molto il lavoro che ha fatto Jasmine Trinca affrontando il suo personaggio con grande generosità, proprio perché è un personaggio che parla di autodeterminazione e di desiderio e fra gli intenti c’era anche quello di restituire giustizia a una donna realmente esistita, vittima di giudizi, uccisa due volte.
Dal canto suo, Filippo Timi è stato bravissimo nel disegnare i contorni di un uomo apparentemente pacato, ma sempre più invasato da manie di possesso.
Che ruolo hanno quelli che non esercitano violenza, bensì rimangono a guardare, come gli amici di Lelio?
Gli amici di Lelio sono ignavi, torpidi, vili. Non sono veri amici. Non si fanno carico di quel senso di responsabilità che ogni essere umano, uomo o donna, dovrebbe assumersi. Non possiamo definirli colpevoli perché non premono nessun grilletto, ma certamente sono responsabili. È questo uno degli spunti di riflessione che spero generi interrogativi in chi guarderà il film.
Oggi non basta dire “non sono maschilista” e chi lo dice per deresponsailizzarsi nega una grande evidenza: la responsabilità riguarda tutte e tutti in ogni ambito della vita sociale. Diceva Michela Murgia: «La colpa ce l’hai o non ce l’hai. La responsabilità invece te l’assumi se pensi che quelle conseguenze ti riguardino e tu possa fare qualcosa per modificarle in meglio».
Che tipo di esperienza è stata lavorare con un regista come Andrea De Sica?
Andrea è un grande regista. Ha una visione particolarissima e molto profonda delle cose, ha un’estetica e un gusto stilistico di grande fascino che riesce a trasmettere ai suoi attori e alla troupe, creando atmosfere assolutamente coinvolgenti sul set. Sono davvero tanto felice e grata di aver fatto parte di questo film.
Recentemente, nella fiction Vanina, hai interpretato una giornalista che con il suo lavoro cerca di cambiare la realtà che ha di fronte. Ti va di parlarmene?
Certo. Rita Crisafulli è una giornalista con una particolare vocazione per l’antimafia. È fermamente convinta che il giornalismo possa essere un grande strumento nella lotta contro la criminalità e, di fatto, è così.
Pensiamo, per esempio, al grande lavoro svolto dalla testata “L’Ora” di Palermo, o da “I Siciliani” di Giuseppe Fava o ancora da “Radio Aut” di Peppino Impastato. Giornalisti spesso temuti e, per questo, vittime a loro volta. Conferma di tutte le certezze di Rita Crisafulli, la quale intervista Vanina ad uno scopo: diffondere il valore della legalità e dare nel contempo la speranza alle cittadine e ai cittadini onesti che il marcio si possa estirpare.
Tra i tuoi ruoli più recenti, non ce n’è uno che si possa definire “semplice” dal punto di vista emotivo e umano, dove vorresti spingerti con la recitazione? Qual è il personaggio che sogni di interpretare in futuro e perché?
Spero per il mio futuro di avere sempre la possibilità di spaziare tra le diverse sfaccettature dell’animo umano. Forse è anche per questo che amo così tanto il mio lavoro.
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