The Rocky Horror Picture Show (1975) - Flashview - credits: web

La conosciamo bene la strama del Rocky Horror Picture Show. In una notte tempestosa, una giovane coppia di fidanzati, belli, borghesi e innamorati, si perde con l’auto nelle campagne inglesi. Una ruota si buca, proprio mentre Nixon alla radio annuncia le proprie dimissioni.
Ma nel buio appare una luce, quella di uno spettrale castello. È proprio li dentro, tra follia e rock ‘n roll, che la coppia troverà tutt’altro che la propria morte: la propria salvezza.
Non dal terrore di torture e morte, ma dall’orrore reale e quotidiano, quello di una vita banale, tristemente stereotipata, benpensante. In una sola, tremenda parola: una vita “normale”.

La locandina "scandalosa" del film del 1975 - Credits: 20th Century Fox
La locandina “scandalosa” del film del 1975 – Credits: 20th Century Fox

Rocky Horror, una commedia horror sorprendente

Dal più classico degli incipit horror, la più originale e irriverente commedia musicale mai scritta. Un cult che dagli anni ’70, ad ogni visione, continua a trasfigurare il terrore in una risata iconoclasta a ritmo di rock n’ roll.
Perché i tempi cambiano, ma la musica resta sempre la stessa. In tutti i sensi.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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